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Cultura | 27 maggio 2026 | 13:00

Quale messaggio custodisce la locandina del Festival L'Altramontagna? Lo racconta l'illustratore Andrea Bettega

Autore della locandina del Festival de L'Altramontagna 2026 "Il Fiore del Baldo", sarà ospite per il talk di venerdì 5 giugno "Nel giardino dell'arte i fiori non appassiscono" (ore 16:30), che vedrà in dialogo tre sguardi diversi, tutti a loro modo afferenti alle arti visive, proiettati sul mondo delle terre alte: parliamo di Silvio Lacasella, artista e professore all'Accademia Cignaroli, Serena Mabilia, illustratrice

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

"Nel giardino dell'arte i fiori non appassiscono". Questo il titolo per riassumere l’appuntamento di venerdì 5 giugno alle 16:30, che vedrà in dialogo tre sguardi diversi, tutti a loro modo afferenti alle arti visive, proiettati sul mondo delle terre alte: parliamo di Silvio Lacasella, artista e professore all'Accademia Cignaroli, Serena Mabilia, illustratrice, e Andrea Bettega, illustratore e firmatario della locandina del Festival de L’Altramontagna "Il Fiore del Baldo" (Qui il programma completo).

 

Proprio Andrea Bettega oggi ci accompagnerà dentro alla locandina del Festival di quest’anno, che unisce il tema botanico di un evento che si teneva proprio a Brentonico tra gli anni Settanta e Ottanta, all’attenzione che il nostro quotidiano si impegna a dedicare alle terre alte in tutte le sue numerose sfaccettature, dagli aspetti naturali a quelli culturali.

Il Festival de L’Altramontagna "Il Fiore del Baldo" si terrà sull’Altopiano di Brentonico tra il 4 e il 7 giugno, con quasi trenta appuntamenti ad ingresso gratuito (qui il programma completo).

 

 

Ci racconteresti il processo creativo dietro alla locandina del festival di quest’anno?

 

Per la locandina del Festival de L’Altramontagna 2026 "Il Fiore del Baldo" ho scelto di partire da alcuni spunti legati a un festival biennale che già esisteva in passato, se ne sono tenute quattro edizioni proprio lì a Brentonico tra gli anni Settanta e Ottanta. Era un evento dedicato proprio alla biodiversità botanica del Monte Baldo: il nome "Il Fiore del Baldo" riprende proprio il titolo di quella ricorrenza. Allora, anche su incentivo delle realtà locali dell’Altopiano di Brentonico, abbiamo scelto di mantenere quel tipo di immaginario.

Partendo allora dal tema dei fiori, ho costruito la composizione cercando di coinvolgere e mettere in dialogo tutti gli argomenti trattati dal Festival. Dall’elemento centrale della montagna, si diramano tutti gli aspetti culturali che le ruota attorno: dalla letteratura al cambiamento climatico, dalla biodiversità floreale e vegetale fino al soccorso alpino. Tutte questioni, quelle coinvolte dal festival stesso, che intrecciano strettamente la componente antropica a quella naturale.

Alla base della locandina, quindi, ho inserito una fontana particolare che si trova proprio davanti a Palazzo Baisi, a Brentonico, che ospiterà la maggior parte degli eventi. Ho quindi costruito una composizione che mette insieme e riassume nella maniera più visivamente efficace un evento plurale come il Festival de L’Altramontagna.

Il tuo stile è uno particolarmente riconoscibile. Riesci ad isolarne le peculiarità e i modelli che vi stanno dietro?

 

La mia sintesi visiva è fatta spesso di piani sovrapposti, come fossero quinte teatrali. La ricerca di una dimensione di realismo immediato non ha mai fatto parte del mio stile, non cerco mai di rappresentare la realtà così com’è. Semmai provo ad incastrare forme e a creare composizioni che raccontino concetti, che evochino simboli già di per sé riconoscibili, in modo da creare delle piccole narrazioni d’insieme.

L’obiettivo è comunicare la complessità insita nelle varie immagini che dialogano tra loro, senza il bisogno di un intento realistico o didascalico, ma rimanendo fedele all’elaborazione mentale, all’idea del progetto che mi è stato commissionato. Questo è il risultato principale del mio modo di lavorare.

