"Più di una volta ho invitato delle persone a non tornare: non capivano lo spirito di un rifugio di alta montagna". Storia di Bepi Monti: dopo 19 anni lascia la gestione del Carducci

Pochi giorni fa Giuseppe Monti, per tutti Bepi Monti, ha comunicato che dopo 19 anni di gestione lascerà il Rifugio Carducci ai piedi della Croda dei Toni. In questi anni, ha sviluppato molte iniziative: ha ristrutturato e ingrandito parte della struttura, ha ideato "Dolomiti senza confini", e si è contraddistinto per il suo spirito di cura sia nei confronti del rifugio e di chi vi soggiorna. Ha raccontato la sua storia a L'Altramontagna

Pochi giorni fa Giuseppe Monti, per tutti Bepi Monti, ha dato la notizia: dopo diciannove anni di gestione lascerà il Rifugio Carducci ai piedi della Croda dei Toni. In questi anni, ha sviluppato molte iniziative: ha ristrutturato e ingrandito parte della struttura, si è impegnato a realizzare il progetto “Dolomiti senza confini”, un percorso di vie ferrate che unisce Austria e Italia, in memoria dei soldati della Prima guerra mondiale. Inoltre, si è contraddistinto in particolare per il suo spirito di cura sia nei confronti del rifugio e delle persone che ogni anno soggiornano lì, sia nei confronti della montagna circostante, preservandola e tutelandola.
Lo abbiamo intervistato e a L'Altramontagna ha raccontato la sua storia.

