"Van Gogh confidò di voler dipingere i girasoli per decorare le pareti della camera destinata ad accogliere Paul Gauguin". I fiori nell'arte sembrano non appassire: ne parliamo con l'artista Lacasella

Il fiore - cresciuto in natura o selezionato e coltivato - entra nell'arte sia per esprimere una seri e di stati d'animo, che per il potenziale simbolico in esso custodito. Questo soggetto, ripetutamente raffigurato nell'arte del passato, non manca di esempi significativi tra i pittori contemporanei. Per approfondire questo tema ci siamo rivolti all'artista Silvio Lacasella, che venerdì 5 giugno alle 16:30 parteciperà all'evento "Nel giardino dell'arte i fiori non appassiscono", inserito nel programma del Festival de L'Altramontagna "Il fiore del Baldo"

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Lo stretto rapporto tra arte e montagna trova una declinazione molto suggestiva osservando i fiori che in essa spontaneamente crescono. Il fiore - cresciuto in natura o selezionato e coltivato - entra nell’arte sia per esprimere una seri e di stati d’animo, che per il potenziale simbolico in esso custodito.
Ancora più delle montagne i fiori sono stati una fonte inesauribile di ispirazione per molti artisti. Questo soggetto, ripetutamente raffigurato nell’arte del passato, non manca di esempi significativi tra i pittori contemporanei.
Per approfondire questo tema ci siamo rivolti all’artista Silvio Lacasella, che venerdì 5 giugno alle 16:30 parteciperà insieme agli illustratori Andrea Bettega e Serena Mabilia all’evento Nel giardino dell’arte i fiori non appassiscono, inserito nel programma del Festival de L'Altramontagna "Il fiore del Baldo".
Partendo proprio dalla fine, quali artisti contemporanei o del recente passato hanno utilizzato il fiore come soggetto?
Pensando alla "poetica" provocatoria e lacerante che oggi accompagna gran parte delle manifestazioni artistiche, sorprende in quanti casi il fiore entri come soggetto nell’arte contemporanea. Per rimanere in Italia è sufficiente ricordare i pittori del nostro Novecento: da Morandi a Mafai e Donghi, da De Pisis a Casorati, e più vicini ancora, Morlotti, Schifano, Guccione…
Molto interessante è trovare i fiori nei dipinti giovanili di alcuni pittori divenuti poi astratti, come, ad esempio, Afro: questo, credo, per le cadenze geometriche oltre che timbriche che questo tipo di soggetto offre. Ma li troviamo anche nell’immaginario e nella produzione matura di Fontana, Tancredi o Leoncillo, veri campioni dell’astrattismo: per citare i primi tre che mi vengono in mente, lontani da ciò che solitamente si intende per figurazione. Non diverso è quanto accade nell’immenso giardino dell’arte internazionale, a cominciare dagli impressionisti, ovviamente, senza mettere da parte gli espressionisti, i simbolisti, gli artisti della Secessione. L’elenco sarebbe davvero troppo lungo, come scordare Odilon REdon, ad esempio. Poi si arriva ai nostri giorni: da Georgia O’Keffe a Andy Warhol, sino ad Antonio Lopez Garsia o alla serie dei girasoli di Anselm Kiefer.
Un fiore, il girasole, che retrocedendo di circa un secolo e mezzo porta a Klimt o al magnifico "Autoritratto con girasole" di Van Dick, del 1632/33.

Non hai però citato i più celebri, quelli di Van Gogh...
In realtà l’ho fatto apposta, così da potergli dedicare uno spazio maggiore. Con riferimento ai girasoli, Van Gogh confida al pittore Emile Bernard di volerne dipingere una mezza dozzina, col proposito di decorare le pareti della camera destinata ad accogliere Paul Gauguin, nella "casetta gialla" di Arles. Una motivazione importante. Lo si capisce leggendo quanto scrisse nell’agosto 1888 al fratello Theo: "Ci sto lavorando ogni mattina, dall’alba in avanti, in quanto i fiori si avvizziscono così rapidamente e bisogna fare in modo di dipingerli subito, al primo colpo". Ne completerà solamente quattro, però, nelle righe in cui descrive la necessità di essere veloce, sferzando la luce al "primo colpo", c’è tutto Van Gogh.
Se la luce cambia in ciò che è fermo, ancor più rapidamente trasforma ciò che deperisce. Infatti, nel descrivere una di queste composizioni. In uno di questi quadri si vedono tre fiori: "Uno dei quali è appassito e ha perso le foglie e uno è in bocciolo su uno sfondo azzurro intenso". Qui, senza volerlo, Van Gogh riprende un tema molto ricorrente in pittura: "Le tre età dell’uomo".

Quand’è che il fiore finisce di essere un elemento decorativo per trasformarsi in soggetto simbolico e quindi anche narrativo?
La risposta è mai. Mai ha perso la sua capacità decorativa e sempre ha veicolato direttamente o indirettamente una serie di valori simbolici e narrativi. Più evidenti in determinati capitoli della storia dell’arte e meno in altri. Se l’elemento floreale è stato essenziale nello sviluppo dell’Art Nouveau, in determinate occasioni la sua presenza ha rafforzato la trama compositiva; in altre circostanze è stato inserito come elemento timbrico in grado di creare, attraverso la luce, un percepibilissimo suono interiore. Queste cose non hanno epoca: variano, ma non scompaiono.

Il fiore contiene in sé solo un elemento di bellezza?
No. Al suo fascino, all’incanto trasmesso dalla delicatezza dei petali, dalla gioiosa vivacità dei toni, dalla perfezione delle linee, si contrappone, come ha lasciato intendere Van Gogh, la sua rapida deperibilità. In un volto, ma ancor più in un papavero di Monet o nel vibrare dei riflessi di una sua ninfea, questa sensazione di percepisce in modo chiaro.
Il fiore, tra le più alte espressioni della bellezza, si congiunge con la transitorietà dell’esistenza. Non è un caso che Manet abbia dipinto alcune tra le sue peonie più candide, nella fase in cui sentì la morte avvicinarsi.
Vale anche l’esatto contrario: nel 1890 a Saint Rémy - due anni dopo Arles il burrascoso periodo di convivenza con Gauguin, durato nove settimane e terminato con l’episodio del taglio dell’orecchio - Van Gogh dipinge "Ramo di mandorlo in fiore". Un inno alla vita, essendo il mandorlo il primo albero a fiorire dopo il rigore invernale. Siamo in primavera dunque, la stagione della gioia, la medesima che porta al grande capolavoro di Botticelli custodito agli Uffizi, realizzato sul finire del Quattrocento (1482): un inno alla vita e un inno all’amore. All’interno della composizione, l’artista fiorentino, descrivendoli con grande precisione, inserì molti fiori: 55 margherite, 46 viole, innumerevoli specie di rose, quindi iris, gelsomini, ranuncoli, nontiscordardimé, fiordalisi e altri ancora.
Senza dimenticare i pittori fiamminghi e quelli del Nord Europa: insomma, il fior fiore dell’arte si è avvicinato a questo tema.














