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La scienza è dittatura, ma nessuno è dittatore anche nell'era della post-verità
Alle falsità diffuse da partiti di estrema destra sul collegamento tra meningite e immigrazione ha risposto il professor Burioni spiegando che erano delle bufale e aggiungendo che "la scienza non è democratica" ma oggettiva. Oggi, però, anche i comunicatori devono insegnare come cercare la verità e non solo imporla
Di Open Wet Lab - 09 gennaio 2017 - 13:30

Parliamo di meningite, e del preoccupante numero di casi e vittime negli ultimi mesi. Più nel dettaglio, un noto partito politico di estrema destra decide di strumentalizzare questa situazione per alimentare l’odio xenofobo verso i migranti: "Meningite - Tutti sappiamo da dove arriva - Basta accoglienza killer". Così recita l’immagine postata sul social, e accompagnata da un volto di donna sofferente. Questa falsità di scarso spessore, malevola nonché priva di alcun fondamento scientifico, viene prontamente disinnescata dal dott. Burioni. La bufala è come di consueto denudata nella sua pochezza, esponendo automaticamente l’ignoranza dei suoi fautori. Ordinaria amministrazione, l’ennesimo scontro tra fantasiosa propaganda e verità fattuale. Ma si accende un dibattito, qualcuno ancora non è convinto. Non c’è spazio per opinioni di fronte ad un dato totalmente oggettivo, eppure fioccano commenti polemici. La realtà scientifica non sembra essere abbastanza per alcuni utenti, e questa volta il medico non va per il sottile.

 

 

La reazione viene accolta da pareri contrastanti. Siamo di fronte ad un esperto che dedica il suo tempo ad una battaglia per la collettività, ma questa affermazione ci lascia ugualmente disorientati. Cosa significa affermare la natura non democratica della scienza? Questa sentenza lapidaria ha un alone quasi dogmatico, e il medico sembra imporsi come una figura che possiede una conoscenza che va accettata senza condizioni. Ma i toni particolarmente forti, dettati forse dal contesto delicato, non devono trarre in inganno. Forse con troppa veemenza, il dott. Burioni difende l’oggettività del metodo scientifico, sottolineando come le opinioni del singolo o della massa non possano scalfire in alcun modo una tesi testimoniata dalla realtà dei fatti.

Il volto severo e imperturbabile della scienza è incarnato proprio dalla solidità dei suoi principi. Possiamo smettere di credere nella forza di gravità, ma ciò non ci farà volare: ci renderà solo ridicoli. In questo senso l’uomo è completamente impotente: la scienza è una dittatura e non ammette replica. L’opinione è confinata nell’angolo dello sconosciuto, e con essa la volontà stessa. Sembra una costrizione forte, ma ciò consente di raggiungere un livello superiore di uguaglianza: nessuno è al comando, nessuno è dittatore. Ognuno ha diritto di parola, ognuno può sconvolgere lo scenario attuale rispettando una sola fondamentale condizione: l’evidenza sperimentale. Ma all’alba del nuovo millennio la verità non sembra più essere abbastanza: il sensazionalismo vince sulla realtà oggettiva.

 

La parola dell’anno 2016 per Oxford Dictionaries è post-verità, circostanza in cui i fatti sono meno importanti del credo personale e dell’emotività. Da Brexit alla vittoria di Donald Trump, passando per le numerose bufale sul fantomatico benessere dei migranti, siamo testimoni di un cambio di paradigma surreale. Il sentimento, o meglio il risentimento, sono la nuova bussola che ci guida nelle decisioni che contano. Il flusso d’informazione nell’era digitale ha lentamente perso la sua struttura gerarchica, appiattendosi in una fitta rete di scambi totalmente orizzontali e tra pari, dove tutto è contestabile e soggetto all’interpretazione. Paradossalmente un tessuto comunicativo di questo tipo promuove l’isolamento del singolo utente, consentendogli di interagire preferenzialmente con chi la pensa proprio come lui. Per reagire occorre prenderne atto: in questa distorsione popolare del mondo oggettivo, dove la verità stessa diventa negoziabile, la parola del dottor Burioni vale purtroppo come quella di chiunque altro. Come può quindi sopravvivere la sana informazione scientifica?

 

Per prima cosa è forse necessario ripensare il rapporto tra il divulgatore e il suo pubblico, che non è più disposto ad accettare nozioni in maniera acritica. L’imposizione paternalistica di “ciò che è bene” sembra per certi versi essere controproducente, scatenare un moto di ribellione. Non abbiamo più bisogno di eroi, che nel loro stoico operare si isolano sempre più dalle masse a cui vogliono rivolgersi. La comunicazione deve tornare innanzitutto un atto di fiducia, fiducia verso un proprio pari e non fondata su altisonanti prefissi o cariche istituzionali e accademiche. Non ci sia malinteso: così come è naturale affidarsi ad un professionista per riparare un’automobile o un computer, dovrebbe essere spontaneo affidarsi al volto familiare di un esperto anche in contesti ben più importanti. Ma non è più una scelta automatica.

 

A tutti i divulgatori, anzi ai comunicatori in generale, non resta che scendere di qualche gradino e smettere di affidarsi in toto a numeri, dati e bibliografie. Persa la centralità del fatto, la priorità è ora coltivare il ragionamento critico individuale: non distribuire verità, ma insegnare come cercarla. Anche nelle sue forme più sterili, il dialogo aiuta a sviluppare una serie di strumenti che permettono di districarsi tra bufale e sensazionalismi. Coinvolgere realmente la collettività è importantissimo in questo momento storico, tanto ricco di problematiche quanto di opportunità. Sotto l’attenta guida di uomini e donne che vi dedicano tutto il proprio essere, la ricerca scientifica continuerà a sorprenderci positivamente, senza accettare compromessi. Ma l’ultima parola spetta al libero individuo; l’ultima parola è proprio un’opinione, o per meglio dire una scelta. E perché tale scelta sia informata e consapevole, occorre forse coltivare più complicità e meno riverenza.

 

 

(di Gian Marco Franceschini)

 

 

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