Pensava di diventare scrittore e lavorava in un peschereccio, ma la passione per l'allevamento l'ha portato con la compagna in una frazione di tre abitanti, in Val d'Aveto

Luca e Sara sono partiti da zero per costruire un'azienda agricola in una frazione nel Parco Naturale dell'Aveto. Ora allevano settanta bovine di una razza a rischio estinzione; hanno ristrutturato cascinali, sentieri in pietra e un mulino a vento; al "mandillo" scambiano semi autoprodotti con gli agricoltori locali, e aspirano ad aprire un agriturismo. La storia di "Vincavacca", sull'Appennino ligure

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Sara e Luca sono una giovane coppia originaria della riviera ligure, che da ormai dieci anni ha cambiato la propria vita costruendo da zero un'azienda agricola a Villa Cella, una frazione con meno di cinque abitanti e una decina di casupole nel comune di Rezzoaglio, in provincia di Genova.
Siamo in pieno Parco Naturale Regionale d'Aveto e l'azienda Vincavacca si occupa principalmente di allevamento bovino, nella fattispecie della antica razza bovina cabannina, oggi a rischio estinzione. Sono ormai sette anni che la coppia fa allevamento sui pascoli di queste montagne, e da due anni a questa parte vivono stabilmente a Villa Cella.
Qualcuno li chiamerebbe "neorurali": persone che hanno deciso di tornare alla terra e alla montagna dopo che le generazioni precedenti avevano fatto il percorso opposto, lasciando i paesi e le campagne per trasferirsi verso Genova e le città in cerca di lavoro. A ben vedere, però, la loro vita in paese non è affatto la stessa di qualche decina di anni fa.
"In un certo senso, il nostro è un ritorno alle origini certo. I nostri nonni, però, non avevano grandi allevamenti: la Liguria è sempre stata caratterizzata da un'agricoltura polivalente, fatta di poche vacche, ulivi, vigneti, orti, castagneti e tante altre coltivazioni. Oggi ci siamo ritrovati in territori immensi. Anche se la Liguria non è una regione grandissima, l'abbandono delle montagne è stato talmente forte che ci siamo trovati a vivere in mezzo a grandi superfici ormai quasi completamente disabitate".
Da qui è nata l'idea di costruire un allevamento estensivo, con più capi rispetto alla tradizione familiare. Parliamo circa settanta vacche: numeri irrisori rispetto a molti allevamenti in pianura, ma equilibrati rispetto al territorio che si trova a sostenerli. È proprio in virtù di questo equilibrio e delle molteplici attività che essi vi affiancano – dal restauro di antiche cascine, sentieri e canaline, alla promozione e coltivazione di sementi locali –, che sono stati insigniti quest'anno del Premio Paesaggi Rurali Storici dall'Associazione Pris, nato per valorizzare e premiare la tutela, il recupero e la gestione dei paesaggi rurali storici e delle pratiche agricole tradizionali in Italia.
"Oggi molte di queste montagne vengono ricordate quasi esclusivamente in occasione della stagione dei funghi o durante l'estate, mentre per il resto dell'anno rimangono sostanzialmente vuote. Noi abbiamo scelto di tornare proprio in quei luoghi che rischiavano di perdere completamente la loro funzione".
Luca Quirini, co-proprietario di Vincavacca insieme alla moglie, ci ha raccontato qualche curiosità della loro vita agreste: le virtù di una razza bovina rustica ormai quasi dimenticata, gli incontri con i vecchi agricoltori per scambiarsi le sementi tradizionali, la ristrutturazione pietra dopo pietra di un vecchio mulino, ma soprattutto la storia di una coppia (cui si è ora unita una bimba) piena di passione ed entusiasmo, che ha scelto un modello di vita diverso, fiduciosa che anche la storia possa un giorno riconsiderare queste scelte di vita.
L'allevamento delle cabannine
"Abbiamo iniziato con una sola vacca e abbiamo scelto la Cabannina, una razza bovina autoctona ligure. Finché non si ha a che fare direttamente con una Cabannina è difficile capire che tipo di animale sia. Sono state proprio loro - asserisce Luca con sicurezza - a insegnarci questo mestiere".
Una razza rustica, dalla grande capacità di adattamento e resistenza, oltreché estremamente intelligente. Hanno una buona attitudine alla produzione di latte, ma allo stesso tempo possiedono caratteristiche tipiche delle razze da carne: sono indipendenti, capaci di vivere all'aperto e di gestirsi autonomamente anche in condizioni difficili. Non sono animali intolleranti, e hanno anzi un ottimo rapporto con le persone, ma conservano una grande autonomia.
"La cabannina è una razza molto curiosa, che ha bisogno di esplorare. Questo è particolarmente importante in un territorio come il nostro, dove non esistono pascoli facilmente meccanizzabili. I terreni sono spesso molto ripidi, poveri di graminacee e caratterizzati da boschi e sottoboschi. Le cabannine ci hanno insegnato persino come utilizzare il pascolo nel bosco, osservando il loro modo di muoversi e di scegliere le risorse a seconda delle condizioni dei terreni".
