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Storie | 07 marzo 2026 | 12:00

In Valpelline l'assenza di impianti di risalita da svantaggio si è trasformata in una risorsa preziosa: "Oggi siamo in grado di proporre un'offerta turistica sempre più ricercata da un pubblico in crescita"

"Siamo partiti nel 2012 in cinque con l'idea di cercare una forma di turismo che valorizzasse il nostro territorio". Storia di una valle che sembra nuotare controcorrente: attraverso l'impegno di Naturavalp, una comunità viva porta avanti un progetto di turismo dolce finalizzato a valorizzare il territorio e l'agricoltura che compie 15 anni (premiato con la Bandiera Verde dalla Carovana delle Alpi di Legambiente)

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La Valpelline è una delle linee più lunghe della Valle D’Aosta che dalla strada che sale al Gran San Bernardo, all’altezza di Gignod, parte sulla sinistra orografica per risalire su fino al Col Collon, al confine col Vallese, offrendo agli appassionati una serie di montagne a "portata di ascesa" senza uguali come il Mont Gelé, il Mont Morion, la Tête de Valpelline, i Bouquetins, le Grandes Murailles, la Dent d’Hérens.

 

Ma la Valpelline, nonostante le sue bellezze, resta una valle poco conosciuta dal grande pubblico, perché non mai puntato sugli impianti di risalita.

Secondo Daniele Pieiller, Presidente della locale Associazione Naturavalp, "quello che nel secolo scorso poteva essere visto come uno svantaggio oggi è la nostra fortuna, perché abbiamo conservato un paesaggio integro, piccole strutture ricettive a conduzione familiare, aziende agricole attive che mantengono integro il territorio ed una comunità viva, e oggi siamo in grado di proporre un’offerta turistica sempre più ricercata da un pubblico amico in crescita".

 

Risalendo la valle, dal capoluogo Valpelline in su, verso Oyace e poi Bionaz, la "tenuta" della valle di cui parla Daniele, dal punto di vista sociale, economico e ambientale, è infatti ben visibile: le macchine agricole in azione, gli impianti di irrigazione, le famiglie che "fanno i fieni" e i numerosi campi coltivati raccontano una storia in cui gli abitanti non hanno abbandonato il territorio per inseguire il turismo di massa e fare lavori stagionali, ma anzi, si prendono cura del loro ambiente: dall'architettura ora ben conservata ora recuperata con attenzione alla realtà locale, ai punti vendita di prodotti tipici, alle invitanti strutture di ricezione. Senza eccessi, tutto a dimensione umana. Con una realtà locale viva che offre ai turisti interessati un prodotto verace, sostenibile, attento anche alle necessità di chi in Valpelline ci abita tutto l’anno.

 

"Siamo partiti nel 2012 in cinque con l'idea di cercare una forma di turismo che valorizzasse il nostro territorio – continua Daniele -. I sentieri, i ghiacciai, i prati, i laghi, le foreste e le distese di rocce e pietre. Ci siamo rivolti ai viaggiatori in grado di apprezzare un territorio vissuto da gente di montagna in grado di trasmettere valori difficili da trovare altrove". Nel 2014 hanno ricevuto la prestigiosa Bandiera Verde dalla Carovana delle Alpi di Legambiente, "per la promozione del turismo responsabile e la creazione di una rete tra operatori economici, allevatori e produttori locali, finalizzata a valorizzare il territorio e l'agricoltura in Valle d'Aosta". E dopo quindici anni di onorato servizio la loro fede nel turismo di comunità è più viva che mai.

"Continuiamo a riunirci periodicamente per confrontarci – spiega Daniele – per capire se quello che facciamo, se l’offerta turistica che proponiamo continua ad essere appetibile e utile a tutti noi, alle nostre famiglie e al territorio". E se quindici anni fa i clienti erano al 90% stranieri, oggi la cultura del "buon turismo" comincia a fare breccia anche nelle famiglie italiane, che sempre più spesso abbandonano la pista per regalarsi dei periodi di relax a contatto con la natura e con una comunità aperta e disponibile.

 

La Valpelline da quindici anni ha optato per una scelta netta, forte, condivisa, senza ripensamenti, in una valle che non è nuova a prese di posizione forti. Come quando all'inizio degli anni '50 arrivò "La società" (il Consorzio elettrico Buthier, poi trasferito all'Enel) per costruire la diga del lago di Place-Moulin, alla testa della valle. Uno degli sbarramenti più grandi d'Europa, che raggiunge l'altezza di 155 metri e la lunghezza di 678. Erano grandi, potenti, intoccabili. Costruirono la strada fino a Bionaz, che prima non c'era, e diedero da lavorare a tanti valligiani.

Ma già allora qualcuno sollevò il problema dell'impatto ambientale dell'opera. Rivendicando i diritti dei residenti. Era il nonno di Daniele, Giuliano Bionaz, che fondò il Comitato Rebelle. L'opera non era in discussione, sarebbe comunque stata fatta, e poi portava lavoro, persino tre figli di Giuliano Bionaz lavoravano alla sua costruzione. Ma la valle, quella sì, andava tutelata e ricompensata per il danno subito. Il Comitato Rebelle rivendicava quelle che oggi chiamerebbero le "compensazioni". Ma che allora nessuno si era mai sognato, ancora, di chiedere.

 

Oggi il nipote, Daniele, insieme ad amici e colleghi di Naturavalp non deve più preservare la valle dalla costruzione di un'opera in pietra e cemento, ma vigilare che venga promosso e perpetuato un modello di turismo sostenibile da chi periodicamente cerca di metterlo in dubbio in nome di scorciatoie economiche presentate come maggiormente redditizie, a scapito della comunità locale.

La via del turismo di comunità in Valpelline è ormai sedimentata e gli imprenditori locali continuano per la loro strada convinti è coesi, supportati dai numeri che continuano a segnare un aumento delle presenze annuali sui tre comuni della Valpelline dove opera NaturaValp: Bionaz, Oyace e Valpelline. E nel frattempo continuano a nascere nuove aziende agricole e professioni legate al mondo del turismo dolce promosse da giovani restanti o ritornanti.

la rubrica
Il mondo dei vincenti

Siamo ancora abituati a pensare alla montagna come luogo di svago delle città e della pianura che, bontà loro, sostengono le economie d’alta quota attraverso il turismo di massa e la frequentazione. Ma così non è più, si sbagliano e di grosso giornali e riviste, e noi de L’Altramontagna vogliamo raccontarvelo per primi, dando il via ad una vera e propria contro-narrazione che si appoggia sull’approfondimento dei tanti esempi emblematici presenti nei Dossier delle Bandiere Verdi di Legambiente. Una rubrica a cura di Maurizio Dematteis

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