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Al Muse si scopre il genoma umano tra video e multi-proiezioni, arte e installazioni

Inaugurata questo pomeriggio al Muse "Genoma umano, quello che ci rende unici". L'allestimento interattivo è affascinante e la visita è un'esperienza che non necessita di bagaglio scientifico ma di attitudine alla curiosità e alla voglia di interrogarsi sui traguardi inimmaginabili raggiunti dalla ricerca ma anche sulle questioni etiche e morali che segnano il presente e segneranno il futuro. Il dna della proposta? Coinvolgimento e partecipazione attiva del visitatore. Da applauso

Di Carmine Ragozzino - 23 febbraio 2018 - 19:09

TRENTO. La mostra? Non è una mostra. Semmai è un’esperienza: consigliabile. Un’esperienza che si può vivere anche – e forse soprattutto – senza un bagaglio scientifico. La proposta che il Muse ha materializzato in un percorso che mira a trasformare la didattica in dialogo si regge sul fascino della curiosità. E’ la curiosità dell’inconsueto. L’inconsueto – attualissimo – dell’argomento. L’inconsueto dell’allestimento.

 

“Genoma umano, quello che ci rende unici” è un titolo di un progetto che sposa scienza e filosofia. Un progetto che testimonia un presente di ricerca e di speranza senza mai mitizzare il futuro che ricerca e speranza stanno già determinando. Senza presunzione – al contrario con umile ammirazione – si potrebbe perfino suggerire un altro titolo: “Dna. Ovvero: dai non arrenderti”. Non arrendersi mai nel rincorrere scoperte che possono migliorare l’universo singolo e quello collettivo. Ma non arretrare mai di fronte alla virtù salvifica del dubbio. Certezza scientifica non significa certezza etica.

 

Gli studi sul genoma, i traguardi solo poco tempo fa inimmaginabili raggiunti da chi analizza il “Lego” della nostra vita, amplificano interrogativi morali e sociali sulla legittimità delle manipolazioni biologiche. Ecco perché promuovere la scienza è da una parte opera meritoria ma dall’altra parte – ma è la stessa parte – impegno all’onestà.

 

Divulgare la scienza – volgarizzarla perfino – è vitale. Specie in un’epoca che non è mai stata tanto prigioniera dei pressapochismi e di un'ignoranza sempre più "social". Ma divulgare la scienza vuol dire anche ancorarla ad un linguaggio inclusivo. Ed è proprio il linguaggio la forza della mostra sul genoma umano che il Muse ha inaugurato oggi per farla durare un anno.

 

E’ un linguaggio che coinvolge. Il racconto delle dieci sezioni della mostra non ha efficacia senza partecipazione. Senza emotività e senza emozione. E’ un linguaggio interattivo dall’inizio alla fine. La mostra informa, e informa tanto. Ma la mostra forma. E questo non è mai scontato. Forma – vuol formare – un po’ di coscienza nei tanti momenti in cui chiede al pubblico di misurarsi con le delizie ma anche con le croci de mirabolante avanzamento scientifico.

 

Analizzare e “governare” il genoma, il Dna, vuol dire intuire, in qualche caso dimostrare, il perché delle diversità umane. Ciò che, appunto, ci rende "unici".Vuol dire combattere disastri sanitari e sociali rispetto ai quali non troppi anni fa c’era solo il rimedio della preghiera. Per chi crede. Vuol dire, ancora, ipotizzare che i talenti siano “scritti” nel patrimonio genetico, così come è scritta la longevità o al contrario una vita troppo breve.

Ma lavorare sul genoma significa anche tuffarsi – con il salvagente della scienza – in un mondo meno scemo, meno ipocrita, meno falso, meno pericoloso. Se il 99 e spiccioli per cento della struttura del dna è uguale ad ogni latitudine è un obbligo chiedersi perché il meno dell’un per cento rimanente abbia prodotto e produca orrori: guerra, sopraffazione, razzismo e quanto altro a parole si “schifa” ma nei fatti si sopporta come inevitabile.

