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Storie | 23 luglio 2026 | 06:00

78 cime oltre i 4000 metri in meno di tre mesi, ma a sole 4 dal traguardo aveva dovuto abbandonare. Poi ha deciso di concludere il progetto: "Andare in montagna non significa lasciarsi tutto alle spalle"

Teodoro Rebora, 29enne aspirante guida alpina di Genova, è l'autore di questa ambiziosa iniziativa: portare la bandiera della pace su tutte le cime più alte delle Alpi, spostandosi sempre a piedi. Un progetto germogliato nella mente dell'autore in un lungo cammino di maturazione, che ha preso il via nell'estate 2025, quando lo zero termico aveva superato i 5000 metri. Trovatosi di fronte ad un bivio, l'alpinista ha saputo fare un passo indietro

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

È difficile immaginare cosa si provi dopo aver inseguito un’idea per anni, anni passati a studiare e ad allenarsi per realizzarla, e poi, dopo aver vissuto tre lunghi mesi di fatiche e aver raggiunto a piedi ben 78 vette, trovarsi costretti ad abbandonare a sole quattro cime dal traguardo.

 

Eppure, di fronte a questo bivio, c’è chi è riuscito a trovare la lucidità per rendersi conto che in fondo non erano i tempi l’obiettivo, non il successo personale, né il record: l’idea era un’altra. E allora tornare, un anno più tardi, raggiungere quelle ultime quattro altissime vette, e finalmente rendersi conto di avercela fatta.

 

Su ciascuna delle cime più alte delle Alpi, il vento delle alte quote ha sferzato la bandiera della pace. A sorreggerla, un raggiante Teodoro Rebora, il 29enne di Genova autore di questo ambizioso progetto.

 

Rebora ha iniziato ad arrampicare quando aveva 19 anni, per poi aprirsi col tempo a tutte le varie discipline alpinistiche. Laureato in Chimica, ha lavorato per anni come istruttore di arrampicata. In questo modo è riuscito a finanziare i suoi progetti, tra cui la traversata delle Alpi intrapresa nel 2023. Lo scorso anno, di rientro da queste spedizioni, ha deciso di candidarsi alle selezioni per diventare guida alpina, e oggi ha iniziato il corso interregionale come aspirante guida.

Nel frattempo, ha concluso una delle sue fatiche più grandi: scalare tutti gli ottantadue quattromila delle Alpi spostandosi soltanto a piedi e portando con sé con un messaggio di umanità da sventolare su ogni cima. Oggi, ci ha raccontato questa storia.

 

"I numeri non erano l'obiettivo", sottolinea l’alpinista rispetto a quest’ultima impresa. "Certo ero partito con l’idea di portare a casa tutti i quattromila, ma l’ho fatto perché pensavo che sarebbe stato il modo migliore anche per mandare un messaggio: una cosa del genere avrebbe avuto sicuramente più impatto".

 

Quasi tre mesi di fatiche continuate, qualche momento di solitudine e sconforto, ma anche diversi compagni: qualche vecchio amico e molti nuovi incontri. E poi tantissimi bivacchi e vette aperte sui panorami più spettacolari della catena alpina.

All'altezza dell’estate scorsa, arrivato sulla cima del Bernina, aveva raggiunto 78 vette diverse su 82, in soli 83 giorni, alcune delle quali le ha persino dovute ripetere per motivi logistici. Parecchi di questi giorni, però, erano dovuti trascorrere ai piedi del Monte Bianco, quasi 13 notti a valle, dovuti al maltempo prima e alle condizioni instabili dovute al caldo, poi. Ed erano destinate a peggiorare.

 

"La filosofia alla base del progetto era muoversi sempre e solo a piedi, senza utilizzare nessun altro mezzo di trasporto e cercando di evitare il più possibile i rifugi. Quest’ultima non per una questione etica, ma semplicemente perché il viaggio era completamente autofinanziato, quindi era soprattutto una scelta economica. Naturalmente, muoversi in questo modo significa anche esporsi molto di più alle condizioni meteo e a tutti i problemi logistici che la montagna può presentare".

 

Così, in estate era partito dalla Barre des Écrins con degli amici. Dopo aver percorso insieme il Dôme de Neige des Écrins, loro sono tornati a casa e Teodoro ha proseguito a piedi fino al Monte Bianco. Lì ha fatto qualche giorno di campo base in Val Veny, cercando di sfruttare tutte le possibili finestre di bel tempo. "Le ascese che ricordo più vividamente – racconta Rebora - sono proprio quelle in cui ci sono state delle difficoltà o in cui ho dovuto prendermi qualche rischio in più".

 

Quella che ha lasciato il segno maggiore? Probabilmente l’ascesa integrale del Brouillard, salita in solitaria dal fondovalle.

"Avuto qualche piccolo problema nell'organizzare la salita con i compagni di cordata e, in queste situazioni, coordinarsi è sempre complicato, così sono partito in solitaria. Il Brouillard è stata probabilmente la salita che mi ha lasciato di più dal punto di vista alpinistico. Le condizioni non erano eccezionali, ero da solo, ma sono riuscito comunque a stare nei tempi. È stata una giornata molto intensa e molto bella".

 

Anche i compagni di cordata sono stati un'esperienza nell'esperienza. Grazie al passaparola tra amici, l’alpinista si è ritrovato a condividere le fatiche con persone che fino a poco prima non conosceva.

