"Le contrade non si possono trasformare in una Disneyland, pena il loro snaturamento". Un particolare modello insediativo che si fa punto di equilibrio tra montagne afflitte dall'abbandono o dal consumismo

"Se da un lato rimane una certa idea di contrada come retaggio del passato, dall'altro cresce la tendenza alla 'borghizzazione', con contrade che diventano bomboniere per il fine settimana o il periodo estivo. Così però diventano spazi inanimati e viene meno la manutenzione necessaria al territorio circostante, che si inselvatichisce". Abbiamo approfondito questo tema con Mauro Varotto che, insieme a Andrea Savio e Roberto Pietro Lorenzato, ha di recente curato il volume 'Posina. La valle delle cento contrade'

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Se osservata da una prospettiva aerea, magari affacciandosi dalla bastionata prealpina, nelle sere di buona visibilità la Pianura Padana si manifesta in tutta la sua luminosità: mare scintillante che non va riflettendo i bagliori delle stelle, ma li cancella dal cielo con la forza di una luce propria, artificiale, violenta. È la luce di un’urbanizzazione/infrastrutturazione densa e diffusa che, come un manto fosforescente, ricopre con inquietante omogeneità ampie porzioni della Pianura.
Ma se dalla balconata prealpina voltiamo lo sguardo nella direzione dei rilievi, confidando di intercettare qualche arteria valliva, allora le luci improvvisamente si ritirano, non di rado inghiottite dalle ombre spesse e imperscrutabili dell’abbandono.
Qualche bagliore, tuttavia, qua e là si riesce ancora a scorgere, disposto quasi a formare una costellazione della terra. Luci solo apparentemente isolate, che testimoniano modelli insediativi antichi e, al contempo, capaci di parlare a una contemporaneità proiettata nella ricerca di un punto di equilibrio tra montagne segnate dal ritorno del selvatico e montagne afflitte dal consumismo. Stiamo parlando delle contrade.
Per approfondire lo stato di salute delle contrade, gli elementi che le caratterizzano e i risvolti attuali di questo particolare modello insediativo, ci siamo rivolti a Mauro Varotto, Professore dell’Università di Padova e membro del comitato scientifico de L’Altramontagna, che, insieme a Andrea Savio e Roberto Pietro Lorenzato, ha di recente curato il volume Posina. La valle delle cento contrade (Cierre edizioni).
Giovedi 4 giugno alle 18.00 Mauro Varotto sarà ospite al Festival de L’Altramontagna: QUI tutte le informazioni

In sintesi, quali sono gli elementi essenziali che vanno a caratterizzare una contrada?
La contrada è la forma insediativa rurale per eccellenza, la radice etimologica lo conferma, è la stessa di country (il latino contra): la sua funzione originaria è dunque quella della manutenzione e gestione dell’ambiente rurale, sia esso il campo, il prato o il bosco. La loro diffusione in area prealpina si spiega quasi sempre con la spinta colonizzatrice legata all’incremento demografico di età medievale e moderna. Questo aspetto va tenuto in considerazione anche oggi: la contrada deve mantenere la sua funzione di centro di cura e manutenzione dell’ambiente che la circonda.
La riscoperta delle contrade può avere un ruolo nell’arginare lo spopolamento dei territori montani o, perché no, nell’invertire la rotta demografica favorendo il ripopolamento della montagna?
La contrada è in genere un luogo appartato ma anche l’unità sociale minima di una valle. Per chi cerca tranquillità e una socialità semplice può essere un traguardo ambito e sicuramente gratificante. Attenzione però a non sottovalutare i rischi dell’isolamento e/o della promiscuità che spesso connota questi spazi abitativi, che per essere riabitati richiedono interventi di ammodernamento ed efficientamento, e una connessione che dia la possibilità di mantenere il contatto con il mondo.
Perché è importante tornare ad abitare una montagna che, a causa dell’abbandono diffuso, va inselvatichendosi?