 

Non è un inevitabile scientifico – lascia intendere la mostra del Muse. E qui la mostra – volenti o nolenti i promotori – diventa politica. E coraggiosa. Una politica sana perché ha l’obiettivo chiaro di regalare al visitatore nozioni ma anche e più di tutto consapevolezza. E’ la consapevolezza che la scienza non è “affare di altri”. E’ “affar nostro” per le molteplici implicazioni sociali che la accompagnano.

 

Se la scienza è “affar nostro” – indica il Muse con l’ambiziosa mostra sul genoma – bisogna che per spiegarsi la scienza allerti tutti e cinque i sensi. Ecco perché in “genoma umano, quello che ci rende unici”, l’interattività non è un’opzione furba, in linea con i modi e le mode della divulgazione. L’interattività è la mostra. Lo è fin dai primi passi  che introducono in un mondo in cui lo stupore lascia progressivamente il posto ad una sorprendente familiarità.

 

Si entra alla mostra e ti accoglie un vocabolario circolare (le lettere che fanno riferimento al Dna). L’alfabeto genetico sarà anche ostico, ma è l’alfabeto di tutti: belli e brutti, grassi e magri, bianchi e neri. Si avanza e ci si può rispecchiare nel proprio genoma. Si possono fare domande. Si ottengono risposte ma anche stimoli a darsi delle risposte. In una classe si può giocare con il genoma nel gioco più semplice e più serio: cambi una parola in una storia e la storia cambia. Cambi la disposizione del dna (non si offendano i professionisti per queste banalizzazioni) e la vita cambia.

 

Nella “Piazza” della mostra le sagome telematiche piazzate dentro un ambiente dalla scenografia alla Matisse non fanno poesia. Sono sagome di vita, storie di vita: la malattia degenerativa senza rimedio, gli incredibili parallelismi dei gemelli, il ragazzo dal cervello interconnesso. Ma l’intensità del viaggio è appena incominciata.

 

E’ un viaggio che non dribbla gli ostacoli quando nel “supermarket” del dna invita a temere chi in internet ti vende tutto quello che il dna può svelare di te stesso attraverso test che tutto possono meno che testare la tua capacità di “gestire” le profezie sanitarie, le propensioni ad ammalarsi di malattie ancora senza cura. E poi, l’epigenetica. L’ambiente – fisico, culturale eccetera – è acceleratore e frenatore. Influenza, modifica, cambia: di generazione in generazione. La mostra del Muse poteva teorizzare, e non sarebbe stato poco.

 

Ma la mostra del Muse fa di più: fa scienza con l’arte, mette l'arte al servizio della scienza. Una scultura viva di resina e  chissà che altro – l’ha inventata la creativo-visiva Claude Hesse – muta grazie agli imput dei visitatori. Parole chiave – (pace, ad esempio) – svegliano la scultura con suoni e colori. Sul genoma umano non impattano le parole: impattano i comportamenti, le ferite all’ambiente, l’alimentazione eccetera. E quei comportamenti, specie i più deleteri, lasciano segni indelebili, il “Lego” della vita si confonde. E sono guai. Guai seri.

 

Chi lascia la mostra sul genoma, (che abbiamo potuto vedere in anteprima), esce diverso da come è entrato. Forse non sarà più esperto di prima in struttura cellulare e conseguenze annesse. Ma certo non sarà indifferente a questioni che restano scientificamente complesse ma che smettono di essere ostiche e lontane dal nostro quotidiano. Paolo Cocco,  Patrizia Famà, Lucia Martinelli, Lorenzo Greppi e l’intera famiglia Muse di Michele Lanzinger non avranno bisogno di fare scongiuri per il riscontro della mostra.

 

Il direttore spiega che “Genoma” è nata chiedendo a chi ruota attorno al Muse come “avrebbe voluto” la mostra. “E’ quello che spesso i musei ipotizzano ma che raramente fanno” – dice Lanzinger. Il pubblico se ne accorgerà.

 

Se poi il pubblico dovesse accorgersi anche che non esiste un sequenziatore capace di giustificare con la struttura del dna il frottolificio, l’odio, l’ignoranza e la stupidità elettorale imperante di queste settimane, beh allora “Genoma, eccetera” farebbe bingo.  Ma non accadrà. Dovremo rassegnarci all’idea che il dna di una politica sempre più politicante è immutabile. Purtroppo.

 

 

 

 

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