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Cultura | 28 maggio 2026 | 18:00

"La predazione avviene al mattino presto o al crepuscolo. I lupi individuano un piccolo gruppo isolato. L'attacco è fulmineo". Il quinto volume della collana de L'Altramontagna affronta il tema della pastorizia

"Oggi, lo abbiamo capito, si tende a contrapporre in modo rigido due modelli: da un lato la wilderness, dall'altro l'attività umana. Ma questa opposizione semplifica eccessivamente la realtà. Molti degli ambienti più ricchi di biodiversità sono proprio quelli intermedi". È uscito in pre-ordine il libro "Pastori, animali e pascoli. Breve viaggio in un mondo da scoprire" di Luca Battaglini

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

"Oggi, lo abbiamo capito, si tende a contrapporre in modo rigido due modelli: da un lato la wilderness, dall'altro l'attività umana. Ma questa opposizione semplifica eccessivamente la realtà. Molti degli ambienti più ricchi di biodiversità sono proprio quelli intermedi. Prati stabili, pascoli, radure: spazi di transizione, mantenuti nel tempo da pratiche agricole e pastorali. Eliminare queste pratiche significa perdere anche questi ambienti. E, con essi, le specie che li abitano".

 

Esce oggi, 28 maggio, Pastori, animali e pascoli. Breve viaggio in un mondo da scoprire di Luca Battaglini.

 

Pubblicato dalla casa editrice People, è ora disponibile in pre-ordine a questo link. Il volume è anche il quinto volume della collana firmata L’Altramontagna, curata da Mauro Varotto e Marco Albino Ferrari, ed impegnata nella divulgazione delle terre alte con sguardi e prospettive ancora inediti. 

 

L'autore, da quarant'anni lungo le rotte dei pastori, ci consegna uno sguardo a cavallo tra scienza e poesia, raccontandoci come il mondo pastorale abbia contribuito a costruire il prezioso paesaggio montano, un mosaico complesso - un eco-mosaico - in cui boschi, prati, 

coltivi e insediamenti si alternano secondo equilibri dinamici. È una montagna vista da un'altra prospettiva, discreta e antica, ma che pure sa offrirci la possibilità di un domani. 


Luca Battaglini è docente di Alpicoltura ed Etica e benessere animale all'Università di Torino e una delle voci più autorevoli sul mondo della pastorizia. La sua passione nasce da esperienze dirette vissute fin da giovane in un piccolo borgo valdostano, dove ha imparato a conoscere da vicino il valore del lavoro, delle relazioni e delle culture alpine. Nel suo percorso si è occupato di biodiversità, di servizi ecosistemici, di produzioni di formaggi, senza mai separare gli aspetti tecnici da quelli umani ed etici della pastorizia. Attualmente è Presidente della SoZooAlp (Società per lo studio e la valorizzazione dei sistemi zootecnici alpini), e continua a muoversi tra università e territori, per raccontare un mondo in trasformazione. 

 

Un assaggio del libro ci viene offerto oggi dalla viva voce dell’autore, con un’intervista che attraversa i principali nodi della complessa rete che lega le attività antropiche alla conformazione delle nostre montagne. Sabato 6 giugno, Luca Battaglini sarà anche ospite al Festival de L’Altramontagna "Il fiore del Baldo", con il talk "La pastorizia è ancora un mestiere sostenibile? Tra crisi climatica, trasformazioni sociali e fauna selvatica". L’evento, ad ingresso gratuito, si terrà alle 18:30 all’interno di Palazzo Baisi, a Brentonico.


Il libro si apre con un capitolo dal titolo "Montagne ‘pulite’, montagne ‘sporche’". A cosa si riferisce?

 

Occupandomi di agricoltura, allevamento e pastorizia, ho imparato che la bellezza di un luogo è anche il risultato di un'azione combinata dell'uomo con i suoi animali, che può essere a tutti gli effetti una forma di manutenzione del territorio.

Queste operazioni richiedono un certo tipo di abilità e di conoscenze naturalmente: non è sempre certo che l'animale e l'uomo riescano a rendere una montagna "pulita". Tuttavia, quella che viene detta comunemente "montagna sporca" è spesso il risultato di una mancanza, di un'assenza di azione umana in questi luoghi storicamente antropici.

