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Storie | 22 marzo 2026 | 18:00

A chi passeggia sulle Prealpi non potranno sfuggire alcune singolari costruzioni: edifici per molti enigmatici, a forma di torre, perno di una sofisticata (e superata) tecnica venatoria

A saper leggere il paesaggio, si possono incontrare segni capaci di evocare pratiche o addirittura elementi identitari sfumati con il passare degli anni, delle abitudini, delle leggi e delle trasformazioni sociali. Alla scoperta del particolare sistema dei roccoli e delle normative che hanno portato al loro abbandono

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

A chi passeggia per le Prealpi bergamasche e bresciane non potranno sfuggire alcune singolari costruzioni in cui capita di imbattersi sui sentieri di crinale. Edifici a forma di torre, situati in punti particolarmente panoramici e cintati da sorprendenti giardini a semicerchio. Al viandante ignaro, tuttavia, risulterà enigmatica la funzione di questi manufatti che rispondono al nome di roccoli, soprattutto considerando la loro remota collocazione rispetto ai centri abitati delle vallate.  

 

Questa loro posizione, in effetti, risponde al preciso scopo di renderli facilmente visibili ai volatili nel corso delle traversate migratorie, in quanto i roccoli altro non sono che antichi impianti per la cattura degli uccelli. Sorti a partire dal XV e XVI secolo per integrare con una nuova fonte di sostentamento la dieta delle popolazioni di montagna, i roccoli erano al centro di una sofisticata tecnica venatoria strettamente correlata alla loro struttura architettonica. Come accennato, infatti, ogni appostamento è caratterizzato da due elementi fondamentali e ben distinti: il casello, una torre in pietra e legno a pianta quadrata o circolare disposta generalmente su tre piani e celata da rampicanti; il tondo, un impianto arboreo a ferro di cavallo il cui perimetro esterno è costituito solitamente da una doppia fila di carpini (galleria) e al cui interno sono collocati alberi adatti alla pastura degli uccelli (boschetto).  

 

La caccia si concentrava principalmente nel periodo autunnale (settembre-novembre), quando molte specie intraprendono la migrazione dalle zone riproduttive del Nord ed Est Europa verso le più miti regioni mediterranee. Nel corso della faticosa traversata, gli stormi venivano attratti dalla bellezza dell’impianto arboreo e dai richiami di uccelli in gabbia (zimbelli) appositamente collocati dal roccolatore, posandosi all’interno del boschetto alla ricerca di ristoro. Al momento propizio, il cacciatore – posizionato al piano superiore del casello per osservare l’arrivo dei volatili dalle feritoie – emetteva un forte fischio e gettava sugli alberi sottostanti il cosiddetto "spauracchio", una sorta di paletta di rametti intrecciati attorno a un ramo robusto che fungeva da manico. Il volo dello spauracchio, associato al sibilo dello zufolo, appariva agli uccelli come l’attacco di un rapace, inducendoli a precipitarsi in fuga nel folto dei carpini. Qui però essi trovavano le reti issate dall’uccellatore lungo il perimetro esterno del tondo e finivano insaccati. 


Illustrazione tratta dal sito roccolivalgandino.it

Questa pratica, che dalla Lombardia si diffuse anche in Veneto, Trentino e alcune zone dell’Appennino centro-settentrionale, ebbe la sua massima espansione nel XVIII secolo. Ma ancora nel secondo dopoguerra erano numerosi i roccoli attivi.

 

Il primo grande cambiamento avvenne con l’approvazione della legge n. 799 del 1967, che introdusse le prime forti limitazioni all’uccellagione e in particolare all’utilizzo delle reti per la cattura. Ciò determinò una prima rarefazione delle uccellande, con il progressivo abbandono di molti impianti. A seguire, la legge n. 157 del 1992 introdusse definitivamente il divieto esplicito di cattura degli uccelli selvatici, sancendo di fatto la fine di questa tecnica venatoria tradizionale.

 

Solamente alcuni appostamenti continuarono ad operare grazie a deroghe regionali che autorizzavano i proprietari a effettuare il prelievo di un numero predefinito di uccelli (esclusivamente tordi bottaccio, tordi sassello, cesene e merli) da fornire gratuitamente ai cacciatori come richiami vivi per gli appostamenti fissi. Questo fino al 2011, quando le deroghe regionali vennero infine giudicate illegittime e furono definitivamente revocate.


