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Storie | 25 aprile 2026 | 13:00

“Disse all’ufficiale che più avanti c’erano centinaia di partigiani armati ad aspettarli. In realtà, furono appena una ventina". Così evitò una strage. Giovanna Dotto e il ruolo delle staffette nella lotta per la Liberazione

"C’erano tantissime staffette donne nel nostro paese, ma ai raduni del 25 aprile non partecipavano". Una storia collettiva, interna a quella della Resistenza, ma lasciata spesso svanire. È quella delle donne che, combattendo il fascismo, sfidavano anche il ruolo che la società aveva imposto loro. "Non erano soggette a leva: la loro scelta fu del tutto ideale"

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Ci sono storie che rimangono sottotraccia, che non ricevono medaglie e non vengono scritte nelle cronache. Sono storie minori, di uomini e donne che - quando la grande Storia è venuta loro incontro - hanno saputo alzare la testa dalle proprie terre e guardarla dritto negli occhi. Almeno fino a quando, passata oltre, sono scesi dalle montagne per tornare nelle campagne da dove venivano.

 

Tra queste, ancor più sottotraccia, ci sono storie collettive troppo spesso rimosse o messe in secondo piano: come quella delle donne che, nella lotta contro i fascismi, trovarono lo spazio per combattere anche contro uno stigma sociale più antico del fascismo, e che al fascismo è sopravvissuto.

 

Dopo la Liberazione, ogni 25 aprile, in molti paesi delle Alpi i reduci partigiani si ritrovavano, festeggiavano, pranzavano insieme, e parlavano del passato ricordando i compagni morti in combattimento. In questi raduni partigiani, però, le donne erano spesso assenti.

 

Eppure le donne di queste valli avevano avuto un ruolo cruciale nella Resistenza e nella lotta per la Liberazione, come combattenti e come staffette: un ruolo, quest’ultimo, determinante in ogni lotta partigiana. Ecco perché, oggi, ricordare, conservare e raccontare le loro vite è un atto di resistenza quantomai urgente.

 

Mauro Fantino è un ricercatore cuneese, appassionato di storia locale e direttore - per 27 anni - di una rivista di storia e cultura delle Alpi Marittime. Occupandosi di territorio, e di quel territorio in particolare, è inevitabile approfondire la Resistenza. "Io ho sempre partecipato, fin da piccolo, a tutte le celebrazioni del 25 aprile nella mia città, Borgo San Dalmazzo: c’erano tantissime staffette partigiane nel nostro paese, ma il 25 aprile non partecipavano".

Dopo l’8 settembre, con il formarsi delle formazioni partigiane nelle vallate cuneesi e piemontesi, furono molte le ragazze che entrarono nella Resistenza. "A guardare le loro date di nascita, erano spesso ragazze o comunque giovani donne. Nell’Alto Piemonte c’erano anche partigiane combattenti, donne che combatterono direttamente usando le armi. Da noi, invece, nel cuneese il fenomeno si limitò - pur rimanendo importantissimo - al ruolo delle staffette partigiane".

 

Questo impegno coinvolse tantissime ragazze: centinaia a livello locale, migliaia in Italia. Tuttavia, il loro ruolo è stato decisamente sottovalutato. "Se oggi analizziamo quello che fecero, possiamo dire che la Resistenza fu anche una questione di lotta di genere: erano ragazze che avevano capito molte cose, forse più dei colleghi uomini, nonostante fossero cresciute anch’esse con un’educazione cattolica e fascista".

 

"Occupandomi di Resistenza - racconta Fantino che nel corso della vita ha potuto intervistare diverse staffette partigiane – avevo intuito che fosse necessario parlare di più di loro, ricordare ciò che avevano fatto. Una di loro mi ha aperto gli occhi: era una partigiana che aveva compiuto molte azioni eroiche: si chiamava Rita Barale, e veniva anche lei da Borgo San Dalmazzo".

 

"Mi disse che il valore di ciò che avevano fatto le donne era da equiparare alla scelta compiuta l’8 settembre dagli antifascisti della prima ora. Nella Repubblica di Salò, infatti, dopo il settembre 1943, furono chiamati alle armi i giovani delle classi più giovani: costretti all’arruolamento o alla vita clandestina. Al contrario, le donne e gli uomini più adulti che intrapresero la via della Resistenza, salirono in montagna per una scelta puramente ideale". Le ragazze non avevano alcun obbligo: non erano soggette a leva. Se scelsero di collaborare con i partigiani, lo fecero per profonda convinzione.


Un gruppo di staffette di Borgo San Dalmazzo il 28 aprile 1945, giorno della liberazione del paese.

Parlandone e raccogliendo interviste, Fantino afferma di essersi accorto che gran parte delle staffette partigiane faceva questa scelta perché proveniva da famiglie radicalmente antifasciste. Famiglie spesso umili: operai e contadini, i cui padri avevano maturato certi ideali entrando in contatto con ambienti socialisti, anarchici e di sinistra. Nel Nord-Ovest questo accadeva soprattutto emigrando in Francia, dove lavoravano nelle miniere di bauxite della Provenza, nei cantieri navali, nelle ferrovie o nei porti di Marsiglia e Tolone. Altri, invece, li portavano come eredità dalla Prima guerra mondiale, avendo vissuto direttamente quell’esperienza. Questi ideali erano poi stati importati nelle vallate.

