Contenuto sponsorizzato
Cultura | 27 maggio 2026 | 18:00

Marco Paolini: "Avremo una crisi idrica senza precedenti, se non affrontiamo subito il problema della gestione della quantità dell'acqua". Al Festival L'Altramontagna lo spettacolo 'Bestiario idrico'

Fiumi e bestie d'ogni genere: dighe, canali, pompe, golene. Una moltitudine di entità misteriose e spesso invisibili. L'intervista ad una delle voci più influenti del panorama artistico italiano racconta l'urgenza di raccontare un territorio segnato dai corsi d'acqua e dalle infrastrutture idriche. Lo spettacolo di Marco Paolini aprirà la quattro giorni del Festival de L'Altramontagna sull'Altopiano di Brentonico

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

La parola "rivale" viene da "rivus", colui che attinge al tuo stesso corso d'acqua. Ancora oggi, peccherebbe di superficialità chi pensasse che l’utilizzo di un bacino idrografico possa funzionare senza una forma di accordo tra le parti.

 

Proprio per questo sono stati riconosciuti i cosiddetti "Contratti di Fiume", forme di accordo volontario tra enti pubblici, cittadini e imprese che mirano alla tutela, alla riqualificazione ambientale dei bacini idrici e alla riduzione del rischio idraulico, in un’ottica di sviluppo locale sostenibile e coesa, capace di superare i confini amministrativi.

 

"Domenica scorsa ero sul corso dell'Isonzo, e parlavo con i tecnici che stanno lavorando a un contratto di fiume parziale. Dicono che al momento sono circa duecento i contratti di fiume avviati nella Penisola (non tutti finalizzati). Ma i fiumi in Italia - quelli che hanno un nome - sono oltre settemila. Questo già dovrebbe darci un'idea della sproporzione tra il lavoro da fare e quello che è stato fatto".

 

A parlare è l’attore e drammaturgo Marco Paolini, conosciuto in tutto il Paese per la sua intensa attività sul palcoscenico e per i suoi testi, uno tra tutti Il racconto del Vajont. Di contratti di fiume e di molto altro si occupa Bestiario idrico, il suo ultimo progetto teatrale.

 

"Un racconto su generazioni di tagli e pettinature che dalla montagna al mare hanno dato forma alla terra governando l’acqua, e su come quest’opera, quest’azione, ci riguardi".

 

Giovedì 4 giugno Bestiario idrico sbarcherà a Brentonico, nella prima serata del Festival de L’Altramontagna "Il Fiore del Baldo". L’evento di Paolini ha fatto registrare il tutto esaurito a pochi giorni dall’annuncio, a testimonianza del ruolo che può avere l’arte nella divulgazione di contenuti di carattere sociale e ambientale, tuttavia lo spettacolo sarà solo l’inizio di una quattro giorni ricchissima di eventi.

 

Tra talk, presentazioni di libri, serate a teatro e passeggiate nel bosco, L’Altramontagna porterà il suo impegno divulgativo sul territorio dell’Altopiano di Brentonico. L’invito è esteso a tutti: qui il programma completo.

 

Di seguito l’intervista a Marco Paolini.

Ai piedi dell'altopiano di Brentonico corre l'Adige, che in tempi di siccità è stato oggetto di aspre contese tra Veneto e Trentino ("più che tra India e Pakistan è per regimentare l'Indo", dicevi in uno spettacolo). Come si riesce a trovare l’accordo con il nostro rivale di fiume?

 

Intanto bisogna riconoscerlo, conoscere il rivale come vicino, come prossimo. Non esiste contratto di fiume possibile senza empatia. In questo momento storico è ragionevole pensare che i contrasti aumenteranno, perché le risorse sono sempre meno, e laddove esplodesse il conflitto diventerà sempre più difficile mediare.

Il problema è che viviamo in un mondo di sospetti, c’è sempre il timore che dietro a un accordo ci sia altro. È sempre più forte la tentazione di immaginare che dietro a una richiesta dell'Europa ci sia un piano, che dietro un provvedimento ci sia la segreta intenzione di favorire qualcun altro. Questo rende la mediazione assai complicata.

La contrattazione, nella tradizione operaia, si fa tra gli operai e il padrone: per arrivare ad un accordo entrambi devono avere delle buone ragioni. Quali sono le buone ragioni di arrivare a un accordo sulla gestione dei fiumi? È questo che dobbiamo mettere a fuoco. Ma bisogna farlo per tempo. Questo dice chi si occupa di Contratti di Fiume: se vengono messi come la pezza sopra al taglio, non funzionano più.

 

 

Com’è nata l'idea dello spettacolo e il progetto dei Bestiari? Perché quella dell’acqua è una tematica strettamente attuale?

