"C'è una signora sarda che d'inverno si trasferisce a lavorare a Crans Montana". I migranti che operano nel settore del turismo montano di lusso spesso rimangono invisibili ed esclusi

I territori montani, proprio per le loro particolarità, sono in grado di offrire visibilità e dignità alla persona? O Sono invece strumento di ghettizzazione, e di ulteriore marginalizzazione? Il sociologo Andrea Membretti - ospite al Festival L'Altramontagna - ci racconta il suo viaggio, e la sua esperienza, attraverso l'"under class" che popola le terre alte. I "montanari per necessità" e i "montanari per forza" sono la maggioranza della nuova popolazione montana: ecco perché è importante dare loro visibilità

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Sabato 6 giugno, alle ore 17.30, il Festival de L’Altramontagna "Il Fiore del Baldo" (qui il programma completo) ospiterà l’incontro dal titolo Diventare montanari: chi sono gli abitanti delle nostre montagne? dove l’autore, Andrea Membretti, in dialogo con Mauro Varotto presenterà il suo ultimo libro Diventare montanari-Viaggio tra i nuovi abitanti delle terre alte, edito da People, terzo volume della collana firmata L’Altramontagna e impegnata nella divulgazione delle terre alte con sguardi e prospettive ancora inediti.
Andrea Membretti è membro attivo del comitato scientifico de L’Altramontagna, insegna Sociologia del Territorio all’Università di Pavia e all’Università di Milano-Bicocca. È tra i fondatori dell’associazione Riabitare l’Italia ed è attualmente coordinatore del progetto Vivere e Lavorare in Montagna - Scuola di Montagna con l’Università di Torino.
Ho pensato di portare Carlo Marx a farsi un giro in montagna. […] Ho pensato di salire idealmente le Alpi con lui. Ma non tanto con l’ideologo del socialismo moderno […]. Piuttosto, mi sono fatto accompagnare dallo studioso della società capitalistica, delle sue articolazioni produttive e insediative […]. Dallo scienziato che ha teorizzato il concetto di classe sociale e della società divisa in classi, in particolare, che era il punto di mio interesse.
Così comincia il libro uscito questo novembre, avvisando fin dalle prime pagine il lettore che per osservare il fenomeno delle "migrazioni verticali", quelle reti migratorie che portano le persone dalla città alle zone montane, è utile tornare a parlare di classi sociali e di una società divisa in classi.
In attesa del festival, una breve intervista, all’autore, offre qualche anticipazione sui rapporti tra terre alte e under class, tra migranti internazionali e lavoratori stagionali, tra emarginati e territorio montano, che ha indagato personalmente con uno sguardo diretto sul campo.
Nell’introduzione al libro, "scomodi" Karl Marx, portandolo nel contesto delle terre alte, e torni a parlare di classi sociali, upper class, middle class, e under class. Ci diresti, per te, da chi è rappresentata l’Under class?
L’ under class è una componente sociale che si trova ai margini e al di sotto dell’organizzazione sociale complessiva, quindi è invisibile e, spesso, lo è anche in montagna. L’under class rappresenta la parte maggioritaria del neo-popolamento della montagna: è composta da migranti internazionali o migranti lavorativi, nel libro ne ho parlato chiamandoli "montanari per necessità" e "montanari per forza" che sono due categorie che in parte si intrecciano e si sovrappongono. La prima categoria è composta da persone che arrivano a vivere nei territori montani tramite reti migratorie e spesso sono sottopagate. In montagna poi possono trovare abitazioni da prendere in affitto a basso prezzo o vivere negli stessi posti in cui lavorano, come capita nelle attività ricettive ad esempio gli alberghi. Poi ci sono i "montanari per forza": sono persone che non hanno avuto nessuna possibilità di scegliere la montagna, sono state mandate in centri di accoglienza e sono maggiormente presenti nelle aree dell’Appennino.
I "montanari per forza" in altri contesti vengono anche chiamati gli invisibili della società, o vengono definite come persone ai margini. Il fatto che vengano messi in centri di accoglienza, in montagna, senza possibilità di scelta, non accentua questo processo di marginalizzazione? Oppure, uscire dal contesto cittadino, uscire dalla massa indistinta della città, diventa occasione per tornare visibili?
Si possono verificarsi entrambe le situazioni.
Un caso emblematico, che racconto nel libro, è quello di Pettinengo sulle Alpi biellesi, dove l’associazione Pacefuturo ha avviato uno dei più innovativi processi di accoglienza italiani, rivolto a migranti internazionali. In quel contesto, la persona riesce a uscire dall’anonimato, molto spesso, dovuto alla assenza di diritti, e a costruire delle relazioni con la comunità. L’invisibilità rimane, perché queste valli sono di per sé marginali e questi progetti non sono conosciuti, ma il migrante diviene una persona con un nome, un volto e una storia e inizia a sentirsi parte della comunità. Non capita con tutti, ma, quando succede così, le persone tendono a fermarsi perché trovano maggiore benessere in quei contesti: situazioni più agevoli, minori casi di razzismo o di discriminazione. Questi sono i vantaggi che porta quella che io chiamo la montagna laterale.
È vero che può succedere pure il contrario: la montagna diventa strumento di ghettizzazione, la persona è totalmente invisibile, perché lo diventa pure per la comunità in cui va a vivere. Per esempio, a Crans Montana è pieno di migranti lavoratori che operano nel settore del turismo di lusso e che rimangono completamente invisibili ed esclusi perché il territorio non è pensato per loro. Non vivono né le persone né gli spazi della comunità, sia per i ritmi di lavoro, sia per i costi proibitivi. Questo accade, non solo, a migranti internazionali, che provengono dal sud del mondo, ma proprio a Crans Montana, per esempio, c’è una piccola comunità sarda.
Raccontaci di più di questa comunità sarda, delle storie che hai ascoltato e delle persone che hai conosciuto.
C’è, per esempio, questa signora sarda, di mezz’età, che per altro proviene da un’area interna del sassarese e, quindi, da un’area montana, che per tutta la stagione invernale, si trasferisce a lavorare là. Inizialmente, si spostava solo lei, da qualche anno, invece, viene anche la figlia e, per di più, verso metà stagione, li raggiunge anche il marito, mentre il figlio, che è troppo piccolo, rimane in Sardegna a vivere con i nonni. Si viene a creare, quindi, una situazione difficile, di disarticolazione familiare, per certi versi la famiglia è spaccata in due. Certo, non è presente la stessa drammaticità che possono vivere migranti provenienti da altri continenti, ma comunque molto delicata e dolorosa. Ormai da anni e anni questa famiglia vive in queste condizioni: l’"essere una persona" sparisce davanti alle leggi di mercato e al bisogno di forza lavoro, schiacciata dai pressanti turni, anche di 16 ore, sei giorni su sette, ma anche sette su sette in piena stagione sciistica.













