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Storie | 06 settembre 2026 | 12:00

Quando 3000 persone salirono sui Monti della Laga "per difenderli da chi voleva trasformarli in un parco divertimento". In quell'angolo dimenticato di Appennino, oggi nasce un'interessante iniziativa

Una delle più grandi manifestazioni mai organizzate in Italia a favore dei parchi nazionali. La tutela delle aree naturali veniva vista non solo come protezione dell'ambiente, ma anche come possibile occasione per costruire nuove forme di futuro per le comunità che abitavano quei territori. Una storia poco conosciuta, raccontata nel libro "Da Ascoli Piceno a Ceppo a piedi – diario di un territorio"

16 aprile 1989. Oltre tremila persone salgono contemporaneamente sulle principali vette dei Monti della Laga. È una lunga catena umana che attraversa le montagne dell'Italia centrale, antico confine tra il Regno delle Due Sicilie e lo Stato Pontificio, per chiedere che quel territorio venga riconosciuto e tutelato attraverso l'istituzione di un'area protetta.

 

L'iniziativa, promossa da Mountain Wilderness, rappresenta una delle più grandi manifestazioni mai organizzate in Italia a favore dei parchi nazionali. Un momento storico in cui le aspettative verso questo modello erano ancora alte: la tutela delle aree naturali veniva vista non solo come protezione dell'ambiente, ma anche come possibile occasione per costruire nuove forme di futuro per le comunità che abitavano quei territori.

Una storia poco conosciuta, che ritrovo tra le pagine di Da Ascoli Piceno a Ceppo a piedi – diario di un territorio, il libro uscito pochi mesi fa e realizzato da Domenico Cornacchia, Narciso Galiè e Gabriele Vecchioni, scrittori e cultori del territorio.


La copertina del volume "A piedi da Ascoli a Ceppo. Diario di un territorio". (Foto dell'autrice)

"Chi aveva a cuore queste montagne si è sentito in dovere di difenderne l'integrità da coloro che volevano trasformarle in un parco divertimento al servizio del consumo, con i primi cantieri già pronti agli Jacci di Verre", si legge nel volume. "L'Italia intera scoprì un angolo dimenticato di Appennino".

 

A seguito di quella mobilitazione, i Monti della Laga furono inseriti, insieme al Gran Sasso, in quello che oggi è uno dei più estesi parchi nazionali italiani: il Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga.

Guardando a un territorio fortemente colpito dal sisma dell'Italia Centrale nel 2016-17, il libro tenta di restituire presenza e voce a una montagna sconosciuta e raccontata spesso solo attraverso ciò che non è più: i paesi abbandonati e poi distrutti dal sisma, lo spopolamento, la perdita di servizi. Un diario di viaggio collettivo costruito attraverso testimonianze, memorie, racconti e incontri che invitano a scoprire una porzione di Appennino poco conosciuta, spesso definita tra le più selvagge d'Italia.

 

Una montagna che però, prima ancora di essere selvaggia, è abitata da storie. I Monti della Laga oggi sono un territorio sospeso tra tre regioni: Abruzzo, Marche e Lazio. Una montagna modellata dall'acqua, con una straordinaria presenza di cascate e corsi d'acqua, tanto che il nome stesso "Laga" viene ricondotto al latino laca-lacum, richiamando proprio questa caratteristica. "Una montagna che spesso viene percepita come morbida, meno verticale, ma non è una questione di mancanza di cime – racconta Vecchioni –. La Laga ne ha ben diciassette oltre i 2000 metri. Il punto è che questa Montagna non si identifica con una singola vetta: il suo valore è nella formazione d'insieme, nel paesaggio".


I Monti della Laga dal versante di Amatrice (RI). (Foto di Marzio Mozzetti)

Ed è forse proprio questa la sua caratteristica più profonda: non una montagna da conquistare, ma una montagna da attraversare. Per questo Da Ascoli Piceno a Ceppo a piedi non è un libro di itinerari escursionistici nel senso tradizionale del termine. È un invito alla scoperta lenta di un territorio attraverso quattro tappe che seguono un confine storico invisibile ma ancora fortemente presente nella cultura locale. Il percorso parte da Ascoli Piceno e arriva a Ceppo, nel territorio di Rocca Santa Maria, seguendo il corso del Castellano: un fiume di confine, ma anche un filo che per secoli ha unito la montagna alla città.


Il confine tra Abruzzo e Marche, sul fiume Castellano, in autunno. (Foto dell'autrice)

"Abbiamo voluto rivedere completamente il modo di intendere l'escursionismo, oggi spesso vissuto come performance – mi racconta Domenico Cornacchia –. La natura diventa uno strumento per abbattere un record: di velocità, di altitudine, di chilometri percorsi. Oppure si percorrono sentieri con uno sguardo passivo, semplicemente andando da A a B". Il libro propone invece un altro ritmo. "Questi itinerari non sono scelti a caso. Sono voluti proprio per abbassare il ritmo delle escursioni. Permettere a tutti di fare questi sentieri con il tempo che hanno a disposizione: in due giorni, in quattro giorni, una volta al mese, ogni domenica. Non con l'idea di fare qualcosa perché devi chiuderla".