L’abbandono comporta tutta una serie di effetti: la vegetazione incontrollata, il bosco che avanza, l’impoverimento del terreno. Tutto questo non è sempre desiderabile, e ha conseguenze su larga scala. Il passaggio di un gregge col pastore, invece, pulisce e contribuisce a tenere gestito il paesaggio. Grazie alla restituzione della sostanza organica che deriva dal passaggio di un gregge, il terreno si arricchisce anche di microbiologia, di una biodiversità meno visibile ma assai benefica per l’ecosistema.

 

 

Ad un certo punto solleva il tema dell’allevamento di razze alpine, il cui numero si sta riducendo drammaticamente. In che modo queste sono garanti dell’equilibrio di un certo ambiente?

 

Naturalmente, per quanto ricca di risorse, la montagna richiede che le si sappia cogliere.

C’è bisogno di animali che siano costitutivamente adatti, ad esempio che abbiano la conformazione del muso adatta a prelevare l'erba, che siano in grado di affrontare pendenze importanti, con un'ampiata muscolatura, anteriore e posteriore. Si tratta di animali più rustici, idonei per questi ambienti.

La Frisona, per esempio, presente ancora in alcune valli delle Alpi orientali, rappresenta un modello produttivo completamente diverso: arriva anche a 60 litri di latte al giorno (quasi un decimo del suo peso vivo), quando è in stalla in pianura, ma richiede condizioni difficilmente replicabili in montagna. Una produzione altissima, se si pensa che una "vacca di montagna" si ferma a una quindicina, massimo una ventina, di litri al giorno nei momenti di miglior condizione di qualità del pascolo.

Tra pecore, vacche e capre, parliamo di una settantina di razze rustiche allevate sulle nostre Alpi, tra i territori europei con la più alta concentrazione di razze autoctone. Sono il frutto di generazioni di allevatori che hanno selezionato animali in grado di vivere e produrre in condizioni spesso difficili come quelle di montagna.


Quali sono le differenze tra "transumanza" e "alpeggio alpino"?

 

La parola transumanza richiama il passaggio di un gregge o di una mandria da un luogo all'altro. Ci sono infatti delle transumanze che non stanno mai ferme, che si muovono tutto l'anno dal piano, passando per zone collinari, fino su in montagna. Queste sono quelle che noi chiamiamo transumanze: delle forme di pascolo nomade tipiche dell’Appennino, ma presenti anche nelle Alpi.

L'alpeggio, invece, è uno spostamento più limitato nel tempo, sono transumanze stagionali, e che vanno in direzione verticale: nel senso che ci si muove dal fondo valle all'alpe (un tempo si passava anche in stazioni intermedie, si faceva il pascolo in primavera nella montagna di mezzo per poi arrivare all'alta montagna).

Questa è una transumanza breve, stagionale, diversa da quella propriamente intesa, quasi nomade. Negli Appennini esiste quasi solo quest’ultima, la transumanza lunga, di greggi tra l'altro sempre più grandi: anche di due-tremila pecore.

 

 

La pastorizia conserva, in ogni dialetto locale, un’incredibile varietà lessicale specifica: grange, muande, balme... Di che genere di patrimonio parliamo?

 

È un tema molto interessante, abbiamo attive anche collaborazioni con linguisti e altri ricercatori di area umanistica che stanno dando esiti interessanti.

Il mondo della pastorizia è costellato di nomi che hanno un significato importante e molto concreto per la vita del pastore. Spesso sono nomi di luoghi, un luogo per tenere gli animali, quello dove si può pascolare più a lungo, oppure un riparo per il gregge in caso di avversità climatica.

Altri invece, come "escaroun" in occitano, che indica il "piccolo gregge che si stacca dal gregge principale per raggiungere i pascoli migliori". Un’immagine sorprendentemente precisa, che restituisce non solo un movimento, ma un modo di leggere il territorio.

Si tratta del riconoscimento dell’intelligenza dell'animale, e quindi un insegnamento per il pastore che guiderà il gregge di conseguenza.

Si tratta di saperi, di dettagli, di prospettive che si trasmettono in alcune valli, e non sempre questa lingua si conserva. Però poterne parlare, poterne anche richiamare i significati affascinanti è importante, e possono essere degli elementi che ti aiutano a identificare il luogo e capirne il senso e il valore.


Sapersi raccontare è fondamentale per le realtà montane. Alcune formule riescono a farci riconoscere la filiera dietro il cibo che mangiamo. Cosa s’intende per prodotti "sotto il cielo"?

