Un delitto tuttora irrisolto ha trasformato un paese di tredici case, a 2300 metri di quota, in un prodotto di consumo turistico

Tor è un villaggio in cui il tempo per lunghi decenni sembra aver seguito due ritmi paralleli: quello dei pascoli e quello del contrabbando con la vicina Andorra. Da qualche anno, però, è diventato una sorta di "macabra Disneyland" per gli appassionati del genere "true crime", che ricostruisce casi di cronaca nera

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Nel bel mezzo dei Pirenei catalani, a 2300 metri di altitudine, esiste un pugno di tredici case che sembra essere scivolato fuori dalle pagine di un romanzo per finire, bruscamente, nella cronaca nera più cupa.
Tor è un villaggio in cui il tempo per lunghi decenni sembra aver seguito due ritmi paralleli: quello dei pascoli e quello del contrabbando transfrontaliero con la vicina Andorra. Osservando la mappa, Tor è infatti l'ultimo baluardo compreso entro il confine spagnolo, prima che cominci il territorio del paradiso fiscale del principato, oltre il valico montano di Port de Cabús. Una terra impervia, al limitare tra due mondi apparentemente contrapposti.
Da qualche anno, però, a spezzare l’isolamento di questo paesino d’alta quota è subentrato un altro genere di fenomeno. Tor è diventato una sorta di "macabra Disneyland" per i patiti del genere true crime: un delitto tuttora irrisolto, avvenuto proprio qui, si è trasformato in un prodotto di consumo turistico che sta lentamente soffocando la vita quotidiana dei suoi pochi residenti.
Tutto ha origine da una faida che affonda le radici in una regola comunitaria del 1896, secondo la quale la proprietà della montagna appartiene sì alla comunità, ma soltanto a chi rimane nel villaggio tutto l'anno. Il vincolo che sanciva una sorta di principio di resistenza contro speculatori esterni e turisti è andato però in frantumi quando Josep Montaner, detto Sansa, immaginò di trasformare i pendii di Tor in una redditizia stazione sciistica. Inviso ai suoi stessi compaesani, Sansa aveva avviato trattative con imprenditori del settore attivi nella vicina Andorra. Il suo principale rivale, conosciuto come El Palanca, voleva invece mantenere integra l'anima più bucolica della montagna: mucche e cavalli al pascolo, nient'altro. La contrapposizione tra queste due visioni contrastanti segnò il punto di non ritorno.
Nel paesino che contava appena trenta abitanti, la tensione esplose in una scia di sangue che vide tre morti in quindici anni e culminò nel 1995 con il ritrovamento del corpo dello stesso Sansa, strangolato con un cavo elettrico appena cinque mesi dopo che un giudice lo aveva dichiarato unico proprietario della montagna.
Il delitto - che va inserito in un'intricata trama di dispute e controversie per la gestione del territorio - ha segnato l'inizio di un paradosso: la giustizia non ha mai trovato un colpevole, in un paese dove la lista dei sospettati coincideva con l'intera popolazione, mentre l'industria dell'intrattenimento ha trasformato questo mistero in un business d'oro.
Un affare che tale però non è per gli abitanti di Tor, considerato che "la capitale spagnola del true crime non ne può più", come riporta un articolo del New York Times e una puntata del podcast Stories di Cecilia Sala.
A portare le ombre di Tor sotto i riflettori fu un giovane reporter, Carles Porta, che nel 1997 trasmise un'inchiesta su un'emittente televisiva catalana. Da allora, il giornalista ha continuato le proprie indagini e non ha mai abbandonato questa storia: ne ha tratto prima un libro (intitolato Tor, tredici case e tre morti, diventato un best seller), poi un podcast di grande successo, e lo scorso anno la docu-serie Tor, la montagna maledetta, molto popolare in Spagna.

Tutta questa attenzione mediatica ha acceso la fantasia degli appassionati di misteri irrisolti, contribuendo a veicolare un immaginario di Tor come "il luogo più pericoloso dei Pirenei".
Un'etichetta che ha il potere di suggestionare e attrarre folle di visitatori, che ogni estate raggiungono il villaggio per scattarsi selfie davanti alla casa dell’ultima vittima o per inscenare lugubri travestimenti in stile cosplay.
I residenti, riporta il New York Times, descrivono scene surreali di turisti che si aggirano per le strade con cavi elettrici al collo, emulando la fine di Sansa, ignari - o indifferenti - al fatto che per chi vive lassù quelle morti non sono una sceneggiatura, ma ferite ancora aperte.
Un abitante, che all'epoca dei fatti era solo un bambino, racconta come l'estate scorsa non ci fosse più nemmeno un parcheggio libero, segno di un'invasione che ha trasformato questi luoghi in tappe di un tour tematico. Una guida locale ormai rassegnata accompagna i forestieri tra i luoghi dei delitti, assecondando una curiosità che mescola la storia vera al mito popolare.
Mentre Carles Porta, il creatore del fenomeno mediatico, si sta dedicando a nuove inchieste true crime per Disney, chi resta a Tor deve fare i conti con un viavai che porta sì qualche incasso alle poche attività locali (sorte anche per rispondere alla domanda turistica), ma sottrae al luogo la sua stessa identità.
Una ristoratrice del posto fa notare che la gente avrebbe bisogno di un finale, per placare la propria curiosità. Ma questa vicenda probabilmente non lo avrà mai, lasciando Tor sospeso tra la realtà e l'immaginazione dei turisti che arrivano fin quassù senza davvero chiedersi il perché.
Come osserva in conclusione della puntata del podcast Cecilia Sala, "Tor è diventata il simbolo di una nuova epoca del true crime in cui le tragedie sono anche prodotti, tour guidati, merchandising e serie, e sono un modo per far sentire tutti investigatori per un giorno". Ricordando quella regola comunitaria (che puntava a un equilibrio condiviso, che è invece stato incrinato dagli interessi personali), anche oggi, in fondo, i pochi abitanti rimasti a Tor "insistono che la montagna dovrebbe appartenere soltanto a chi la vive tutto l'anno. Non alle fantasie di milioni di persone che non ci hanno mai trascorso una notte".