Com’è iniziata la sua esperienza da rifugista? Ne ha avute altre prima?
All’inizio dovevo fare quattro stagioni e alla fine, invece, ne ho fatte 19. Sono rimasto tanti anni perché ho sviluppato dei progetti, ho fatto dei lavori per migliorare non solo la struttura ma anche la qualità del lavoro del rifugio e l'ho fatto a spese mie, volevo lasciare qualcosa di migliore. Nella mia vita ho fatto altri mestieri: sono stato un infermiere e un tecnico di radiologia in vari ospedali e poi a 40 anni ho deciso di cambiare vita, ho iniziato a fare il cuoco in alcuni rifugi e sono finito a gestire la piramide del Cnr al Campo Base dell'Everest. Ho alle spalle trent’anni di esperienza in diverse montagne. Alla fine della mia esperienza in Nepal si era liberato questo rifugio (il Rifugio Carducci) e ho fatto domanda per prenderlo in gestione. Erano state fatte 12 domande, ma è consuetudine per il Cai di Auronzo darlo a uno del paese e io ero l'unico di Auronzo ad aver fatto domanda.
Durante quest’esperienza che doveva essere forse più breve e invece poi si è dimostrata quasi ventennale, com’è cambiato il modo di gestire il rifugio?
È cambiato completamente tutto! È cambiato tutto non come gestione, perché la gestione è sempre all’incirca la stessa, qui non c'è la teleferica, non c'è la strada, quindi si porta tutto con l'elicottero, ed è una grande lezione organizzativa. Capita che la mattina in cui devi fare i rifornimenti il meteo sia brutto, o ci sia la nebbia, e l'elicottero vola a vista. Quello che è veramente cambiato completamente è il tipo di clientela, nei primi anni la gente non arrivava con i cellulari, con gli smartphone, la gente dialogava ai tavoli con le altre persone, si cantava spesso. C'era chi arrivava qui magari da una ferrata con la fisarmonica e si faceva allegria, si cantavano le canzoni di montagna o anche le canzoni più moderne. Ora se succede una volta o due in una stagione è tanto. Oggi chi entra, la prima roba che ti chiede è il wi-fi e come ricaricare il cellulare. Le persone stanno con il cellulare in mano, invece di parlare con gli altri. Ma ancora peggio la montagna è diventato un bene da consumare: mi è capitato più volte di sentire clienti dire sono arrivato fin qua, voglio fare questo, voglio fare quello; invece, tu puoi fare solo quello che la montagna ti permette di fare.
Quali sono per lei i valori che deve portare avanti il gestore di un rifugio e come sente di averli declinati?
La sicurezza è il primo compito di un rifugista, non è il business, è la sicurezza. Appena arrivano i primi dalle vie ferrate io chiedo sempre se i chiodi sono a posto, se le corde sono a posto, e se ricevo notizie di qualche problema mi faccio spiegare, e infine avviso le guide. Nel caso di situazioni proprio pericolose, cosa che è successo anche qualche settimana fa, parto o da solo o con qualcuno e cerco intanto di dare una prima soluzione al problema. L'altro giorno con un amico siamo andati a tirare una corda in una ferrata in attesa che arrivassero poi le guide alpine a cambiare i chiodi, uno si era rotto. L'altro spirito che ho cercato di introdurre è stato quello che questo resti un rifugio di montagna per gli alpinisti, per chi scala, per chi va per ferrate, per chi ha voglia di fare dei trekking impegnativi, insomma, per chi ha voglia di far fatica. Mi è capitato più di una volta di invitare delle persone a non tornare più perché non capivano lo spirito e il ruolo di un rifugio di alta montagna. L'anno scorso c'era un'agenzia che ha portato qua degli stranieri che mi chiedevano lo spritz da fare fuori in terrazza per fare le foto con lo sfondo delle montagne e io ho detto che in rifugio non faccio gli spritz. Ho poi detto al responsabile dell’agenzia che l'avrei cancellata dall'agenda perché a me quel tipo di turisti non mi interessano.
Il rifugio Carducci è vicino alle Tre Cime di Lavaredo, che subiscono una pressione turistica molto intensa, ma allo stesso tempo è defilato rispetto ai flussi principali. Il rifugio come vive questa realtà?
Qui non c'è il flusso delle Tre Cime perché si fa troppa fatica. Da questo punto di vista il caos alle Tre Cime di Lavaredo non ha conseguenza sul mio rifugio. Si può fare però un discorso più ampio: noto ultimamente un tipo di turismo “da Instagram”, arrivano per fare la foto della montagna ma della sua delicatezza, della sua vulnerabilità, della sua bellezza, a questi non gliene frega niente perché l'unica roba che gli interessa è dimostrare di essere arrivati. A mezzogiorno nell'arco di due mesi avremo avuto forse tre giorni con un po' di gente, questo dimostra che le Tre Cime non fanno arrivare più nessuno qui. Ormai non lavoriamo quasi più a pranzo, lavoriamo molto la sera con quelli che arrivano dalle ferrate, dalle lunghe camminate o che fanno l'alta via.
Le viene in mente un episodio o una frase che condensi la sua esperienza di questi 19 anni?
Certo, mi viene in mente un episodio. Lavoravo in cucina ma passo al bar e due persone mi chiedono il conto di corsa, io mi giro, e gli dico: “Se siete di corsa e dovete battere il record, offro io e partite subito”. Qua si segue un’altra mentalità: slow food, slow drink, slow life. Non è una polemica a chi fa le corse, ma sono contrario all'atteggiamento di chi vive tutto di corsa.
Un’ultima domanda. Ora che la gestione sta per terminare cosa le piacerebbe fare?
Ho 78 anni, ho voglia di andare per altre montagne. In questi anni ho visto solo questa zona e avrei voglia di essere libero e poter andare da qualche altra parte. Voglio andare nelle Ande, poi vorrei fare il Monte Rosa, il Bianco e andare a vedere altre parti delle Dolomiti che non ho mai visto.
In apertura, immagini tratte dalla pagina facebook del Rifugio Carducci

Una storia alla settimana per raccontare le vite di chi gestisce i rifugi: ognuna diversa, ognuna capace di evidenziare le diverse sfumature custodite da questo particolare mestiere














