"Come hai trovato questo rifugio?" / "L'ho chiesto all'intelligenza artificiale e mi ha portato qui". Com'è cambiata la frequentazione della montagna? L'esperienza del gestore del Flaiban-Pacherini

Claudio Mitri assieme alla sua famiglia gestisce il rifugio Flaiban-Pacherini, in Val di Suola, ormai da diciotto anni. Intitolato a due alpinisti triestini, è stato costruito nel 1956, esattamente settant'anni fa. È situato a 1587 metri di altitudine e si raggiunge solo a piedi. Assieme a lui, noi de L'Altramontagna abbiamo approfondito come si gestisce una struttura in quota e abbiamo cercato di capire chi sono i nuovi frequentatori dell'anello delle Dolomiti Friulane

Claudio Mitri assieme alla sua famiglia gestisce il rifugio Flaiban-Pacherini, in Val di Suola, ormai da diciotto anni. Intitolato a due alpinisti triestini, è stato costruito nel 1956, esattamente settant'anni fa. È situato a 1587 metri di altitudine, e si raggiunge solo a piedi. Nonostante la quota non sia così elevata le Dolomiti Friulane si contraddistinguono per la loro severità e verticalità, che rendono questo rifugio un avamposto sul territorio, dal quale è possibile avere un punto di vista privilegiato sulle dinamiche che stanno ultimamente caratterizzando le terre alte, e attraverso il quale bisogna avere la responsabilità di preservare e presidiare dei luoghi più aspri e "meno addomesticati" come li definisce lo stesso gestore.
Assieme a lui noi de L'Altramontagna abbiamo approfondito come si gestisce una struttura in quota e abbiamo cercato di capire chi sono i nuovi frequentatori dell'anello delle Dolomiti Friulane.
Com'è iniziata la vostra esperienza da rifugista?
La nostra esperienza è iniziata nel 2008, quindi ormai sono 18 anni che siamo quassù, io e la mia famiglia, ormai perdo il conto degli anni. Il rifugio è di proprietà del comune di Forni di Sopra, ma la gestione è del CAI di Trieste, noi siamo qua da quando l'hanno ristrutturato l'ultima volta, ovvero nel 2008. Quindi ormai siamo tra i più vecchi. Il nostro è un rifugio raggiungibile solo a piedi, quindi è spartano, in senso buono: si vive con l'essenziale. Spesso è difficile dire di no ai frequentatori, ma molto spesso ci troviamo costretti a farlo, non per cattiveria ma per le disponibilità del rifugio.
Come sono cambiate in questi anni le frequentazioni al rifugio?
All'incirca nell'ultima quindicina di anni abbiamo riscoperto l'anello delle Dolomiti Friulane. Una volta era frequentato per lo più da tedeschi, ora invece vengono persone da tutto il mondo: inglesi, olandesi, americani, australiani. È molto bello poter conoscere e incontrare persone così diverse. Il problema è che queste zone non sono addomesticate, le Dolomiti Friulane sono montagne severe. È richiesto un livello tecnico più alto, non abbiamo sentieri lastricati, qui la sicurezza è un elemento molto più importante: ci sono ghiaioni e dislivelli importanti. Non serve necessariamente un livello alpinistico, ma comunque ci vuole attenzione e spesso i frequentatori sono impreparati.
La stessa agenzia che vende il tour sul Garda vende anche questi tipi di trekking, un po' come se fosse un pacchetto completo tipo viaggio alle Maldive. Chiedi alle persone da dove vengono o dove sono dirette e loro non te lo sanno dire perché semplicemente seguono le indicazioni dell'app. A volte manca la formazione e l'educazione per vivere gli ambienti in quota.
Ci puoi raccontare un aneddoto particolare che l'ha particolarmente colpita in questi anni di gestione?
Intendi in negativo o in positivo? Sicuramente le più buffe sono le richieste delle persone di una bibita con il ghiaccio (noi non abbiamo né congelatore né abbattitore) o la possibilità di fare il bucato e poi lavare tutti i vestiti che hanno con loro senza pensare all'acqua che consumano. C'è poi chi viene con la tenda, però poi si appoggia al rifugio per i servizi: per lavarsi i vestiti o per farsi la doccia e allora lì gli devi spiegare che non sei un campeggio, che ci sono altre regole. Ma forse la più buffa di tutte è quella di un americano che stava facendo l'anello delle Dolomiti Friulane e gli ho chiesto: "Come hai trovato questo giro?" E lui mi ha risposto come se non fosse niente: "L'ho chiesto all'intelligenza artificiale e mi ha portato qui". Probabilmente avrà trovato pieno alle Tre Cime e quindi l'intelligenza artificiale gli ha consigliato questi posti. Molti turisti stranieri mi chiedono dove sono le Tre Cime, allora anche qua si spiega loro che sono distanti. Poi però sono sempre entusiasti di questi posti stupendi, di queste montagne.
Il vostro è un rifugio in una montagna laterale, quali sono le difficoltà pratiche che si incontrano in una gestione in quota?
Sicuramente gli elementi essenziali per un rifugio sono l'energia e l'acqua, senza questi due elementi sei fregato. Per l'energia noi ci affidiamo ai pannelli solari e alle batterie, se c'è bel tempo, se no ad un generatore che però va a diesel e ovviamente inquina; per l'acqua invece abbiamo una fonte che rifornisce il rifugio, non abbiamo dei bacini in grado di raccoglierla. La fonte da acqua per tutto l'anno se continua a piovere ovviamente. Quest'anno abbiamo rischiato verso fine luglio, poi per fortuna provvidenzialmente in agosto ha un po' piovuto e ce l'abbiamo fatta. Una volta ogni circa dieci anni ci è successo di rimanere praticamente a secco. In quel caso provvedevamo a rifornire il minimo necessario di acqua con il quad. Portavamo su l'acqua minerale per i clienti e con le taniche invece il minimo che ci serviva per cucinare, lavare i piatti e far funzionare i servizi igienici, ma a volte quelli rimanevano chiusi. Per quanto riguarda invece la manutenzione e i piccoli problemi tecnici, qua sono all'ordine del giorno, il fatto è che qua non è immediato chiamare l'elettricista o far venire l'idraulico e poi certi problemi non si riescono a gestire con il quad, magari serve anche l'elicottero.
Concludiamo con una domanda più personale, che cos'è la montagna per te?
Questa domanda dovresti farla ai rifugisti a inizio stagione quando sono carichi, non a settembre, che ormai siamo stanchi. Ovviamente abbiamo iniziato con la passione, poi però è diventato anche un lavoro e di conseguenza ha portato le sue fatiche e le sue dinamiche. Noi rimaniamo aperti tre mesi d'estate e più di così non reggerei, ora è il momento di tornare in pianura, di cambiare pelle e mentalità. Ottobre è il mese che ci prendiamo io e la mia famiglia per fare qualche giro in montagna, riposarci, andiamo anche al mare, non facciamo solo montagna.

Una storia alla settimana per raccontare le vite di chi gestisce i rifugi: ognuna diversa, ognuna capace di evidenziare le diverse sfumature custodite da questo particolare mestiere














