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A Rovereto nella Bitcoin Valley, dove puoi comprare tutto con la criptovaluta e dei dipendenti si fanno già pagare l'intero stipendio così

Viaggio nel mondo della moneta digitale che nel 2012 valeva 4/5 euro e oggi ne vale più di 1.000. Abbiamo incontrato Marco Amadori uno dei primi in Italia a scoprire il bitcoin e siamo stati nella sua Inbitcoin nella Città della Quercia, che c'ha raccontato tutto. E intanto in Provincia arriva la mozione per promuoverne l'uso 

Il team di InBitCoin all'opera a Rovereto
Di Luca Pianesi - 10 marzo 2017 - 06:47

ROVERETO. "Se ti avessi ascoltato due anni fa. Mi mangio le mani. Ma ci sono ancora margini?". "Se mi avessi ascoltato due anni fa avresti avuto un +400% sul valore dei tuoi euro. I margini ci sono eccome, il treno sta ancora partendo". Girando per le vie di Rovereto con Marco Amadori capita anche questo: di essere fermati da persone che lo salutano e rimpiangono il giorno che non gli hanno dato retta. Altri invece lo accolgono nel loro locale e con lui, come fossero navigati broker o agenti di borsa, iniziano a parlare di percentuali di crescita, di risparmi sugli acquisti, di tassi d'interesse e di velocità delle transazioni. Perché? Perché siamo a Rovereto la bitcoin Valley d'Italia e forse, chissà, con un po' d'impegno, anche d'Europa. La mappa di quibitcoin.it  dice che in provincia di Trento ci sono almeno 34 luoghi per utilizzare i bitcoin, 20 tra Rovereto e Riva. Nel resto d'Italia stanno davanti solo Milano con 39 punti pagamento e Roma con 35 ma stiamo parlando di metropoli con milioni di abitanti.

 

Nella Città della Quercia, oggi, con la moneta elettronica si può pagare già tutto. Si può dire che la filiera è completa. Ci sono bar e pub che ne permettono l'utilizzo, ci sono gli sportelli che convertono gli euro in criptovaluta, ci sono i ristoranti, gli ottici, il benzinaio, l'estetista, la scuola guida, il negozio di videogames e di motociclette e il tabacchino. Al "Manialcielo wine bar" ci sono dipendenti che hanno deciso di percepire parte del loro stipendio in bitcoin. "Una ragazza lo percepisce tutto in bitcoin - ci spiega il gestore del locale Gianpaolo Rossi -. D'altronde i vantaggi sono indiscutibili. Solo con la crescita che ha avuto il valore della moneta in questi anni tutte hanno avuto un plus maggiore di qualsiasi tredicesima o quattordicesima. Ti ricordi la prima birra che mi hai pagato il 28 gennaio 2015 (data precisa, da ricordare, evidentemente, per Rossi ndr) con i bitcoin, Marco? Quei 3 euro ora sono diventati 15".

 

Ed effettivamente il valore dei bitcoin è cresciuto esponenzialmente. Nel 2012 un bitcoin valeva tra i 4 e 5 euro, nel 2015 era arrivato a 300, adesso ne vale 1.125 euro. Ed ecco spiegati i rimpianti di quanti non hanno dato ascolto a Marco quando ancora era uno dei pochissimi in Italia a sapere cosa fosse un bitcoin. Marco Amadori è uno dei soci fondatori e Ceo di Inbitcoin, un'azienda che sviluppa prodotti e servizi per l'uso di bitcoin che si trova in pieno centro a Rovereto. Tutto è nato un po' per caso, quando Marco era ancora all'Fbk. Da ricercatore gli venne affidato dall'attuale direttore Ict di Fbk Paolo Traverso la mission di approfondire il tema bitcoin. "Era il 2012 - ci spiega Amadori - e ancora in pochissimi sapevano cosa fosse una criptovaluta. Mi sono appassionato e piano piano ho scoperto un mondo, che quella che avevamo davanti era una rivoluzione sociologica, filosofica ed economica gigantesca. In breve tempo mi sono ritrovato ad essere una delle tre, quattro persone che in Italia riuscivano a comprendere le potenzialità dei bitcoin e così ho dato il via alla mia startup".