Il caso di Giovanna Dotto è emblematico in questo senso. "La sua era una famiglia contadina di montagna: padre, madre, due figli maschi e quattro figlie. Uno dei figli fa il militare, l’altro emigra in Francia per la povertà. Due figlie - tra cui Giovanna - vanno a lavorare fuori, una a Torino e l’altra a Genova".

Il fratello era emigrato in Francia, e allo scoppio della guerra civile spagnola nel 1936, parte volontario con le Brigate Internazionali contro i franchisti. "Riuscì a sopravvivere e a non farsi imprigionare, ma capì che non poteva più rientrare in Italia. Dunque chiese e ottiene la cittadinanza francese. Nel 1940, con l’ingresso in guerra della Francia, venne richiamato e mandato al fronte nel nord del paese, dove trovò la morte, non si sa se in combattimento, per ferite o di malattia".

 

Questo elemento è significativo e testimonia l’ambiente ostile al fascismo che si respirava in famiglia: "Nel 1936, in pieno consenso al fascismo, lui fece una scelta opposta. Aveva capito dove il fascismo avrebbe portato". Giovanna, nel frattempo, era tornata a casa per assistere i genitori anziani. L’8 settembre, fa subito una scelta netta: inizia a collaborare con i partigiani".

 

A guardare la carta geografica, si vede che attorno a Cuneo si aprono diverse vallate a ventaglio: una di queste è la Valle Gesso. Qui nacquero i primi gruppi partigiani, grazie soprattutto ad antifascisti come Duccio Galimberti, Medaglia d’Oro della Resistenza, che il 12 settembre salì in valle a formare una delle prime bande.

 

Quella della Valle Gesso, dopo l’Armistizio, è una storia particolare. "In questa valle erano presenti molti ebrei fuggiti dal Nord Europa (Germania, Polonia), passati prima in Francia fino al sud del paese, dove - sotto il controllo italiano - la loro presenza era relativamente tollerata. Vivevano in piccoli paesi di montagna, con una certa libertà". Con l’8 settembre tutto cambia: "I soldati italiani si ritirano nel caos, senza ordine. Migliaia cercano di rientrare in Italia attraverso i valichi alpini e circa mille ebrei fuggono con loro attraverso le Alpi Marittime".

 

Qui, Giovanna Dotto - forse prima per umanità che per idee politiche - si trova spontaneamente ad aiutarli: trovare loro rifugio, procurargli i viveri e avvertirli di eventuali retate.

 

Poco dopo nasceranno le formazioni partigiane. "Il primo bisogno è quello delle informazioni: i gruppi sono in montagna, mentre nei paesi si trovano notizie sui movimenti dei tedeschi e dei fascisti. Senza telefoni o mezzi di comunicazione, le staffette partivano a piedi per avvisare dei rastrellamenti, portare messaggi tra bande diverse, trasmettere ordini. C’era anche il problema dei rifornimenti: dare da mangiare ogni giorno a centinaia di uomini, in una montagna povera e in un contesto di miseria generale, era difficilissimo. Le donne svolgevano un ruolo fondamentale anche in questo".

 

Negli ultimi giorni della guerra, Giovanna si rende protagonista di un’azione decisiva. Dopo lo sbarco alleato in Provenza (agosto 1944), i tedeschi si ritirano sulle Alpi. Nell’aprile 1945, i partigiani avevano ordine di lasciar passare i tedeschi in ritirata, ma fermare le truppe della Repubblica di Salò, per arrestarle. "Due compagnie di camicie nere scendono dall’Alta Valle Gesso. Giovanna viene incaricata di andare loro incontro e imporre ai comandanti di scendere disarmati, in piccoli gruppi".

 

La prima compagnia accetta subito. Il comandante della seconda, invece, rifiuta e minaccia lo scontro. "Giovanna – sola – insiste di fronte all’ufficiale, senza tradire alcun timore, dicendo loro che poco più avanti ci sarebbero stati centinaia di partigiani armati ad aspettarli. In realtà, poco più a valle, i partigiani che li accolsero furono molti di meno, appena una ventina. Ormai però era tardi, Giovanna li aveva convinti ad abbandonare le armi".


Alcune delle staffette festeggiano con i militari francesi appena giunti a Borgo San Dalmazzo nel pomeriggio del 28 aprile.

Così Giovanna Dotto evitò una strage, che avrebbe causato molte vittime senza alcuna ragione, come molti altre ne avvennero in quegli anni. "Giovanna sopravvisse alla guerra, e come molte altre staffette, tornò alla vita normale: si fece una famiglia, si prese cura dei genitori e lavorò per tutta la vita. Non chiese medaglie né riconoscimenti".

 

Solo più tardi, il comandante partigiano Aldo Quaranta (detto "Aldone", ex alpinista e – nel dopoguerra – segretario generale del Cai) scriverà una lettera riconoscendo il valore del contributo di Giovanna Dotto, sia per la sopravvivenza delle formazioni sia nei momenti decisivi.

Come si potrà immaginare, le fonti che rimangono oggi su queste vicende sono poche, soprattutto ora che le testimoni sono sempre di meno. "I ricercatori – spiega Fantino - devono spesso partire dalle famiglie, molte delle quali conservano documenti e archivi mai divulgati, perché per molto tempo si è pensato che queste storie non interessassero".

 

"Recentemente – aggiunge – sono riuscito conservato documenti importanti, persino messaggi in codice utilizzati tra le bande partigiane. Materiali indecifrabili, rimasti nascosti per decenni, che ci raccontano di una storia lasciata all’oblio".

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