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Storie | 06 settembre 2026 | 19:00

Il ponte-acquedotto fu costruito 2000 anni fa, 56 metri sopra il torrente, come tassello strategico di un sistema ingegneristico più grande. Storia del Pont d'Aël

All'imbocco della valle di Cogne, un ponte-acquedotto romano del 3 a.C. attraversa la forra della Grand Eyvia. Intorno, versanti aridi, ambienti rupestri e una biodiversità particolare raccontano un territorio in cui storia e natura sono strettamente legate. Ripercorriamo i passaggi che hanno portato alla sua realizzazione

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Poco sopra Aymavilles, lungo la strada che risale verso Cogne, la Grand Eyvia scorre profondamente incassata tra i versanti. È qui che si trova Pont d'Aël, ponte-acquedotto romano costruito a 56 metri sopra il torrente e oggi compreso in un'area della rete Natura 2000. Un luogo in cui l'interesse archeologico è difficile da separare dalle caratteristiche naturali che hanno determinato la forma e l'utilizzo di questo territorio.

 

La costruzione risale al 3 a.C. A fornire una datazione così precisa è l'iscrizione ancora conservata sul ponte, nella quale compare Caius Avillius Caimus, originario di Patavium, l'attuale Padova. Apparteneva a una famiglia di imprenditori con interessi nell'edilizia e nella lavorazione delle materie prime. Nell'iscrizione compare soprattutto una parola significativa: privatum. L'acquedotto non era dunque una grande opera pubblica, ma un'infrastruttura realizzata per iniziativa privata.

La sua funzione sarebbe stata legata alle attività estrattive della zona di Aymavilles. Qui si trovavano cave di bardiglio, pietra grigio-azzurra utilizzata anche negli edifici di Augusta Praetoria. L'acqua trasportata dall'acquedotto poteva essere impiegata nelle attività di estrazione e lavorazione della pietra.

 

Il ponte rappresentava però soltanto il tratto più spettacolare di un sistema molto più lungo. L'acqua veniva captata dalla Grand Eyvia circa due chilometri e mezzo più a monte, in località Chevril, a 975 metri di quota, e convogliata lungo il versante attraverso un canale con una pendenza intorno al 2,6 per cento. In alcuni tratti il condotto era sostenuto da opere murarie, in altri veniva ricavato direttamente nella roccia.

 

Seguire idealmente il percorso dell'acqua permette anche di leggere meglio l'ambiente di Pont d'Aël. La profonda incisione della Grand Eyvia mette infatti a contatto, in uno spazio limitato, il torrente, le pareti rocciose, il bosco e versanti molto più asciutti ed esposti al sole.

 

L'area protetta di Pont d'Aël si estende per 183 ettari, tra circa 700 e 1.550 metri di quota. Il clima relativamente arido ha favorito una vegetazione con elementi steppici e mediterranei insoliti nel contesto alpino. Sono presenti specie come Artemisia vallesiaca, Achillea tomentosa e Stipa capillata, oltre a undici specie di orchidee. Nell'area sono state censite anche 96 specie di farfalle, mentre le pareti rocciose costituiscono un ambiente frequentato da rapaci come l'aquila reale e il falco pellegrino.

 

Sono le stesse pareti che duemila anni fa rappresentarono l'ostacolo maggiore per chi costruiva l'acquedotto. Quando il canale raggiungeva la forra non era possibile perdere quota: l'acqua doveva continuare a procedere per gravità. La soluzione fu il Pont d'Aël.

L'opera aveva due livelli. Superiormente passava il condotto dell'acquedotto; all'interno della muratura correva invece un camminamento pedonale coperto. Le indagini archeologiche hanno individuato sette muri trasversali che dividevano l'interno in una successione di vani, alleggerendo la costruzione senza comprometterne la stabilità. Il corridoio permetteva inoltre il passaggio degli uomini e rendeva accessibile l'infrastruttura per le operazioni di controllo e manutenzione. È proprio percorrendo oggi questo passaggio che si comprende la complessità dell'opera. Nelle murature e nelle malte sono state riconosciute anche tracce degli strumenti impiegati durante il cantiere, mentre gli studi hanno permesso di individuare gli antichi accessi e il proseguimento della strada scavata nella roccia.

Sul fondo della forra continua intanto a scorrere la Grand Eyvia. Il suo bacino appartiene al sistema della Dora Baltea, oggi interessato anche dal progetto europeo LIFE GrayMarble, dedicato alla conservazione della trota marmorata e del temolo adriatico. In particolare, le popolazioni di trota marmorata sono state compromesse dall'alterazione degli habitat e dall'ibridazione con trote introdotte nel corso del tempo. Gli interventi prevedono il recupero di individui geneticamente idonei, la riproduzione controllata e il rafforzamento delle popolazioni nei corsi d'acqua adatti.

Il collegamento con Pont d'Aël è soprattutto territoriale. La Grand Eyvia che i Romani derivarono per alimentare un'attività produttiva è parte oggi di un sistema fluviale osservato anche per il suo valore ecologico. Ed è probabilmente questa sovrapposizione a rendere interessante il sito oltre il valore del monumento. La profondità della forra determinò la costruzione del ponte; la pendenza dei versanti stabilì il percorso dell'acquedotto; la disponibilità d'acqua e delle risorse geologiche favorì le attività umane. Quelle stesse condizioni fisiche spiegano oggi la presenza di ambienti aridi, flora steppica, pareti frequentate dai rapaci e habitat acquatici.

 

Pont d'Aël può quindi essere letto non soltanto come una notevole testimonianza dell'ingegneria romana, ma come parte di un territorio nel quale acqua, geologia, biodiversità e presenza umana continuano a essere strettamente collegate.

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