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Riti voodoo e minacce di morte, schiavitù e prostituzione, sgominata un'organizzazione criminale

Gli altri nigeriani sono stati arrestati in provincia di Viterbo e Torino. Quattro i latitanti tra Francia e Nigeria. I proventi dell'attività illecita veniva in parte utilizzati per operazioni immobiliari nel paese di origine

Da sinistra i comandanti Paolo Grossi e Salvatore Ascione
Di Luca Andreazza - 12 settembre 2017 - 13:26

TRENTO. Quattro arresti tra Merano, Viterbo e Torino e quattro latitanti in Francia e Nigeria, questo il risultato dell'operazione 'Justice', un'attività condotta dalla Dda di Trento e scattata alle prime luci dell'alba di lunedì 11 settembre che ha coinvolto la polizia giudiziaria della Procura della Repubblica di Trento e la Polizia francese, oltre che le squadre mobili di Trento, Bologna, Bolzano, Viterbo e il Commissariato della polizia Merano.

 

"Le indagini sono iniziate l’anno scorso - spiega Salvatore Ascione, comandante della squadra mobile di Trento - quando una giovane nigeriana si è recata in Questura a Bologna per raccontare la sua drammatica esperienza del viaggio clandestino verso l’Italia. Nel corso della sua testimonianza la donna ha spiegato agli investigatori le modalità di reclutamento in patria delle giovani e ignare donne, il trasferimento in Libia, il viaggio verso l’Italia e infine l'approdo in Francia".

 

Devono rispondere all'accusa di riduzione in schiavitù e immigrazione clandestina, ma anche per tratta di esseri umani finalizzata allo sfruttamento della prostituzione, i quattro nigeriani finiti in manette: Olivia Atuma, classe 1987, e Justice Ehorobo, classe 1990, residenti a Merano, Harrison Atuma, classe 1989, domiciliato a Viterbo e Lawrence Saribo, classe 1978, domiciliato a Torino.

 

"Gli approfondimenti - dice il comandante Paolo Grossi - accertavano la genuinità della deposizione della ragazza, oltre che gli atteggiamenti violenti e intimidatori degli aguzzini, compreso costanti minacce di morte. Una situazione che ha portato un'evoluzione molto rapida dell'attività investigativa e un quadro già piuttosto completo, anche se ora si procederà con ulteriori sviluppi".

 

Le ragazze, tutte tra i 20 e i 30 anni, venivano reclutate in Nigeria con la falsa promessa di un lavoro in Europa e venivano sottoposte a rito voodoo (ju-ju), in modo che fossero vincolate al pagamento del debito, circa 30 mila euro per coprire le spese di viaggio per raggiungere l'Italia.

 

"Le ragazze - commenta Grossi - venivano vessate psicologicamente e fisicamente nel caso non avessero corrisposto quanto dovuto e venivano rivolte minacce di morte nei loro confronti, ma anche verso i familiari. I riti voodoo sono inoltre molto condizionanti nella cultura di riferimento e una volta soggiogate venivano trasferite sulle coste libiche e rinchiuse in campi profughi nella città di Sebhrat o Tripoli, dove venivano sottoposte a numerose violenze".

 

A turno venivano quindi imbarcate sui barconi e trasferite in Italia, dove, nella maggior parte dei casi, venivano fermate e condotte nei centri di accoglienza come richiedenti asilo di tipo umanitario. Una volta uscite venivano trasferite in appartamenti sotto il controllo dell'organizzazione criminale. "Per liberarsi da questa condizione di schiavitù - evidenzia il comandante - erano costrette a prostituirsi fino al totale pagamento del debito contratto per il trasporto in Italia. Al momento non abbiamo evidenze che la prostituzione si svolgesse anche in regione".

 

L'organizzazione riusciva a seguire ogni spostamento e monitorare costantemente la situazione per la rete di conoscenze, legato principalmente all'insospettabile nucleo famigliari residenti a Merano. "Il sistema - conclude Grassi - era operativo da anni e il giro d'affari è in corso di accertamento. Siamo però certi che il provento dell'attività illecita prendeva la strada dei promotori del sodalizio e della Nigeria con il sistema del money transfer. In Nigeria i soldi venivano utilizzati in parte per finanziare la prosecuzione dell'attività e in parte per investimenti immobiliari delle famiglie degli indagati".

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