 

Quando ho cominciato a occuparmi di acqua, due anni fa, non avevo questa consapevolezza: era difficile mettere a fuoco le questioni nella loro complessità, e si rimaneva facilmente incantati da altre questioni trasversali.

Fino a cinquant’anni fa, quando si parlava di fiumi, se ne parlava per i canali maleodoranti, l’inquinamento delle falde, i veleni: erano cloache a cielo aperto. Anche la letteratura e la musica che parlavano di fiumi, lo facevano per dire: questa è l'Italia, guardate come siamo ridotti.

Ancora oggi, mi rimproverano spesso di non parlare abbastanza della qualità dell’acqua. E certo il problema non è risolto, però la qualità dell'acqua dei fiumi è molto migliorata rispetto a 50 anni fa. Al contrario, se non mettiamo mano al problema della gestione della quantità, avremo una crisi idrica senza precedenti.

Tendenzialmente c'è una stagione per parlare di queste cose, ed è proprio questa. Soprattutto in questi giorni di caldo anomalo. Appena arriva l'autunno, di siccità non si vorrà più sentire parlare. Lo scopo dell'Atlante delle Rive è trasformare tutto questo in storie proprio per creare un dibattito attorno al tema.

 

 

Quella veneta è da sempre una comunità fluviale: lo si vede moltissimo anche nella toponomastica. Quanto è importante riscoprire questo legame?

 

Non ho una risposta a questo, temo non sia quantificabile. So che è vitale reimmaginare una geografia fisica e non virtuale. Poi, il rapporto con il fiume è solo la parte in un sistema più ampio: dalla qualità dell’aria al consumo inarrestabile di suolo agricolo, che cambia destinazione d'uso e non torna mai indietro.

I fiumi sono solo un punto di partenza - a mio avviso efficace - per andare a occuparsi di comunità e territorio. Noi promuoviamo manifestazioni per la Giornata Mondiale dei Fiumi che siano corali, è importante che si crei un senso di coesione sociale attorno a un luogo vissuto.

Se si va a fare la scampagnata, va bene; se durante la scampagnata si legge qualcosa, va meglio; se adulti e bambini partecipano ad attività teatrali che in qualche maniera servono a rimettere la storia del fiume dentro la testa delle persone, è fantastico.

Non è un tentativo di recuperare la memoria, né uno sguardo al passato: è un punto d'appoggio per il futuro.

 

 

Il personaggio di Noè - nello spettacolo - dice che "l'acqua non si può controllare, solo gestire". A chi dovremo rivolgerci per salvarci dal prossimo diluvio?

 

A noi stessi naturalmente. Solo la politica è in grado di decidere e derimere le scelte, non c'è né scienza, né provvidenza che tenga.

Abbiamo uno strumento potente in mano: una volta che la scienza ci dà le informazioni, serve poi un'agenda che inserisca tutto questo tra le cose da fare, che gli dia un peso e una posizione nella scala delle priorità.

Se l'acqua è l'ultimo dei nostri pensieri, non saremo mai attori di un cambiamento, ma semplicemente spettatori di quello che succede.

Noè è uno di noi, non è il delegato di Dio a raccogliere le nostre istanze: sono le comunità che potranno decidere molto del loro futuro. Il vicino e il rivale sono due nodi che vanno insieme in questa storia: le rivalità vanno ricomposte all'interno delle comunità.

 

 

Dopo lo spettacolo sul Vajont, qualcuno avrà forse pensato che tu fossi contro le opere di ingegneria idrica. Bestiario idrico smentisce quest’idea. Ma allora, quando una diga va bene e quando no? In generale, quanto è importante saper calibrare la gestione territoriale a seconda del contesto in cui è calata?

 

Non c’è una risposta pacifica, perché per poter affrontare la domanda bisogna prima stabilire un criterio di costi e benefici condiviso. Un approccio tribale che non sia disposto ad ascoltare le ragioni di chi non fa parte della tribù non serve a niente.

Durante lo spettacolo Mar de Molada raccontavo la storia di come i Dogon, una tribù del Mali, affrontano le decisioni. I saggi, si siedono alla Toguna, che è una grande struttura di pietra molto bassa: non intorno ad una tavola come usiamo fare noi, ma stanno accucciati sotto. Loro pensano che la parola sia liquida, che esca da sotto le ascelle e così debba viaggiare. Perché si trasmetta questo liquido si deve mantenere calma la parola: se ti agiti batti la testa perché il tavolo è basso ed è di pietra.

Quindi si parla sottovoce, e la voce gira di vicino in vicino. È l’esempio di una forma di democrazia in cui non si strilla più forte degli altri, ma si collabora per costruire un dibattito. È una bella suggestione immaginare, anche qui da noi, delle riunioni per un qualche provvedimento dove, invece che discutere attorno un tavolo, lo si faccia seduti sotto.

 

 

Fotografie di Gianluca Moretto

Contenuto sponsorizzato