Nata e sviluppatasi in questo ambiente, la cabannina lo dimostra anche dal punto di vista genetico: presenta una notevole resistenza ai parassiti, all'umidità e alle condizioni difficili delle zone appenniniche. Le Cabannine sono inoltre molto longeve: possono arrivare a 18-20 anni e, se ben gestite, possono trascorrere gran parte dell'anno al pascolo. Nel caso di Vincavacca, gli animali vivono al pascolo e si alimentano prevalentemente con quello che trovano sul territorio, il che contribuisce a rendere i loro prodotti particolarmente pregiati.
"Per anni si è cercato di sostituirla con razze più produttive o considerate più interessanti dal punto di vista economico, come le Brune o le Valdostane. Eppure la Cabannina, lavorando sulla selezione, può dare buoni risultati sia per il latte sia per la carne. La crescita è relativamente lenta, ma questo non significa necessariamente una qualità inferiore: razze come l'Angus, per esempio, sono apprezzate proprio per la qualità della carne".

Il recupero di varietà agricole locali
Accanto all'allevamento, Luca e Sara si sono dedicati anche al recupero di alcune coltivazioni tradizionali. A Villa Cella i terreni non sono facilmente meccanizzabili, dunque l'agricoltura si costituisce per lo più di piccoli orti destinati all'autoconsumo e, in prospettiva, all'agriturismo che l'azienda ha rilevato e che ha in programma di riaprire al pubblico.
"Coltiviamo la patata bianca quarantina, una varietà tradizionale dell'Appennino, e abbiamo reintrodotto anche il mais quarantino e alcuni fagioli locali. Sono coltivazioni che richiedono molto lavoro manuale: non ariamo e non fresiamo il terreno, ma utilizziamo strumenti come la grelinette, una forca che permette di arieggiare il terreno senza rivoltarlo".
Il recupero delle sementi locali non è stato semplice: Sara e Luca hanno cercato le vecchie varietà parlando con gli abitanti del posto e con gli agricoltori più anziani. Esiste anche – ci ha raccontato l'agricoltore - una rete di scambio tra i giovani agricoltori della zona, attraverso iniziative come il "Mandillo dei Semi", una storica festa che si svolge a Santo Stefano d'Aveto dedicata al libero scambio di semi autoprodotti, marze, lieviti e saperi contadini.
A questo, si aggiunge l'attenzione anche alla selezione delle razze di altri animali. Non solo vacche dunque. Hanno anche recuperato anche alcune razze avicole locali, tra cui il Gallo Nero della Val di Vara e il Gigante Nero d'Italia, razze che appartengono alla storia agricola del territorio e che rischiavano di scomparire, e non solo.
"Per la fertilizzazione e la pacciamatura utilizziamo anche il materiale organico che abbiamo a disposizione in azienda. Abbiamo infatti anche una ventina tra pecore e capre, sei asini dell'Amiata, due cavalli bardigiani, che in parte teniamo anche come animali da compagnia, e il fieno che rimane può essere recuperato e utilizzato nel terreno".
L'idea, in prospettiva, è arrivare a utilizzare sempre di più direttamente i nostri prodotti anche nell'attività agrituristica e creare una filiera locale: dalla Cabannina alla carne, dagli orti alle varietà tradizionali, fino alla cucina.
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Cascine, muretti a secco, sentieri e strutture storiche
Quando Luca e Sara sono arrivati a Villa Cella, il paese era praticamente spopolato. Un tempo - ci racconta lui - c'erano una decina di famiglie, molto numerose, e un territorio pienamente vissuto e utilizzato. Oggi, invece, sono rimasti in pochissimi. Stabilmente vivono in zona soltanto loro e una coppia di anziani, che ha passato la vita a Milano ed è tornata qui dopo la pensione. Per il resto, ci sono altri due o tre che fanno su e giù dal paese.
Quando sono arrivati, dunque, il territorio giaceva in stato di forte abbandono, e la giovane coppia si è dovuta rimboccare le maniche. "Abbiamo acquistato tre vecchie stalle che erano in condizioni piuttosto precarie. Le abbiamo recuperate mantenendo il più possibile la struttura originale: abbiamo sistemato i tetti, i solai e gli spazi interni, continuando a utilizzarle come strutture per gli animali".
Parallelamente hanno iniziato a recuperare i sentieri, i muretti a secco e i terreni che erano stati progressivamente invasi dalla vegetazione. "Dove un tempo c'erano prati e pascoli stavano tornando il bosco, i rovi e l'incolto, quindi abbiamo iniziato a ripulire e riaprire questi spazi".
"Un lavoro importante ha riguardato anche i piccoli corsi d'acqua e i canali per l'irrigazione, i beudi. Dopo anni di abbandono erano stati invasi dalla vegetazione e, in alcuni casi, anche dai rifiuti. Un tempo c'era meno consapevolezza dell'impatto che materiali come la plastica potevano avere sull'ambiente e molti rifiuti erano stati semplicemente abbandonati lungo i versanti. La pulizia di questi canali è diventata ancora più importante con gli eventi di pioggia intensa: è capitato, quando l'acqua arrivava in grande quantità, di avere i fossati e i percorsi dell'acqua che esondavano perché sporchi".