 

Il bitcoin nasce sul finire del 2008 grazie a un misterioso "inventore" Satoshi Nakamoto, la cui identità resta ancora sconosciuta, ed è una moneta matematica. In buona sostanza si genera tramite un software con un algoritmo che ne autoregola la diffusione in tutto il pianeta. L'algoritmo, infatti, fissa degli obiettivi di "produzione" di bitcoin e quel numero non può essere forzato nemmeno dai "miners" i "minatori", coloro che grazie a un "mining", un software che genera codici, "estraggono" (dalla rete, non dalla terra) bitcoin. Banalizziamo per renderlo comprensibile: la rete bitcoin crea un codice con un tot di cifre. Il primo "minatore" che con il suo software centra tutte le cifre ha trovato la sua "pepita", il suo bitcoin. Se i minatori crescono la rete se ne accorge e complica gli "scavi" aggiungendo numeri al codice da trovare. E infatti se nei primi tempi venivano "estratti" 50 bitcoin in tutto il mondo, ogni 10 minuti, nel 2012 erano diventati 25 e oggi sono 12,5.

 

Rovereto e i bitcoin dalla "macchina dei minatori" al Manialcielo

Per produrli, quindi, basta dell'energia elettrica al quale attaccare i "mining" e poi serve tanta, tanta pazienza (ovviamente anche tante, tante capacità informatiche). Ed è così che in alcune parti del mondo mega capannoni sono stati attrezzati apposta per questo. In Venezuela, paese allo sbando che sta affrontando una crisi economica e sociale devastante, mentre il bolivar continua a calare e vale ormai quanto carta straccia ci sono intere famiglie che vengono mantenute da "minatori" che con il loro lavoro di "scavo" recuperano bitcoin e acquistano online beni di prima necessità (rischiando anche l'arresto perché il Governo centrale li accusa di furto di energia elettrica).  

 

"Acquistare online è facilissimo - prosegue Amadori - d'altronde strutturalmente il bitcoin viene scambiato elettronicamente su reti digitali tramite internet, direttamente fra due soggetti (peer-to-peer) in maniera velocissima (ci vogliono massimo sei minuti perché questi soldi passino da un punto all'altro del mondo ndr). Tutto ciò ha infinite implicazioni anche sociali e politiche, perché è una moneta che non è soggetta ad alcun controllo né statale e né bancario. Eppure è molto più sicura di carte di credito o bancomat che si basano sul principio fiduciario: tu depositi e loro ti danno, se vogliono. Con il bitcoin, invece, non sei costretto a fidarti di nessuno se non di un algoritmo, della crittografia, della matematica. Tutto resta tracciato, ogni firma è digitale quindi unica e personale. Il sistema di sicurezza è elevatissimo e non dipende da intermediari umani".

 

E utilizzarli è davvero semplice. Marco ci ha aperto le porte del suo centro di sviluppo di Rovereto dove all'interno vivono e lavorano (da lunedì a giovedì 24 ore su 24 e poi ognun per sé e dio per tutti) i developers dei quali si è circondato. In un attimo ci ha mostrato l'Atm Bitcoin e ci ha fatto scaricare la app da loro creata "Altana" (che vuol dire "terrazzo sopra il tetto di un palazzo" nome scelto in onore del balcone di InbitCoin che dà sui tetti di Rovereto). Abbiamo messo 15 euro nella macchinetta, mostrato il Qr code generato dalla app sul nostro smartphone e in un attimo i soldi erano convertiti in bits (che sono i micro-bitcoin, 0.000001 bitcoin). Siamo quindi usciti e andati a berci una birra al "Manialcielo" e al momento di pagare abbiamo estratto il nostro smartphone e inquadrato il Qrcode del locale abbiamo pagato senza nemmeno spostare dalla tasca il portafoglio.

 

"Qui in Trentino siamo all'avanguardia in questo senso - conclude Amadori - e la mia intenzione è quella di rendere la nostra provincia sempre più una perfetta Bitcoin Valley. Potrebbe essere un'occasione unica per attirare imprese, industrie, creare ricchezza, rilanciare il territorio. Il treno è appena partito e negli anni a venire prenderà sempre più velocità. Restiamo a bordo e magari guadagnamoci il posto in prima classe o perché no, direttamente sulla locomotiva". E intanto negli scorsi giorni il consigliere (di Rovereto) provinciale Alessio Manica ha depositato in Provincia una proposta di mozione per la "promozione del bitcoin in Trentino" per "focalizzare e approfondire le possibilità applicative di questa tecnologia per il sistema territoriale trentino". Della serie: "in carrozzaaaa" e speriamo, tra qualche anno, di non "mangiarci le mani" anche noi.

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