Calo nascite, contributi per nido e bonus bebè non servono (o non bastano). Dal NY Times al Financial Times, Trentino e Alto Adige insegnano: serve un cambio culturale
I dati Istat mostrano che solo l'Alto Adige riesce ad avvicinarsi alla media europea di bambini per donna in Italia nonostante spenda meno del vicino Trentino in asili nido. La stampa internazionale si è occupata del confronto tra i due territori italiani e di come il calo sia generalizzato e la crisi apparentemente irreparabile. Anche in Finlandia, ''sede di alcune delle politiche più favorevoli alla famiglia al mondo dal 2010 il tasso di fertilità è diminuito di un terzo''. Il cambio di rotta deve, allora, essere culturale se è vero che negli Usa nei primi anni '90 il 61% degli americani pensava che avere figli arricchisse la propria vita mentre oggi il dato è sceso al 26%

TRENTO. Non bastano i soldi, gli aiuti dello Stato, le sovvenzioni per fare figli. Ci vogliono impegno, fatica, sacrificio che in un mondo sempre più centrato sul singolo, che vuole i 40enni ancora votati alla causa dell'aperitivo serale, alle avventure in montagna o alle gite in barca, allo sport, al divertimento, alla ricerca di adrenalina e di sensazioni para adolescenziali, faticano a trovare spazio. E i modelli rilanciati da media, pubblicità, social non sono certo quelli del genitore felice perché, pur accantonando passioni e interessi giovanili, si realizza sacrificandosi per prole e famiglia ma quello dell'uomo o della donna 'indipendenti', 'liberi', in qualche modo 'autarchici'. Mentre i genitori sono sempre e comunque rappresentanti come degli sfigati stanchi, presi a pupazzate, che pestano Lego con i piedi scalzi, disperati perché non possono vedere la partita con gli amici o portano la famiglia in cima a una montagna pur di fare quel che vorrebbero davvero fare se non ci fossero partner e marmocchi.
Il lamento che va per la maggiore (possiamo anche chiamarlo alibi, pretesto, scusa come preferite) è ''si ma come si fa a fare un figlio oggigiorno che lo Stato non aiuta abbastanza''. Mentre non ci si rende conto che nella storia dell'umanità non ci sono mai stati tanti aiuti, contributi, forme di assistenza alle famiglie (che, è bene sottolinearlo, sono fondamentali per sostenerle, per aiutare i genitori a proseguire nei loro lavori, ad alleviare un problema come quello della povertà infantile, per ridurre i gap tra chi è più benestante e chi lo è meno ma che, come vedremo, non sarà mai la ragione determinante per rilanciare le nascite) nonostante i bimbi siano sempre di meno.
DATI (ISTAT-EUROSTAT)
In Italia si è raggiunta una media per donna di 1,2 bambini e in Europa il dato 'sale' (per modo di dire) a 1,46. Nel corso degli ultimi decenni è calato il numero medio dei figli per donna e aumentata l'età media alla nascita del primo figlio, con il conseguente fenomeno della contrazione dei secondi figli e ad una diminuzione drastica dei terzi figli e oltre. L'Istat ha certificato che ''aumentano sensibilmente le donne senza figli, che sono 1 su 4 per le nate nel 1980 (dato stimato per la fine della vita riproduttiva), vale a dire circa il doppio rispetto alla generazione del 1950 (erano l'11,1% delle donne ini età riproduttiva)''. Il record negativo del più basso numero di nascite raggiunto nel 2020 in Italia è stato nuovamente superato nel 2021, con 400.249 nati. Significa un calo dell'1,1% rispetto al 2020 e del 31% rispetto al 2008, anno del massimo relativo più recente delle nascite.
Ma in Europa le cose non vanno meglio (o meglio vanno un po' meno peggio visto che l'Italia è l'unico dei grandi Paese europei che ha visto calare la sua popolazione, dell'1%, nel 2022 mentre grazie soprattutto all'immigrazione gli altri sono cresciuti: Germania e Francia hanno avuto un aumento del 4%, la Spagna del 2% fonte. PagellaPolitica). ''Secondo Eurostat - scrive PagellaPolitica - nel 2022 nei 27 Paesi Ue sono nati circa 3,9 milioni di bambini, 210 mila in meno dell’anno precedente, 540 mila in meno rispetto a dieci anni prima e 486 mila in meno rispetto a vent’anni fa''. Senza l'immigrazione la popolazione europea sarebbe in decrescita dal 2012. Infatti, prosegue PagellaPolitica, ''il tasso di fecondità dovrebbe essere pari a 2,1 se si volesse mantenere il numero di abitanti stabile, in assenza di immigrazione ed emigrazione. Nel 2022 il tasso di fecondità è stato in media pari a 1,46, circa il 30% in meno rispetto alla soglia di 2,1. Quello del 2022 è il dato peggiore dal 2004''.
