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Attualità | 25 maggio 2026 | 06:00

"Quest'anno saremo in 25 a passare l’inverno a Topolò, ma ho conosciuto più gente qui che a Lubiana". Un paese di montagna diverso dagli altri dove i pochi rimasti hanno sempre reagito al pericolo di declino

Robida in sloveno significa rovo, la prima pianta che cresce quando il terreno è abbandonato, aggressiva, vigorosa, ostinata ma anche resistente e che da dei buoni frutti, come il gruppo di giovani tra i 20 e i 30 anni che oggi ha deciso di vivere a Topolò con il preciso intento di approfondire la cura semplice e concreta del paesaggio. Robida è anche il nome dell'associazione che in questa piccola borgata delle Valli del Natisone agisce e si interroga sulle possibilità di abitare la montagna in modo contemporaneo, premiata con la Bandiera Verde di Legambiente

Festival AltraMontagna

Topolò è una piccola borgata del comune di Grimacco, nelle Valli del Natisone, che ha subìto un forte processo di spopolamento, iniziato verso la fine dell'Ottocento e proseguito con intensità maggiore dopo la metà del XX secolo, dovuto in parte a motivi comuni a tutte le zone montuose italiane, ed in parte a motivi particolari legati alla durezza della vita di confine, un confine per altro molto particolare, segnato dalla cortina di ferro sul crinale italo-jugoslavo. La popolazione maschile cominciò ad emigrare in massa dapprima verso l'estero ed in particolare verso la Germania, il Belgio, l'Australia e le Americhe e, successivamente, verso le altre regioni italiane e la pianura friulana che offrivano migliori prospettive di lavoro e di vita. I residenti nel 1891 erano 490, scesi a 243 nel 1900, 296 nel 1908, 264 nel 1961, meno di una sessantina solo 10 anni dopo.

 

Ma Topolò non è un luogo come tutti gli altri, sarà l’aria, sarà l’acqua, sarà il confine storico con un altro mondo possibile, fatto sta che i pochi rimasti hanno sempre reagito al pericolo di declino, all’abbandono e all’assedio di una natura amazzonica pronta a cancellare ogni traccia di vissuto. Prima con una cooperativa di allevamento capre, che prospera per almeno 30 anni traghettando i topolociani nella seconda metà del secolo scorso, e poi con altri 30 anni di festival situazionista Stazione Topolò/Postaja Topolove, che trasforma la piccola borgata in un centro culturale di arrivi dal mondo conosciuto nei quattro continenti, capace di ospitare e coinvolgere artisti di fama internazionale, tutte queste esperienze hanno sedimentato e oggi può partire l’ultima fase, ma solo in ordine di tempo, di una favola molto attuale che fa di un luogo destinato all’oblio il centro del mondo.

Finito il festival Stazione Topolò/Postaja Topolove negli anni ’10, il futuro di Topolò si chiama Robida, associazione locale nata nel 2017, e quest’anno 2026 premiata per la sua attività con l’autorevole Bandiera verde di Legambiente.

 

Tutto parte, come spesso accade, da una rivista scolastica con quattro compagne di liceo impegnate che finita la scuola danno il via ad una rivista periodica, chiamata Robida, e successivamente ad un vero e proprio collettivo che mantiene lo stesso nome. "La nostra esperienza parte nel 2015 – ricorda Dora Ciccone, membra fondatrice del collettivo – un progetto di un gruppo di studenti che vivono ognuno nella propria città e che si trovavano periodicamente alla Stazione di Topolò, in estate. Ci rendiamo conto che la nostra esperienza è molto legata a questo luogo, che Topolò influenza decisamente le nostre riflessioni".

 

Dora conosce Vida Ruttar, tra i pochi abitanti giovani di Topolò, all’istituto di San Pietro al Natisone, punto di incontro delle due valli principali della zona, il Natisone e quella di San Leonardo, scuola che propone un’offerta formativa bilingue italiano-sloveno, permettendo ai ragazzi dei singoli paesi intorno di incontrarsi. La scuola nasce come privata, da sei genitori partiti con i bambini dell’asilo, e oggi è un istituto comprensivo riconosciuto dallo Stato, dove gli allievi aumentano sempre di più e ormai arrivano anche da Cividale, dove un tempo la gente era spaventata "da quelli lassù, gli sclavs, persone da evitare". "Ho incontrato molti ragazzi con cui mi vedo ancora oggi – continua Dora - quella scuola ha creato in tutti noi un attaccamento a queste montagne che ci ha spinto a trovare la strada per rimanerci a vivere".

