Contenuto sponsorizzato
Storie | 05 settembre 2026 | 06:00

"Se ci sono rifugi che vendono le ostriche, è normale che i turisti vengano nel mio a chiederle. Come possono fare distinzioni se realtà diverse vengono chiamate nello stesso modo?"

Com'è cambiata negli ultimi vent'anni la frequentazione dei rifugi? Parliamo di questo e di altri aspetti insieme a Mario Fiorentini, rifugista del Città di Fiume che, nel raccontarci la sua storia, solleva un'importante questione terminologica

Verso la fine della val Fiorentina, alle pendici del Col della Puina, adombrato del monte Pelmo si trova il rifugio Città di Fiume. La struttura, situata a 1917 metri di altitudine nel cuore delle Dolomiti, ricavata a partire dall'antica Malga Durona, è stata poi più volte rimaneggiata, ma mantiene ancora delle parti originali: il tratto più iconico del rifugio è certamente la struttura a tre archi.

Mario Fiorentini è lo storico gestore da ormai vent'anni, è stato tra i primi a pensare al rifugio non come uno spazio da vivere stagionalmente, soprattutto d'estate, ma come una realtà che potesse restare aperta per tutto l'anno. Negli anni si è impegnato ad ampliare l'orizzonte e l'idea di che cosa sia la montagna, ospitando al Città di Fiume numerosi eventi culturali come il "Dolomitingiro".

Noi de L'Altramontagna lo abbiamo intervistato, ci siamo fatti raccontare la sua storia e assieme a lui abbiamo parlato di gestione invernale di un rifugio, dei frequentatori delle Terre Alte e in particolare della delicata e attuale situazione del monte Pelmo.

 

 

Com'è iniziata questa esperienza da rifugista al Città di Fiume? Cosa ti aveva spinto all'epoca ad incominciare?

 

La montagna e l'ambiente mi hanno sempre affascinato, tant'è che poi ho studiato Scienze forestali all'università, volevo vivere la montagna non solo di passaggio, ma poter stare in quell'ambiente a 360 gradi, sognavo un rifugio che riuscisse a stare aperto anche 365 giorni l'anno. Quando ti iscrivevi a Scienze Forestali nel 1978 era quasi sempre perché avevi il desiderio di salire in quota, vivere l'ambiente dal di dentro. Allora in tempi non sospetti avevo fatto domanda come gestore del Rifugio Città di Fiume, nel frattempo proseguivo a fare il mio lavoro, ma l'idea di fare il rifugista mi continuava a girare in testa, e continuavo a guardarmi intorno, osservavo come facevano e come non facevano nei rifugi in cui passavo. Poi nel 2006 la fortuna ha girato dalla mia parte, all'epoca eravamo tre soci, tre amici dell'università, e già dalla prima stagione abbiamo provato ad aprire sia d'estate che in inverno, c'era un altro rifugio che lo faceva nella zona ma aveva alle spalle molta più esperienza di noi. Infatti, la prima volta che sono entrato al Città di Fiume è stato da rifugista, quando mi hanno dato le chiavi; quindi, è stato un salto nel vuoto, non avevo assolutamente idea di come si facessero molte cose.

Se ripenso al primo anno che ero su d'inverno le cose sono cambiate in maniera veramente pazzesca, adesso è veramente un altro mondo. All'epoca stare aperti in inverno era più di una sfida e non sono passati 200 anni, ne sono passati solo 20! Era una sfida talmente grande che molti ci chiedevano perché aprissimo d'inverno. Nell'inverno del 2022, invece, per l'aumento dei costi dell'energia abbiamo deciso di non aprire, e tutti ci chiedevano come mai rimanevamo chiusi. Nel giro di quindici anni siamo passati dal perché aprite al perché state chiusi.

 

 

Quali sono gli aspetti cruciali a cui bisogna prestare attenzione per un'apertura invernale?

 

La maggiore complicazione è l'acqua che poi non è una complicazione ma è una necessità, se tu non hai la certezza di avere l'acqua non ci puoi nemmeno pensare. Ci sono rifugi in alta quota che sono abituati a gestire situazioni di carenza idrica e problemi di approvvigionamento, ma sono frequentati da persone selezionate ed abituate a quello stile di rifugio e di ambiente montano. Invece ora in un rifugio come al Città di Fiume è sempre più difficile dire di no a una persona, non soddisfare la sua richiesta. Anche perché chi va in montagna ora d'inverno, e vede un luogo aperto, spesso pensa si possa fare tutto, soprattutto perché spesso si è abituati ai rifugi legati all'ambiente piste che sono completamente un'altra cosa.