Credo che la contrada sia una delle espressioni concrete del connubio tra montuosità e montanità, un luogo di mediazione tra funzioni diverse. Non semplicemente un luogo turistico, o di pendolari che se ne stanno per lo più altrove, ma un perno della cura verso il paesaggio addomesticato ereditato da secoli di civiltà rurale. Il selvatico sicuramente la penetra, e interagisce con la sfera domestica dei coltivi, dei prati da sfalciare, del bosco ceduo. È una palestra che allena alla possibilità di coesistenza tra natura e umanità, troppo spesso ed erroneamente concepite in opposizione. È così che si impara a lasciare spazio anche ad altro, ad essere più parsimoniosi.
Eppure l’attrazione per una montagna selvatica; per una montagna-culla di una presunta natura incontaminata, priva della presenza antropica, è un sentimento largamente diffuso in Italia. Ti chiedo allora: tra una visione che tende a sacralizzare valli e rilievi, e un approccio consumista (evidente soprattutto nelle principali località turistiche) esiste una terza via? Esiste una "montagna di mezzo"?
Penso sia esattamente questa la sfida: individuare una terza via che si distingua sia dalla baraonda turistica "mordi e fuggi", sia dalle sirene urbane alla ricerca di una natura incontaminata (ma sempre a disposizione…) o dell’abbandono visto in prospettiva romantica o glamour. La contrada è forse la frontiera dell’umano, ma è anche il ponte in cui esso è chiamato a dialogare con ciò che lo supera, nel reciproco rispetto.
Quali sono le principali problematiche che oggi affliggono le contrade e i loro abitanti?
Si sta perdendo questa funzione di mediazione: la contrada si urbanizza (soprattutto nei fondivalle lungo le vie di comunicazione) o viene abbandonata nelle zone più impervie: diventa seconda casa abitata pochi giorni l’anno o, nel peggiore dei casi, un rudere. Oggi in val Posina circa la metà delle cento contrade censite non ha residenti, e le contrade più numerose sono quelle prossime al centro del paese. In mezzo ci sono contrade che "resistono", con numeri sempre più esigui e popolazione sempre più anziana. Il patrimonio edilizio perlopiù vetusto non aiuta: spesso chi acquista deve farsi carico di importanti lavori di ristrutturazione. La speranza è che ci possa essere un ritorno, magari favorito da qualche incentivo ad hoc, che favorisca chi sceglie di tornare a vivere qui e di farsi carico di questa eredità.
La configurazione della contrada è idonea allo sviluppo turistico o rischia di risultare inadatta, deludendo le aspettative del turista?
Oggi la popolazione urbana spesso cerca una seconda casa che rispecchi il mondo da cui proviene, tirandosi dietro il modello della "casa singola con giardino", una forma dell’abitare che in contrada è difficile da reperire, perché gli spazi sono angusti e spesso promiscui, gli edifici accostati, semplici ed essenziali; oppure cerca la comodità, il bar sotto casa, un’offerta di servizi e animazione pensati per il turista, difficili da trovare in queste valli marginali. Il microcosmo rurale delle contrade non può trasformarsi in una Disneyland, pena il suo snaturamento. Serve un turista rispettoso della specificità di questi luoghi, che può essere una risorsa preziosa, ma serve una nuova alfabetizzazione alla montagna.
Non di rado si parla delle contrade quasi fossero relitti sociali ormai prossimi all’estinzione. A fare da contraltare a una narrazione disfattista, però, una certa letteratura tende a idealizzare questi contesti, offrendo loro una veste fin troppo romantica. Edulcorare la vita in montagna non rischia di avere dei risvolti controproducenti per i territori e per chi li abita?
Sì, se da un lato rimane una certa idea di contrada come retaggio del passato, dall’altro lato cresce la tendenza alla patrimonializzazione, all’imbalsamazione e alla "borghizzazione", con contrade che diventano bomboniere per il fine settimana o il periodo estivo. Così però diventano spazi inanimati, case fredde per buona parte dell’anno, e viene meno la manutenzione necessaria al territorio circostante, che si inselvatichisce, si chiude, perde il suo "respiro".