 

La prima volta che ho letto questa formula era in un'azienda che produceva carne in Scozia: "carne sotto il cielo" l'avevano chiamata, era carne di bovini di razza Highland che vivono allo stato brado mangiando soltanto erba. Questo concetto poi si è esteso ad indicare anche formaggi, latte, burro, tutto quello che viene prodotto da animali che stanno all'aperto.

Ciò non significa che da un animale in stalla non possano venire produzioni di grande valore, però parlare di "sotto il cielo" può voler dire valorizzare sistemi di allevamento diversi, più complessi e capaci di portare un beneficio diretto al territorio.

Il pascolo migliora, il suolo migliora e spesso migliora anche il prodotto. Qualcuno ha usato questo termine anche per la lana, che negli animali all’aperto si conserva più pulita e pregiata.

Poi ci sarebbe anche da riflettere su cosa significa "stare all’aperto": essere confinati in un recinto, non è la stessa cosa che pascolare liberamente. Ad ogni modo, la formula "sotto il cielo" ci dà un’idea di quanto - oltre al pascolo e alla produzione – il pastore e casaro oggi debba anche sapersi raccontare.

Certi formaggi a latte crudo, il burro di montagna, alcuni tipi di carne da allevamento all’aperto sono prodotti assolutamente pregiati, che dietro hanno una lavorazione complessa che è importante saper raccontare ai consumatori.

 

 

"La lana ha perso il suo racconto". In che senso? Cosa comporta il fallimento del mercato della lana?

 

La lana ha una storia importante, nei secoli è sempre stata un prodotto estremamente utile e valorizzato, poi ultimamente è diventato un prodotto di scarto, un rifiuto anche difficile da smaltire.

Perché è accaduto? Perché la lana, almeno quella locale, ha smesso di sapersi raccontare. Il racconto di qualcosa che l'animale produce naturalmente, che offre il manto capace di proteggere l’animale e al tempo stesso deve essere periodicamente asportato, che allora diventa una risorsa enorme per l’uomo, una fibra capace di trasformarsi in prodotti di qualità eccellente.

Negli animali domestici la lana andrebbe tosata almeno una-due volte all’anno, dunque le quantità a disposizione da un gregge possono essere assai significative. Oggi, però, anche per la concorrenza di altre fibre o di mercati che forniscono questo prodotto a dei prezzi decisamente più concorrenziali dei nostri, è diventata un problema per l'allevatore.

È una storia che finisce male: la fibra nobile dell'animale è diventato uno scarto, un costo in più sulle spalle dell’allevatore.


Lupi e strumenti di prevenzione: il tema è oggi al centro di un acceso dibattito pubblico. Ci aiuta a tracciare un quadro complessivo della situazione?

 

È chiaro che il lupo non è un animale che può essere considerato amico del pastore. Anche se qualcuno cerca di presentare la propria esperienza in questo modo, la realtà è che il lupo è un avversario intelligente: un animale che sa cogliere il momento buono per colpire, che sceglie una pecora piuttosto che un selvatico per questioni di economia, che riesce a studiare il varco per superare le recinzioni.

Ora, per riflettere dettagliatamente sul modo che ha l'allevatore di proteggersi e sui metodi di prevenzione (le recinzioni, i cani, la stalla per la notte), va tenuto presente che un animale tenuto in questo modo avrà dei problemi. Questi vanno dalla qualità dei prodotti caseari e della lana, alla salute degli animali. Spesso quando si parla di "benessere animale" si pensa ai selvatici o agli animali da affezione, però anche gli animali da reddito hanno delle necessità, soprattutto quelli predisposti alla vita di montagna.

Poi le conflittualità sono molte: nel libro racconto un’esperienza personale in cui mia moglie è stata morsa da un pastore maremmano mentre passeggiavamo: anche questo è un altro argomento che va sollevato. È una dinamica frequentissima nelle zone ad alta presenza turistica (in quel caso, il Parco delle Foreste Casentinesi), che crea problemi seri per gli allevatori.

Dovremmo iniziare a riflettere sul fatto che siamo arrivati a un livello di densità di questi carnivori che è fuori controllo, con animali da reddito che invece si presentano sempre più deboli e fragili. Le forme di abbattimento non regolare vanno senz’altro condannate, ma sono due facce della stessa medaglia: anche la genetica lo dice, il lupo in Italia – espandendosi – diventa sempre più ibridato con i cani. Se vogliamo difendere la biodiversità selvatica, non possiamo lasciare il lupo all’espansione incontrollata. Facciamoci anche delle domande su quello che sta diventando questo animale.

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