IL CASO TRENTINO - ALTO ADIGE (NEW YORK TIMES)
Il tema è di quelli cruciali per il futuro dell'Italia, dell'Europa e dell'Occidente e in questi giorni se ne sono occupati i principali media del mondo con il caso Alto Adige - Trentino a rappresentare l'esempio di come non bastino i soldi, gli aiuti, l'assistenza pubblica a incentivare le nascite. Il New York Times si è concentrato sul caso Alto Adige unico territorio italiano davvero sopra media (italiana, comunque sotto media europea) per quanto riguarda il numero di figli per donna (1,56) con il livello nazionale sceso a 1,2 e Trento che si ferma a 1,28. Il tutto nonostante ''anche il Trentino abbia investito molto nell'assistenza all'infanzia - scrive il New York Times - una strategia che precede e in alcuni casi supera quella dei loro vicini. Il tasso di natalità è comunque sceso a 1,36 figli per donna (questo il dato del 2022 calato ulteriormente nel 2023, come scrivevamo, a 1,28 ndr), molto più basso di quello dell'Alto Adige-Südtirol e molto più vicino alla triste media nazionale''. (''Trentino has also invested heavily in child care — a strategy that predates and in some cases outstrips its neighbor...'').
E le cifre sono state snocciolate dal Sky News24 che ha dedicato un piccolo speciale al tema. La spesa pro capite sugli asili nido (sia pubblica che privata, dati 2021) in Trentino Alto Adige è di 66 euro contro una media italiana di 25 euro. Chi spende di più, però, è la Provincia di Trento con 82 euro mentre quella di Bolzano ne spende 50. Trentino e Alto Adige, dunque, sarebbero, anche per la stampa internazionale, la prova provata che non basta investire risorse in servizi e assistenza alle famiglie (anche se è certamente cosa buona e giusta infatti il territorio dove si fanno meno figli in Italia è la Sardegna, 0,91 figli per donna, dove gli investimenti medi sugli asili nido crollano a 15 euro pro capite) per rilanciare la natalità ma ci sono ragioni culturali profonde che incidono in questo senso.

PERCHE' NON SI FANNO PIU' FIGLI (FINANCIAL TIMES)
Il New York Times cita il fatto che le politiche per la famiglia in Alto Adige sono stabili e durature (come lo è la politica locale) e quindi i cittadini sanno che possono contarci concretamente. Al contrario i meccanismi dei bonus bebè stanziati ciclicamente in altre realtà (e soprattutto su scala nazionale) con il cambiare dei governi non danno sicurezze e non aiutano le famiglie ad avere figli. Viene, quindi, citato Alessandro Rosina, ''un importante demografo italiano - spiega il Ny Times - ha affermato che 'anche la cultura locale gioca un ruolo importante e questa è difficile da esportare"'.
E che i soldi non facciano la felicità lo ha dimostrato, sempre in questi giorni, anche il Financial Times che ha spiegato come ''tra il 1980 e il 2019, i Paesi più sviluppati del mondo hanno triplicato la spesa pro capite in termini reali per gli assegni familiari, i servizi di assistenza all'infanzia sovvenzionati, i congedi parentali e altre politiche a favore della famiglia''. Il risultato? ''Hanno visto diminuire i loro tassi di natalità da 1,85 a 1,53 per donna. Nell'egualitaria Finlandia, sede di alcune delle politiche più favorevoli alla famiglia al mondo, il tasso di fertilità è diminuito di un terzo dal 2010. In Ungheria, famosa per i suoi pagamenti stravaganti volti a incrementare il numero di bambini, l'anno scorso sono nati meno bimbi che in qualsiasi altro momento storico da quando esistono i registri. Nel frattempo, in Corea, il paese manifesto del crollo della fertilità, si è scoperto che il programma governativo "bonus bebè" è stato erogato principalmente a donne che avevano già intenzione di avere figli''.
Il Financial Times non ha dubbi in questo senso: ''Analizzando tutti i Paesi ricchi, i tassi di natalità non sono più alti tra quelli in cui l'assistenza all'infanzia è completamente sovvenzionata rispetto a quelli in cui i genitori pagano rette da capogiro. Il legame tra le nascite e la spesa totale per le politiche a favore della famiglia è trascurabile. Questo dato fa spesso storcere il naso, ma non dovrebbe. Non deve sorprendere che la decisione di avere o meno figli e, in caso affermativo, quanti, si riveli una questione ben più importante del denaro''. Eppure, come sottolineavamo anche noi più sopra, anche il quotidiano britannico sottolinea che ''le politiche a favore della famiglia possono avere altri effetti positivi sugli individui e sulla società. Rendono più facile a chi ha già scelto di avere figli di destreggiarsi tra famiglia e lavoro. Alleviano la povertà infantile. Ma quando si tratta di incidere pesantemente sui tassi di natalità, la cultura è molto più potente della politica, e spesso esercita la sua influenza molto prima del momento in cui i costi dell'assistenza all'infanzia possono diventare una considerazione seria''.