La mappa del percorso tracciato dal libro, scaricabile da: https://www.vmappenninocentrale.it/da-ascoli-piceno-al-ceppo/

Nell'epoca dei cammini da collezionare, delle tracce GPS da archiviare e dei percorsi da segnare come obiettivi raggiunti, questo diario invita a fare il contrario: rallentare, guardare, leggere. "Noi abbiamo camminato con il libro", mi dice Domenico, nel senso che il cammino non è stato solo attraversamento fisico, ma anche ricerca. Nel raccogliere testimonianze, gli autori hanno incontrato persone, ascoltato racconti, recuperato memorie e anche contribuito alla pulizia dei sentieri. Il risultato è un racconto della montaneità nella sua specificità appenninica: quella di paesi e borgate incastrati vicino alle sorgenti d'acqua, lungo i fiumi, costruiti in relazione con il territorio circostante. Una civiltà diffusa, mai completamente isolata, ma sempre inserita dentro una rete di sentieri, mulattiere e connessioni che nel tempo si sono trasformate senza mai scomparire del tutto.

 

Superando la logica della semplice guida escursionistica, è un libro che invita a leggere il paesaggio. Perché un luogo non è mai solo quello che vediamo. Così, pagina dopo pagina, si può immaginare la vita nella casa in pietra di Laturo: le giornate trascorse tra i pascoli, le sere con il camino acceso, la fatica di partire e lasciare un paese che aveva iniziato ad abbandonarsi ancora prima che arrivasse la strada. Si può immaginare l'orchestra composta da cinque violini e un contrabbasso che attraversava questi paesi lungo sentieri forse più curati di quelli di oggi, portando musica e festa nelle giornate importanti. Si possono immaginare i partigiani nascosti nel Bosco Martese, uomini e donne arrivati a liberare terre che non avevano mai conosciuto una grande ricchezza economica, ma dove la solidarietà e la condivisione erano parte della vita quotidiana.

 

Oltre quarantatré testimonianze raccolte nel libro restituiscono una montagna complessa e plurale: alpinisti, pastori, scalpellini, maestri della pietra, musicisti, persone che hanno vissuto e continuano a vivere questi luoghi. Un racconto che non cerca soltanto il bello. Perché la montagna non è solo paesaggio da ammirare. È anche un insieme di fragilità da riconoscere e custodire. Per questo il libro dedica attenzione alle scuole di montagna e alle pluriclassi, come quella raccontata attraverso la figura della maestra Leonilde; alla prima farmacia di montagna della provincia di Teramo, nata a Valle Castellana in un periodo in cui nei territori più periferici mancava quasi tutto; ai servizi e alle presenze che hanno permesso a queste comunità di rimanere vive.

 

Alla fine, quello che questo libro lascia è soprattutto una domanda: come impariamo a guardare i luoghi che attraversiamo? Conoscere un territorio significa andare oltre la superficie, capire le relazioni che hanno costruito quel paesaggio e ascoltare le voci che ancora lo abitano. Significa fermarsi. Leggere qualche pagina prima di riprendere il sentiero. Lasciare che siano le storie a dare senso alle montagne che percorriamo.


Domenico Cornacchia, classe 1990, è tra i promotori del Festival culturale dei Borghi Rurali della Laga e ha già scritto diversi libri dedicati alla restanza e ai Monti della Laga. In foto è insieme a tre dei narratori e narratrici che hanno contribuito alla realizzazione del volume durante la presentazione del libro a Ceppo di Rocca Santa Maria, 8 agosto 2026. (Foto dell'autrice)

La Laga diventa così qualcosa di diverso rispetto all'immagine di una montagna spopolata e marginale. Certamente è un territorio segnato da un lungo processo di abbandono, dalla perdita di abitanti e servizi, ma è anche un luogo pieno di vite passate e contemporanee, alcune visibili, altre nascoste.

 

Un territorio che continua a esistere attraverso le relazioni che ancora lo attraversano. Come dice Domenico, una narrazione necessaria per guardare la montagna con occhi diversi, camminandoci dentro. Ma soprattutto un modo per dire a noi che abitiamo questi luoghi che è tempo di "sfatare il mito che sento da quando sono piccolo: qua non c'è niente".

il blog
Racconti dagli Appennini in mutazione

Gli Appennini sono da sempre abitati, vissuti e lavorati. La loro geografia lo testimonia: piccoli paesi incastrati tra le alture, collegati da strade e sentieri che raccontano storie di mobilità. Luoghi che storicamente sono stati centrali nelle relazioni politiche, economiche e culturali del Mediterraneo in cui si estraevano risorse, producevano beni preziosi, sperimentavano innovazioni e mestieri. 

Partendo dall’Appennino centrale, contesto delle nostre ricerche e attività politiche e sociali, il blog racconta storie ed economie montane contemporanee, intendendo economia come cura e gestione del bene comune, inserita in trame ecologiche multi-specie. Raccontiamo pratiche collaborative di gestione e cura del rurale con radici secolari, così come di esperienze recenti e soggettività impreviste che immaginano nuovi modi di abitare e produrre in montagna. Raccontiamo queste storie con uno sguardo che cerchi di parlare al futuro e di stare - senza scioglierle - nelle contraddizioni del presente

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