 

"Con Filippo Forti, aspirante guida milanese, è nato un rapporto davvero bello. Posso dire che lui ha un po' salvato il progetto, perché insieme abbiamo iniziato con il Bishorn e poi ha condiviso con me ben 31 degli 82 quattromila. Per le ultime quattro, poi, mi ha fatto compagnia un altro ragazzo che conoscevo appena di vista, con cui abbiamo salito la traversata delle Grandes Jorasses; e un suo amico, che lui mi ha presentato, è stato con me per una settimana tra Combin e Vallese, affrontando tappe piuttosto lunghe e condizioni meteo impegnative. È stato davvero interessante trovarsi con persone che si conoscevano appena e iniziare a condividere momenti così intensi".

A fine giugno 2025, però, quando Teodoro è partito per l’avventura, lo zero termico aveva superato i 5000 metri. Poi, a luglio, le condizioni erano peggiorate ulteriormente, e i ghiacci a quelle quote erano quantomai instabili. Ad un passo dalla meta, sole 4 cime, aveva alla fine dovuto arrendersi: le condizioni erano pessime, i rischi troppo alti.

 

"Ho dovuto lasciare indietro il Grand Rocheuse, Aiguille du Jardin, Aiguille Verte e Les Droites: presentavano rischi molto superiori a quelli che ero disposto ad assumermi. Mi sarei trovato ad affrontarli da solo, e in quel momento, più che a me stesso, ho pensato a chi era a casa e sapeva quello che stavo facendo. Non volevo gravare troppo su chi mi aspettava. È vero che alcune vie più tecniche sarebbero state percorribili, ma avrei allungato moltissimo il progetto e non ero attrezzato per quel tipo di salite. Avrei dovuto farmi portare altro materiale".

 

"È stato un momento complicato", ammette l’alpinista. "Mi sono fatto una bella dose di autoanalisi e ho parlato con alcune persone di cui mi fidavo, soprattutto con Matteo Pellin del campeggio La Sorgente in Val Veny. L'ho conosciuto quasi per caso, passando dal loro campeggio: lui è una guida che conosce il Monte Bianco come le sue tasche e mi ha dato consigli molto preziosi, anche dal punto di vista logistico. Mi ha parlato anche della logistica di Kilian Jornet, quando aveva stabilito il suo record anni fa. Tra il suo parere e quello del Rifugio Couvercle, alla fine ho deciso di lasciare perdere quelle quattro cime, accettando che sarei andato avanti sapendo di non riuscire a completare quello che mi ero prefissato".

Ma non era quella la ragione per cui era partito, anzi. L'idea di questo ultimo viaggio nasceva proprio da una nuova sensibilità maturata dopo il viaggio precedente. Nel 2023, Teodoro Rebora aveva attraversato a piedi e con gli sci l’intero arco alpino da ovest ad est. Dall'entroterra di Genova, a febbraio 2023 era partito da casa con gli sci in spalla, per arrivare fino a Trieste.

 

"Ripensandoci oggi – riflette Rebora - in quel viaggio ero ancora troppo immaturo, sia dal punto di vista organizzativo, sia da quello alpinistico. Già allora germogliava l'idea di salire tutti i quattromila, ma alla fine ne avevo scalati appena una decina. Durante il viaggio, però, quest’idea è cresciuta insieme a me, anche prendendo spunto dalla traversata fatta da Franz Nicolini e altri grandi precedenti".

 

Da quel viaggio, Teodoro è tornato il primo ottobre del 2023, già deciso che avrebbe provato a concatenare tutti gli 82 quattromila. Allora però, il progetto rimaneva una sfida sportiva e personale nelle intenzioni dell’ideatore. Poi, un tragico evento ha cambiato le sorti del progetto e ha fatto maturare il giovane alpinista.

"Una settimana dopo il mio ritorno la situazione in Palestina ha iniziato a precipitare. Allora ho iniziato a pensare che fare un'impresa del genere soltanto come gesto atletico aveva poco senso. Ho preferito darle un significato diverso, rispettando i luoghi e riducendo quanto possibile la mia impronta carbonica, e soprattutto portando la bandiera della pace su tutte le vette".

 

Questo gesto aveva diversi significati: "Da una parte volevo scorporare il gesto atletico dalla montagna fine a sé stessa, dall'altra volevo ricordare che anche chi va in montagna, magari pensando di lasciarsi tutto alle spalle, che è comunque coinvolto in quello che succede nel mondo. Lo sappiamo bene, e quest'anno si vede ancora di più: tutto quello che accade per mano dell'uomo ha delle conseguenze anche sugli ambienti in cui andiamo a sfogarci, a divertirci e a cercare noi stessi".

 

Fu proprio grazie a questa rinnovata maturità che, di fronte alle condizioni climatiche dell’estate 2025, Teodoro è riuscito a fare un passo indietro, senza però mai darsi per vinto. Così, un anno dopo è tornato su alle alte quote per concludere la sua impresa, arriva il 2 maggio a sollevare la bandiera arcobaleno sull'82esima delle più grandi vette alpine.

Oggi, quando gli chiediamo come si sente dopo tutto questo, e se sente di aver fatto qualcosa per cui merita di essere riconosciuto, Teodoro Rebora risponde con l’umiltà che ha contraddistinto il suo intero racconto.

 

"Per citare Franco Michieli, ‘per la gloria ci vogliono ben altre risorse’. Non mi aspetto alcun riconoscimento da questa mia impresa, è qualcosa che sentivo semplicemente il bisogno di fare. Man mano che prendeva forma, però, mi ha preso anche una grande voglia di raccontarlo. Ecco, perché, nonostante il peso, ho voluto portare con me la macchina fotografica. In questo periodo sto lavorando tanto sul materiale raccolto e mi piacerebbe organizzare una serie di serate per raccontare questa esperienza. Mi sono arrivate alcune risposte bellissime, progetti interessati ad organizzare serate dedicate a questa storia, e questa è una cosa che mi ha fatto davvero piacere.

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