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Cultura | 30 maggio 2026 | 18:00

"I ragazzi erano praticamente spariti: in alcuni dei paesi dove abbiamo girato vivevano circa cinquanta persone in totale". Su RaiPlay è disponibile il documentario sacro moderno

Dal 30 maggio è disponibile su RaiPlay Sacro Moderno, primo lungometraggio del regista abruzzese Lorenzo Pallotta. Più che un semplice documentario sulle aree interne, il film appare come un racconto sospeso tra memoria, ritualità e senso di appartenenza, ambientato in un Appennino lontano sia dalla retorica nostalgica sia dalla narrazione turistica della montagna

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Dal 30 maggio è disponibile su RaiPlay Sacro Moderno, primo lungometraggio del regista abruzzese Lorenzo Pallotta. Più che un semplice documentario sulle aree interne, il film appare come un racconto sospeso tra memoria, ritualità e senso di appartenenza, ambientato in un Appennino lontano sia dalla retorica nostalgica sia dalla narrazione turistica della montagna.

 

Girato tra piccoli paesi della provincia di Teramo, sul versante adriatico del Gran Sasso, il film nasce da un ritorno personale dello stesso Pallotta nei luoghi dove è cresciuto. Dopo anni trascorsi fuori dall’Abruzzo, tra Milano, Londra e il lavoro nel cinema, il regista è tornato stabilmente nelle montagne della propria infanzia poco prima della pandemia, iniziando un lungo lavoro di ricerca sulle comunità locali, sulle tradizioni e sul progressivo svuotamento dei borghi.

 

"Quando sono tornato mi sono reso conto che molti giovani se ne erano andati", racconta Pallotta. "In alcuni dei paesi dove abbiamo girato vivevano circa cinquanta persone in totale, e i ragazzi erano praticamente spariti". In questo contesto prende forma la storia di Sacro Moderno. Al centro ci sono Simone e Filippo: il primo è un adolescente cresciuto all’interno della comunità, il secondo un uomo isolato che vive quasi da eremita. Entrambi si muovono dentro un ambiente segnato dalla solitudine, dalla ritualità religiosa e dal peso delle aspettative collettive.

 

Secondo Pallotta, il film non vuole però limitarsi a raccontare lo spopolamento o la crisi delle montagne. "Il mio senso del film è parlare di libertà, della possibilità per i giovani di scegliere la propria strada", spiega il regista.

 

Nel corso dell’intervista emerge infatti uno degli aspetti più interessanti del progetto: il rapporto complesso tra individuo e comunità nelle aree interne. In Sacro Moderno la montagna non viene rappresentata come luogo idealizzato o incontaminato, ma come uno spazio umano fragile, attraversato da tensioni, chiusure e responsabilità difficili da sostenere. "La paura di abbandonare il paese, quasi di tradire la propria comunità, può diventare un peso enorme per un ragazzo", racconta Pallotta. Nel film questa tensione prende forma simbolicamente nella scena della processione finale, in cui il giovane protagonista porta una croce sulle spalle, immagine che rappresenta il carico di aspettative e responsabilità imposto dalla comunità stessa.

 

Il regista evita volutamente ogni rappresentazione folkloristica dell’Appennino. "Non volevo fare il quadretto romantico della montagna", spiega. "Ho raccontato quello che conosco: luoghi bellissimi ma anche molto complessi, dove spesso c’è ancora diffidenza verso chi arriva da fuori e dove il cambiamento viene vissuto con paura".

 

Anche la pandemia, avvenuta durante le riprese, ha finito per entrare indirettamente dentro il film e nello sguardo del regista. Pallotta racconta di come, nei mesi del Covid, le piccole comunità montane abbiano reagito chiudendosi ulteriormente verso l’esterno, mostrando tanto la fragilità quanto l’istinto di sopravvivenza di territori già segnati dall’isolamento. 

 

Eppure Sacro Moderno non sembra voler formulare condanne definitive. Piuttosto prova a osservare dall’interno un mondo che sta cambiando rapidamente, interrogandosi su ciò che resterà delle tradizioni, dei riti e dei paesi di montagna nei prossimi decenni.

 

"Molte cose si stanno perdendo", dice Pallotta. "Ma il futuro delle montagne dipenderà anche dalla capacità di aprirsi e accogliere nuove energie". Con questo lavoro il regista abruzzese porta al centro del racconto cinematografico territori raramente protagonisti del cinema italiano contemporaneo. Un Appennino duro, silenzioso e marginale, ma ancora capace di interrogare questioni universali: la libertà, il senso di appartenenza, il rapporto con le proprie radici e la possibilità, o meno, di scegliere il proprio futuro.

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