Nel libro parli di "psicogeografia" della ruralità abitata: vuoi accennare brevemente ai nostri lettori cosa intendi con questa formula?
La psicogeografia nasce negli anni Cinquanta soprattutto come filone di studi applicato all’ambito urbano, alla ricerca delle implicazioni dell’ambiente sul comportamento umano. Ho provato a declinare questo approccio al mondo rurale della contrada, e a definire alcuni tratti comportamentali che il vivere in contrada inevitabilmente ispira. Ad esempio la dimensione della fatica e del lavoro manuale è ineludibile, così come la parsimonia ispirata dall’essere lontano da tutto, o il bisogno di mutuo sostegno in frangenti difficili. Sono caratteri necessari, che ti fanno letteralmente "entrare" nel microcosmo della contrada: senza di essi rimani un estraneo, una presenza fugace, oppure alla fine te ne vai perché non fa per te.
In un mondo segnato da una progressiva concentrazione antropica in agglomerati abitativi sempre più densi e ampi, mantenere vivo il modello insediativo diffuso delle contrade può rappresentare oggi un principio rivoluzionario?
C’è chi sostiene che il vivere accentrati produca delle economie di scala, e stigmatizza la dispersione insediativa in montagna, un modello che sarebbe da abbandonare al più presto. È chiaro che con la lente del semplice calcolo economico vivere dispersi è dissipativo e richiede più energie. Ma è una visione miope che vede solo una parte del problema, e delle cose da calcolare: bisogna tenere in considerazione anche altri aspetti, come la qualità dell’aria, dell’acqua, del cibo, uno stile di vita meno stressato, e l’azione di cura e manutenzione che garantisce paesaggi godibili anche ai turisti. Come calcoliamo tutto ciò? Come diceva Einstein, non tutto ciò che viene contato conta, e non tutto ciò che non viene contato non conta.
Il libro si concentra sul territorio di Posina, con le sue cento contrade, ma sembra avere l’obiettivo di proporre riflessioni e spunti di gestione territoriale di respiro più ampio…
Sì, spero che il libro possa essere uno stimolo per avviare riflessioni simili anche in altre valli prealpine caratterizzate dallo stesso modello insediativo. Credo che una riflessione sul concetto di "contrada" e su cosa vogliamo diventi in futuro sia strategico in questo momento storico di inversione di tendenza dei movimenti migratori, e si assiste a lenti movimenti di risalita alla ricerca di microcosmi insediativi più vivibili con il riscaldamento globale. Mi auguro che il libro serva a questo: a favorire il ritorno ad una montagna abitata senza però snaturarne i caratteri ereditati, anzi facendo tesoro degli insegnamenti che suggeriscono: il sacrificio, la fatica, la parsimonia, la cura, la socievolezza...
Per concludere ti chiedo un esercizio non semplice: esiste una forma "ideale" di contrada applicata ai nostri giorni?
Credo di sì: per me ogni contrada dovrebbe essere come una ruota, con un perno, dei raggi e un cerchione esterno. Il perno è l’abitante più stabile e radicato, la cinghia di trasmissione dell’eredità e della conoscenza locale; i raggi sono figure intermittenti (sempre esistite in montagne per secoli caratterizzate dall’emigrazione stagionale) che però mantengono un baricentro in contrada, anche se si muovono per lavoro anche fuori (quelli che oggi chiameremmo abitanti politopici); il cerchio esterno è rappresentato da presenze più fugaci ed episodiche, forme di turismo e frequentazione che possono apprezzare questi luoghi. Credo che la ricetta del futuro sia mantenere le componenti della ruota in equilibrio tra loro, evitando ruote senza perno, ma anche ruote con cerchioni troppo pesanti. La dimensione mobile dei raggi è il collante che unisce dentro e fuori, radicamento e apertura. La "forza magica" della contrada sta nel coniugare stabilità e movimento, eredità del passato e visione di futuro.