Per il resto è una questione di organizzazione, però ammetto che se uno dovesse cominciare ora ad aprire per la prima volta d'inverno sarebbe molto difficile, io stesso non so se sarei in grado di farlo senza l'esperienza maturata. Ora la frequentazione dei rifugi è veramente massiccia. Ti faccio l'esempio della gestione dei rifiuti: aprivamo il sabato e la domenica, eravamo circa 3 o 4, salivamo con il necessario negli zaini e poi scendevamo la domenica sera con un sacchetto di immondizie ciascuno, chi in mano, chi in zaino, adesso in inverno ogni weekend faccio diversi viaggi con il gatto delle nevi per trasportare giù tutti i rifiuti.

 

 

In questi vent'anni com'è cambiata la frequentazione del rifugio?

 

Prima di tutto apro una parentesi che meriterebbe un approfondimento, bisognerebbe capire bene quali sono le caratteristiche che rendono un rifugio tale, lo stesso nome "rifugio" lo si ritrova in contesti molto diversi, oltre al fatto che ogni rifugio ha una storia ed è collocato in luoghi anche molto diversi. Ci sono i rifugi dei passi alpini che sono sostanzialmente degli alberghi, ci sono rifugi d'alta quota o quelli di media montagna, hanno tutti lo stesso nome ma hanno possibilità completamente diverse. Abbiamo un'eterogeneità di tipologie di strutture che hanno il nome rifugio e questo nasce da un problema di tipo legislativo. E questo non è un problema tanto per me gestore, ma per l'ospite che giustamente non capisce più niente, soprattutto se si trova alla sua prima esperienza, o si sta avvicinando a questo tipo di ambiente. Come può essere in grado di fare le dovute distinzioni? Se ci sono rifugi che vendono le ostriche, è normale che venga da me che sono rifugio anche io e mi chieda le ostriche.

La frequentazione è cambiata sia in qualità che in quantità, non voglio dire che è la qualità ora sia peggiore o migliore, dico solo che è un'altra qualità. Ti faccio un esempio: all'inizio quando noi facevamo la stagione estiva, 15 anni fa, 10 anni fa, per far rispettare il silenzio del rifugio che è alle 22, dovevi ricordarlo più volte alle persone, la gente stava ai tavoli in compagnia, il grosso della frequentazione rimaneva fino all'ultimo, oggi alle 8 e mezza il 90% dei frequentatori del rifugio è già in camera, non so a fare che cosa però non è più in sala. Ora quando mi rimane una tavolata lì fino al silenzio è un caso da scrivere sul calendario. Un altro cambiamento sta nell'età media che si è abbassata in maniera pazzesca, dico sempre ai ragazzi che lavorano con me che io ho sbagliato anni in cui iniziare ad andare in montagna.

 

 

Le frane che sta vivendo il Pelmo hanno influenzato la stagione? Lei che ha un punto di vista previlegiato sul territorio come vede la situazione?

 

Il Pelmo ha sempre in parte franato, quest'anno sta succedendo con molta più frequenza, ha iniziato a maggio, ma la notizia è uscita sui media con insistenza molto più tardi. La settimana prima di Ferragosto avevamo una frequentazione molto più scarsa di quella che era la media negli ultimi dieci anni e in discontinuità con quello che c'era fino a dieci giorni prima; quindi, questo è sicuramente collegato all'evento franoso e soprattutto a come è stato comunicato, con troppo catastrofismo, andando a caccia della notizia e non spiegando bene la situazione. C'era chi veniva su per vedere le frane, ma erano molti di più quelli che non venivano neanche su perché avevano sentito e percepito da canali di informazione che era un disastro, che era tutto chiuso, che non si poteva fare niente. In realtà i sentieri sono aperti, e noi siamo rimasti aperti, sono dovuto andare io a mettere dei cartelli che spiegassero meglio la situazione perché, per come era stata divulgata l'ordinanza, sembrava non si potesse fare più niente. Per quello che ho visto è stata creata moltissima paura senza dare le dovute spiegazioni e rassicurazioni.

la rubrica
Storie dai rifugi

Una storia alla settimana per raccontare le vite di chi gestisce i rifugi: ognuna diversa, ognuna capace di evidenziare le diverse sfumature custodite da questo particolare mestiere

SOSTIENICI CON
UNA DONAZIONE
Contenuto sponsorizzato
recenti
Attualità
| 15 settembre | 13:15
Tensione a Roma, in Conferenza unificata, sul tema dei finanziamenti per la montagna. Il confronto serrato, finito [...]
Idee
| 15 settembre | 12:15
Qualcuno ha criticato la scelta dell'attore di postare le fotografie di un territorio che durante l'alta stagione [...]
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato