È per forza necessario comprare un "biglietto di sola andata" verso la città per sognare un futuro migliore? "Quando un giovane decide di trasferirsi in un'area interna, si tratta di una scelta esistenziale"

Un'iniziativa nata per superare le disuguaglianze socio-economiche tra città e aree interne, così da garantire un futuro nei paesi d'origine. Alla scoperta di Rifai, la Rete dei giovani facilitatori delle aree interne
L’origine di Rifai, la Rete dei giovani facilitatori delle aree interne, si può ricondurre alla parola "sogni".
Tutto nasce da un piccolo progetto di animazione in Valle Stura, in provincia di Cuneo, dove nell’autunno del lontano 2020, mentre il mondo cominciava a tremare per l’emergenza Covid 19, alcune comunità di giovani provenienti da Piemonte, Sicilia e Friuli Venezia Giulia attive sui propri territori nella promozione di progetti di sviluppo locale si sono riunite per ragionare sulle problematiche che i ragazzi "restanti" come loro incontrano nel vivere nelle aree interne.
Da quel momento hanno cominciato a dare libero sfogo ai loro sogni per un futuro di vita desiderabile nei propri paesi d’origine, continuando a riunirsi, comunicare, progettare e ancora una volta sognare un futuro migliore che non dovesse per forza comportare un "biglietto di sola andata" verso la città.
A fine 2021 Rifai riceve l’autorevole Bandiera Verde di Legambiente "per l’impegno nel coniugare percorsi di crescita personale con attività di sostegno al superamento delle disuguaglianze socio-economiche tra città e aree interne". I ragazzi della Rete continuano le loro attività tanto che oggi Rifai coinvolge ormai tutte le ragioni italiane, vede al suo interno 30 organizzazioni e un centinaio di soci, e continua ad interrogarsi sul "cosa manca" in Italia che possa facilitare progetti di vita in comuni montani per le giovani generazioni.
La neo presidente Silvia Spinelli, dell'Associazione Università del Camminare nelle Marche, spiega come negli ultimi anni le aree interne sono rientrate nel lessico delle politiche pubbliche, e di come al loro interno la figura dei giovani che restano, tornano o scelgono di trasferirsi in territori marginali sia sempre più ricorrente. Giovani amministratori locali, imprenditori agricoli, operatori culturali, progettisti sociali, innovatori civici, spesso portatori di competenze maturate altrove che gli mettono in condizioni di poter intercettare risorse, costruire partenariati, avviare progetti di rigenerazione, valorizzazione filiere locali, promuovere il turismo lento e il welfare di comunità. Ma nonostante questo, nonostante la voglia di fare e l’entusiasmo di molti, soprattutto giovani, l’associazione Rifai denuncia alcune mancanze in questo modello "spontaneo" e mai dichiarato di sviluppo delle aree interne, prima fra tutte lo strumento principe del bando, foriero di progetti sperimentali o programmi con una durata limitata. "Questo modello ha certamente favorito l’emergere di iniziative innovative, ma ha anche prodotto un ecosistema spesso instabile", denuncia Silvia Spinelli. Un modello che fa emergere una contraddizione di fondo che raramente viene esplicitata. "Quando un giovane decide di trasferirsi in un’area interna o di tornarci dopo anni trascorsi altrove - continua la presidente - non lo fa per aderire a un progetto ma perché decide di viverci, si tratta di una scelta esistenziale. Significa scegliere dove lavorare, dove costruire relazioni, dove immaginare il proprio futuro".
Una parte fondamentale dell’impegno della rete Rifai negli ultimi anni è stata indirizzata alla creazione di una "scuola di politica", un momento di incontro non solo virtuale per potersi conoscere meglio, per scambiarsi strumenti di facilitazione e animazione territoriale. È una scuola itinerante, innanzitutto per noi soci, e poi per tutti gli aspiranti tali che vedono in Rifai la chiave di accesso al mondo della facilitazione territoriale, che dialoga con le tante altre opportunità di formazione per i giovani: Percorsi Spericolati, Montagne in Movimento, Nuove esperienze ospitali.
Prossimamente si troveranno tutti per un raduno nazionale, per ragionare insieme sui concetti di facilitazione territoriale, alla ricerca di un corpus unico, una serie di regole condivise, perché la professione inventata e promossa da Rifai possa finalmente essere riconosciuta e percepita come importante per tutti i territori erronamente definiti marginali. "Se la nostra professione venisse riconosciuta - spiega Simone Foscarini, professionista di sviluppo locale e territoriale e modelli di governance orizzontali, socio fondatore dell’Associazione Tracciaminima e consigliere della rete Rifai - probabilmente si aprirebbero spazi in più di lavoro continuativo sui territori delle aree interne e poi a cascata comincerebbero a succedere cose, com’è successo a Gagliano Aterno, dove sono riusciti ad invertire il trend dello spopolamento, attivando nuovi servizi come l’infermiere di comunità. Perché solo attraverso figure formate e professionali si possono mettere in campo dei veri processi di cambiamento, mentre oggi tante associazioni lavorano anche bene, ma lo fanno un in una zona grigia tra il non riconosciuto e il volontariato".
Insomma, l’Associazione Rifai, e con lei tutte le altre che si occupano del futuro delle montagne e delle aree interne nazionali, chiedono a gran voce il riconoscimento della figura di facilitatore da parte delle istituzioni, un passaggio che aiuterebbe giovani e territori a lavorare per progetti duraturi capaci di futuro. Un passaggio che si spera venga fatto proprio da parte dei nostri governanti.
Info: www.reterifai.it

Siamo ancora abituati a pensare alla montagna come luogo di svago delle città e della pianura che, bontà loro, sostengono le economie d’alta quota attraverso il turismo di massa e la frequentazione. Ma così non è più, si sbagliano e di grosso giornali e riviste, e noi de L’Altramontagna vogliamo raccontarvelo per primi, dando il via ad una vera e propria contro-narrazione che si appoggia sull’approfondimento dei tanti esempi emblematici presenti nei Dossier delle Bandiere Verdi di Legambiente. Una rubrica a cura di Maurizio Dematteis