Roccolo della Zerla (fotografia di Kaitu, via WikimediaCommons)

Da allora non è più consentita alcuna forma di uccellagione legale presso i roccoli, con un ulteriore aggravamento della situazione di abbandono. Ad oggi rimangono in buone condizioni unicamente un  numero esiguo di uccellande che sono state riconvertite a nuovi usi, quali ad esempio agriturismi, centri visita o impianti di cattura a scopi scientifici. 

 

È evidente che l’evoluzione della normativa negli ultimi sessant’anni – pur partendo dall’esigenza condivisibile di regolamentare la pratica venatoria rendendola compatibile con il rinnovamento della fauna e scongiurando comportamenti di bracconaggio – è giunta a un punto il cui esito è stata la perdita di buona parte del patrimonio storico, culturale e paesaggistico rappresentato dai roccoli. Le uccellande, infatti, hanno costituito un’espressione molto significativa ed evoluta della civiltà rurale prealpina, nella quale si condensava un notevole bagaglio di saperi pratici e di conoscenze in ambito faunistico e arboricolturale.

Basta visitare un impianto ancora in buono stato per rendersene conto. La loro presenza, inoltre, ha marcato profondamente l’identità delle popolazioni locali e la stessa toponomastica dei luoghi che li ospitano. In questo senso, il loro degrado può essere inteso come una delle innumerevoli forme dello spopolamento e dell’abbandono delle montagne italiane. 

Pur non auspicando il ritorno a una caccia libera da vincoli e autorizzazioni, la mia impressione è che l’attuale situazione sia figlia di un cortocircuito ideologico che vede nel "cacciatore" una figura sempre e comunque negativa. Tale narrativa – che, peraltro, investe anche altri mestieri tradizionali della montagna come, per esempio, i boscaioli – affonda le proprie radici in una visione del mondo che separa in modo dicotomico l’uomo da tutto ciò che è naturale. Secondo questa visione, per intenderci, (quasi) ogni intervento antropico sull’ambiente naturale costituisce una contaminazione e un turbamento degli equilibri ecosistemici e deve essere, pertanto, evitato. Si capisce che, da una tale  prospettiva, l’attività venatoria appare l’emblema di ogni nefandezza compiuta dall’uomo ai danni degli animali, proprio per le sue caratteristiche di prelievo violento della selvaggina. 


Roccolo di Pianspessa, Valle di Muggio (fotografia di Jo-Jo Eumerus, via WikimediaCommons)

Si tratta, però, di una semplificazione che non tiene conto di numerosi elementi. In particolare, questa posizione – spesso professata da persone che vivono in città – trascura il fatto che i contesti montani del nostro Paese sono inscindibilmente legati a una storia plurimillenaria di trasformazione e di gestione da parte dell’uomo, il cui apporto ha di fatto favorito un miglioramento del loro patrimonio  di biodiversità e delle loro qualità paesaggistiche. Alpi e Appennini sono tra le catene montuose di più antico insediamento da parte dell’uomo, il quale ha saputo valorizzarle mediante un utilizzo sapiente e oculato delle risorse a disposizione. Tuttavia, gli ultimi decenni di forte inurbamento e di sfruttamento sconsiderato delle terre alte per fini ludici o estrattivi hanno saputo cancellare questa eredità, condannando a una sorta di damnatio memoriae anche il ruolo fondamentale svolto da contadini, pastori, boscaioli e cacciatori nella cura di questi territori. È su questo terreno di oblio che è venuta diffondendosi la dicotomia uomo-natura, parallelamente a un progressivo impoverimento delle peculiarità paesaggistiche e antropologiche delle nostre montagne. 

 

Ora – mi preme sottolinearlo – il punto non è quello di schierarsi, in modo altrettanto ideologico, dall’altra parte della barricata. Bensì è quello di provare a restituire complessità e spessore a un dibattito che immancabilmente scivola in polarizzazioni che fanno comodo soltanto a chi cerca facili clic o consensi. Ma che fanno il male delle montagne, come dimostra il triste destino dei roccoli. Riguadagnare l’importanza delle sfumature e il valore del confronto informato è fondamentale, se non vogliamo che le montagne rimangano alla mercè delle tendenze e degli interessi di un presente asfittico, senza visione di futuro.

 

Crediti fotografici immagine di apertura:
Roccolo di Pieve Tesino (fotografia di Romina Ferrari, via WikimediaCommons); illustrazione tratta dal sito roccolivalgandino.it

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