GLI ASPETTI CULTURALI DECISIVI
Tra gli aspetti culturali sui quali si dovrebbe andare ad incidere il Ft cita il tempo che i genitori dedicano ai figli. Oggi è tantissimo rispetto al passato a causa delle mille attività cui si sottopongono i bambini (è stato coniato il termine 'genitori elicottero' per quei papà e quelle mamme che esercitano un controllo eccessivo sulla vita dei figli, pianificando le loro attività e organizzandogli ogni dettaglio della vita) e questo frena le famiglie ad averne un secondo o un terzo o anche solo a decidere di averne uno (riuscirò a prendermi i miei spazi se a lui/lei servirà dedicare tanto tempo?). ''Nel 1965, le madri di bambini piccoli nei Paesi sviluppati dedicavano in media poco più di un'ora al giorno - scrive il Ft - alle attività con i figli. Nel 2018 questo tempo era salito a tre ore e in Corea si avvicinava a quattro. Il tasso di fertilità della Corea è crollato a 0,72, mentre in Francia, dove l'educazione dei figli è molto meno diretta, i tassi di natalità hanno resistito bene e ora si attestano a 1,8''.
Poi c'è quanto scrivevamo a inizio articolo: avere figli non è più 'socialmente' considerato un valore (non è 'cool'). ''Il secondo fattore importante è il cambiamento delle priorità dei giovani adulti - prosegue il Financial Times -. Nel 1993, il 61% degli americani affermava che avere figli era importante per avere una vita soddisfacente, ma secondo il Pew Research oggi la percentuale è del 26%. Uno studio condotto l'anno scorso da Lyman Stone, economista demografico e senior fellow presso il think tank canadese Cardus, mostra che le priorità in competizione tra loro che più erodono i tassi di natalità tra le giovani donne sono il desiderio di crescere come persona e di concentrarsi sulla propria carriera''.
Terzo punto: l'ansia per il futuro. Se non si ha fiducia in quel che potrà accadere negli anni a venire (e i motivi per non averne sono molteplici dalle guerre alla crisi climatica dalle crisi economiche alle epidemie) difficilmente si deciderà di mettere al mondo dei figli. E se si considera che tra i giovani under30 l'ansia è uno dei problemi più diffusi nei paesi occidentali le prospettive per il futuro si fanno ancora più grigie.
Infine il Financial Times inserisce tra le motivazioni il fatto che è in declino anche il modello familiare di vita in coppia. ''Come scrive la scienziata sociale Alice Evans - conclude il quotidiano britannico - essendo le donne sempre più in grado di sostenersi economicamente è caduta una delle ragioni tradizionali per cui si decideva di vivere (e restare ndr) in coppia. Questo spiega perché la tendenza recente alla diminuzione delle nascite non è guidata da persone che hanno deciso di avere due figli invece di tre, ma da un aumento della percentuale di persone che hanno deciso di non averne affatto''.
CONCLUSIONE
Per il Financial Times non ci sarà modo di invertire la rotta della decrescita nei Paesi liberali e sviluppati (l'unica 'soluzione' a portata di politiche più o meno immediate è l'investimento su una buona integrazione dei flussi migratori) ma ''se miracolosamente ciò accadrà, sarà molto probabilmente a causa di ampi cambiamenti sociali e culturali, non di politiche di sostegno alla genitorialità. Non c'è nulla di male se i governi perseguono pacchetti favorevoli alla famiglia per altre ragioni, ma se sono preoccupati per l'invecchiamento e la riduzione della popolazione, allora devono trovare altre soluzioni''. E forse, aggiungiamo noi, si dovrà cercare di lavorare anche culturalmente sul concetto di famiglia (tutte, sia ben chiaro) e su quello di genitorialità abbandonando, almeno in parte, il modello dell'uomo o della donna che ''non deve chiedere mai'' (e che gioco forza, essendo da solo/a, ha molto di più da spendere tra viaggi, passioni, divertimento rendendo felici ditte, aziende e case di produzione che quindi lo/la inseguono e rafforzano con pubblicità e comunicazione) per ridare dignità a dei ruoli che richiedono fatica, impegno e abnegazione e che proprio per questo vanno valorizzati e rimessi al centro della società. E non c'entra niente il 'Dio, Patria e Famiglia' di destrosa (in)cultura. C'entra il fatti non foste a viver come bruti di Dantesca memoria perché oltre l'aperitivo serale può esserci di più e può esserci di meglio.