 

Robida che in sloveno significa rovo, è proprio una di queste strade, è la prima pianta che cresce quando il terreno è abbandonato, aggressiva, vigorosa, ostinata ma anche resistente e che da dei buoni frutti, come il gruppo di giovani tra i 20 e i 30 anni che oggi ha deciso di vivere a Topolò con il preciso intento di approfondire la cura semplice e concreta del paesaggio.

 

Dopo tanti anni dedicati al recupero delle case private e degli spazi pubblici, e all’accoglienza e alla proposta e all’arte, e mentre sempre più persone scelgono il piccolo borgo come luogo per vivere un periodo o per rimanerci per sempre, è arrivato il momento secondo il collettivo di girare lo sguardo verso l’ambiente intorno, recuperare terrazzamenti e muretti a secco, curarsi delle robide e trovare un nuovo equilibrio uomo-ambiente. Un esperimento di vita che si interroga sulle possibilità dei giovani di abitare la montagna in modo contemporaneo, senza rinunciare al mondo intero ma ben radicati al luogo che li ospita, superando la contrapposizione tra chi viene da fuori e la comunità locale.

 

A Topolò oggi la comunità locale non si limita alle poche persone residenti tutto l’anno, ma è fatta anche da quelle che continuano a tornare e che si pongono in un rapporto di cura con il luogo. Perché abitare un luogo significa domandarsi di cosa quest’ultimo abbia bisogno.

 

Partono ricerche, riflessioni e convegni sul paesaggio terrazzato, ma anche operazioni collettive di pulizia e ripristino. Prende vita un progetto per la riscoperta e l'analisi dei toponimi dimenticati con una giovane squadra di linguisti e storici che vince il primo premio del Nuovo Bauhaus Europeo: "L'idea architettonica diventa un disegno urbanistico in cui, proprio come da tradizione, le funzioni dell'abitare sono condivise e suddivise in spazi diversi e distinti tra una casa e l'altra".

 

E questo secondo il Collettivo è la descrizione di quello che è accaduto per secoli a Topolò e che si ripropone oggi con l'arrivo in paese dei nuovi residenti. "Quest’anno saremo in 25 a passare l’inverno a Topolò - spiega Aljaž Škrlep, sloveno recentemente trasferitosi a Topolò - poi con l’arrivo dell’estate ci saranno almeno altre 20 persone e si sistemeranno nelle case degli amici, tutte persone che condividono certi valori". In inverno effettivamente a Topolò si vive un po’ isolati, ammette, ma a lui piace così, perché poi da marzo ad ottobre è un continuo via vai, tanto che l’ultimo residente artistico quest’anno è partito ad inizio ottobre. L’estate ha ritmi frenetici, mentre l’inverno serve per fare ricerca, leggere, scrivere e riflettere. E poi si coltivano le reti lunghe, tutto l’anno, tanto che spiega Aljaž: "Ho conosciuto più gente qui a Topolò che non quando stavo a Lubiana".

 

Info: https://robidacollective.com/

 

Immagine di apertura: a destra, foto dal sito https://robidacollective.com/about/topolo

la rubrica
Il mondo dei vincenti

Siamo ancora abituati a pensare alla montagna come luogo di svago delle città e della pianura che, bontà loro, sostengono le economie d’alta quota attraverso il turismo di massa e la frequentazione. Ma così non è più, si sbagliano e di grosso giornali e riviste, e noi de L’Altramontagna vogliamo raccontarvelo per primi, dando il via ad una vera e propria contro-narrazione che si appoggia sull’approfondimento dei tanti esempi emblematici presenti nei Dossier delle Bandiere Verdi di Legambiente. Una rubrica a cura di Maurizio Dematteis

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