"Abbiamo poi iniziato a recuperare anche gli antichi sentieri in risseu (ciottoli di pietra posati a coltello). Qui passa una strada millenaria, realizzata con la cosiddetta 'pietra martina', che collegava la zona di Piacenza a Chiavari. In alcuni punti ci sono frane e cedimenti e il lavoro di recupero è necessariamente molto lento".
Ora, attraverso iniziative e raccolte fondi, i due hanno contribuito agli interventi sulla chiesa, sulla canonica e sulla facciata, e stanno pensando al recupero di un antico mulino, con finalità dimostrative, storiche e culturali. Si sono presto inseriti nella comunità, e partecipano attivamente alle iniziative locali come la festa di San Lorenzo.
"Una struttura storica, per quanto bella, se non c'è qualcuno che se ne prende cura prima o poi rischia di crollare". Il recupero del territorio non può quindi limitarsi ai prati o agli animali: così almeno pensano quelli di Vincavacca. È necessario tutelare anche anche la memoria, gli aspetti sociale e le strutture che raccontano la storia di chi ha vissuto qui.
"È un lavoro che probabilmente ci accompagnerà per tutta la vita", commenta Luca. "Ma crediamo ne valga la pena: si procede un pezzo alla volta, cercando di ripristinare e migliorare quello che esiste già".

La storia di Luca e Sara
Dopo il liceo classico, Luca pensava di fare lo scrittore. "Ero appassionato di poesia, musica e chitarra. Per un periodo ho lavorato anche su un peschereccio, una lamparella per la pesca delle acciughe a Sestri Levante, perché volevo conoscere meglio il mare e trovare esperienze da cui trarre ispirazione per quello che avrei scritto".
Poi, la vita ha preso un'altra direzione, e Luca ha deciso di provare a lavorare in un'azienda agricola. "I miei nonni erano morti abbastanza giovani e quindi non avevo una vera esperienza familiare nel mondo agricolo: mi consigliarono di andare a lavorare in un'azienda che aveva delle vacche. E io ci andai".
L'esperienza non è stata del tutto positiva, ma ha fatto nascere in Luca la passione per gli animali. Quando quell'azienda ha chiuso, dopo circa quarant'anni di attività, si è trovato a dover ricominciare da zero. Il proprietario teneva solamente vacche piemontesi, così, un po' per contrasto dopo un brusco epilogo, lui ha dedicato la sua passione alle cabannine.
È stato così che ha conosciuto Sara.
Lei aveva avuto una forte competenza tecnica nel settore: ha studiato agraria e ha lavorato per anni come giardiniera. Si è avvicinata progressivamente al mondo dei piccoli animali e degli orti: prima le galline, poi capre e pecore e, più recentemente, le vacche.
I due si sono incontrati nell'ambito dell'associazione degli allevatori di cabannine (Aparc), della quale Luca è stato presidente fino all'anno scorso, e di cui al tempo Sara è stata segretaria.
"Prima è nata la collaborazione, poi l'amicizia e infine ci siamo innamorati. Ci siamo sposati e abbiamo avuto una bambina. Adesso cerchiamo di costruire anche per lei un'alternativa, un modo diverso di vivere rispetto a quello che vediamo intorno a noi. Non sappiamo quale sarà la sua scelta quando crescerà: magari un giorno deciderà di andarsene e fare tutt'altro. Ma per noi era importante provare a offrirle un'altra possibilità".
Per ora i servizi essenziali, in zona, reggono ancora. Circa 15 minuti d'auto più a valle, a Rezzoaglio, c'è una scuola che raccoglie i bambini delle località vicine: ci sono l'asilo, le elementari organizzate con classi accorpate e anche le scuole medie. "La cosa che ci manca di più, forse, è avere altre persone qui vicino. Quando vivi in cima a una montagna e ti si rompe un trattore, o hai un problema qualsiasi, hai bisogno di qualcuno che possa aiutarti".
È per questo che oggi Luca e Sara sono così attivi sul territorio, sforzandosi di tessere una trama sociale sgualcita da molto tempo: sono fiduciosi, dicono che i segnali ci sono e che man mano l'interesse per quelle zone cresce e si consolida.
Luca, lavora ancora part-time come postino, giù a valle. Gli serviva finché l'azienda non avesse preso solidità, e ancora oggi continua, almeno fino a che non realizzeranno il sogno dell'agriturismo. Il resto del tempo, lavora quassù insieme a Sara. Si prende cura delle sue cabannine e dei terreni di Villa Cella, qualcuno intanto si è accorto della loro presenza e magari guarda alla loro nuova vita con ammirazione.
Speriamo allora che abbiano ragione ad essere così ottimisti, che questo premio sia un primo piccolo segnale d'incoraggiamento per il loro percorso e di rinascita per quella piccola frazione della Val d'Aveto.