Poi, ovviamente, il mio stile è anche maturato da una serie di modelli, che sono molteplici e non vorrei ridurre a dei nomi specifici: mi interessa molto tutto il mondo delle avanguardie storiche italiane ed europee del Novecento, ma anche la cartellonistica, sia turistica che commerciale, tipica del Novecento europeo.

 

 

Ti senti un artista di montagna? Cosa ti ha portato a prediligere questa dimensione?

 

Il mondo della montagna è una banca di argomenti che negli anni ho interiorizzato e continuo a esplorare e a frequentare assiduamente. Proprio dalla mia esperienza nasce quello che ormai è un po’ il mio immaginario di riferimento.

Va detto che la montagna che rappresento non è la montagna e basta, ma una declinazione precisa di questa: la dimensione alpina, quella italiana ed europea, dunque molto antropizzata e complessa, e questo permette di rappresentare molte cose, non solo l’elemento naturale in sé.

È un microcosmo dalla forte eterogeneità, che riesce a inglobare realtà che interessano tutta la Penisola. Rappresentando la montagna si riesce ad avere uno spazio espressivo e di manovra ugualmente ampio e stratificato, quindi rimane un contesto nel quale trovo molta libertà artistica.

 

 

Come illustratore lavori di norma su commissione. Quanto spazio di libertà rimane per l’artista rispetto alla richiesta del committente e al messaggio che vuole trasmettere?

 

In realtà, già il fatto di dover risolvere un problema comunicativo posto dal committente è uno spazio di libertà espressiva. Le proposte che fai derivano sempre dalla tua ricerca, dal tuo background culturale e dal tuo modo di vedere e disegnare.

Il momento iniziale, quando presenti le prime idee, è molto libero. I compromessi arrivano eventualmente dopo, ma la prima direzione la dai tu. Quindi c’è spazio per guidare il lavoro verso forme e simboli che ti interessano, e dare una tua direzione al progetto, che certo poi passa al vaglio del committente.

Ad ogni modo, credo sia di interesse primario di chi commissiona l’illustrazione, individuare un artista che condivida certi valori, anche perché altrimenti difficilmente li saprebbe rappresentare.

Pur prediligendo l’illustrazione, ti sei mosso anche in altri linguaggi, penso per esempio al design del prodotto, o addirittura al podcast. Come vivi questo passaggio tra diverse forme espressive?

 

Mi è sempre piaciuto imparare e sperimentare cose nuove. Quando mi sposto dal mio ambito principale, che è il disegno, lo faccio sia per piacere personale sia perché alcuni contenuti richiedono linguaggi diversi.

Ci sono cose che non riesco a raccontare efficacemente solo con il disegno, quindi cerco altre forme. Però la maggior parte del mio tempo resta comunque dedicata all’illustrazione, il resto è più che altro sperimentazione.

 

 

Ci fai entrare un po’ nel tuo laboratorio? Da dove parti quando ti viene commissionato un progetto di illustrazione e come si sviluppa per arrivare al prodotto finito?

 

Per i lavori su commissione parto sempre da una ricerca: prima di informazioni, poi iconografica e visiva. Guardo fotografie, opere, riferimenti legati al tema.

Dopo questa fase, sviluppo di solito due o tre possibili soluzioni al problema comunicativo. Solo a quel punto inizio a disegnare.

Presento queste bozze al cliente insieme alla ricerca fatta. Le bozze sono quasi sempre in bianco e nero: se funzionano così, senza colore, allora funzionano davvero. Se non sono chiare già in questa fase, significa che c’è un problema.

Una volta scelta una proposta, si passa al disegno definitivo e infine al colore, con una o due prove. A volte propongo qualche bozza colore e lascio scegliere al cliente, altre invece faccio io. A quel punto il lavoro è praticamente concluso.

 

 

Quanto conta la storia nella rappresentazione delle Alpi nel tuo lavoro, quanto invece c’è di originale e innovativo?

 

La storia è una sorta di archivio, un vocabolario da cui attingere. I simboli che si sono sedimentati nel tempo sono già presenti nell’immaginario collettivo, quindi usarli è un punto di partenza molto potente.

Alcuni simboli vanno reinterpretati, altri possono essere usati così come sono. Il passaggio verso qualcosa di contemporaneo sta nel modo in cui li utilizzi: come li accosti, come li componi, come costruisci una nuova immagine partendo da elementi già conosciuti.

Sono quindi un punto di partenza, un gancio, che permette poi di costruire qualcosa di nuovo.


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