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Il sabato del Villaggio è festa solidale. Tutti i giorni dell'anno

Domani, 16 giugno, un'intera giornata di porte aperte, (che non sono mai state chiuse) e convivialità al Sos di Gocciadoro che celebra i 55 anni di presenza e impegno invitando la città a partecipare. I bisogni sono cambiati e la risposta si è adeguata ospitando anche profughi e giovani madri con neonati arrivate con i barconi. Ma se cambiano i bisogni non cambiano i diritti da tutelare, i crediti di giustizia e dignità da onorare e l'impegno a costruire "Un mondo come dovrebbe essere"

Di Carmine Ragozzino - 13 giugno 2018 - 10:37

TRENTO. I bisogni sono cambiati. I bisogni sono cresciuti. I bisogni – vecchi e nuovi - impongono di  adeguare continuamente l'approccio, modificare il quanto e il come dell'aiuto. Che tuttavia resta aiuto. E l'aiuto è un dovere, un risarcimento a chi è in credito con la vita e non si è mai “cercato” la sua difficoltà.

I diritti restano diritti. I diritti non hanno bandiera. Né nazionalità. Nella crisi di soldi e, più di tutto, di valori la paura - specie quella immotivata, specie quella fomentata dai piazzisti d'odio che occupano istituzioni e “social” - è l'immaterialità che si fa sostanza.

 

 Una sostanza di disinteresse, egoismo, insensibilità. I tempi, insomma, sono tempi grami perché quello che sta disgregando tutto il disgregabile è il virus dell'incultura e dell'approssimazione, del rifiuto della complessità e del rifugio nella semplicità del menefreghismo. Eppure gli esempi contano. Eppure conta la caparbietà della solidarietà. Eppure, nella solidarietà, conta una storia lunga, intensa ma al tempo stesso umile: mai “venduta”, mai strombazzata.

 

 La storia del Villaggio Sos di Gocciadoro ha mezzo secolo e un lustro. E' una storia di servizio. E' la storia di un'intuizione – (quella di Hermann Gmeiner) – diventata azione grazie ad una politica con più anima e meno animosità di quella odierna. E' la storia delle mamme che si prendevano cura degli orfani nelle prime “famiglie allargate” di Trento e del Trentino in epoche di fame e di emigrazione.

 E' la storia che oggi prova a dare un presente meno complicato e un futuro meno disperato agli orfani della serenità che arrivano da situazioni famigliari squassate ma anche agli orfani della giustizia e della dignità che stanno dall'altra parte dl nostro piccolo mondo e s'affidano al rischio letale  del mare e delle bagnarole per darsi una chance di sopravvivenza e di dignità.

 

E' una storia al presente quella che al Villaggio Sos si festeggerà domani,  16 giugno, in una giornata nella quale si apriranno porte che in realtà non sono mai state chiuse. Certo, la comunità cittadina e trentina – l'invito è accorato – potrà entrare nelle “case” del Villaggio e potrà vivere una dimensione di sensibilità, (e perché no, amore) che nessun discorso ufficiale potrà mai sintetizzare.

 

 Le case con i bambini e i ragazzi italiani e stranieri ai quali il Villaggio assicura – non senza fatica, non senza patemi – la costruzione di percorsi di fiducia nell'affrontare la propria crescita con  meno guai nel rapporto con la scuola, la società, il lavoro, la comunità. Ma anche le case dove giovani mamme africane possono finalmente allattare i loro neonati con l'ottimismo piuttosto che con l'angoscia.

 

  I bisogni, si diceva, sono cambiati. Il bisogno che la solidarietà si affermi nella concretezza anziché negli slogan non è mai cambiato. Al Villaggio Sos gli ospiti sono un centinaio. Vengono da situazioni al limite. Spesso i tribunali li affidano al Villaggio prima che il limite del disagio da cui provengono possa essere superato. Oggi il Villaggio – diretto dalla lucida passione di Giovanni Odorizzi che gestisce una settantina di operatori – è tutto meno che un universo a parte.

 

 Il Villaggio aiuta, cura, protegge, integra ma il Villaggio Sos vuole, deve, essere una parte della città. Certo, al Villaggio Sos non  è mai stata assente la città del volontariato e dei benefettori che da sempre fanno la loro parte senza apparire. Ma la Trento distratta che percorre il parco di Gocciadoro immaginando che quel gruppo di  casette anni 60 siano vacanziere è spronata a partecipare, vedere, capire. E a riflettere. E magari, singolarmente, a reagire all'indifferenza verso le iniquità. E a reagire.

 La festa di sabato al Villaggio Sos ha questo scopo, questa mission. Si fa ogni cinque anni da un ventennio a questa parte. Ma non è un rito. Lo ribadisce Alberto Pacher, presidente del Sos dopo aver raccolto il testimone dalla longeva abnegazione di Giuseppe (Bepi) Demattè: “La storia del villaggio è una storia fatta di tante storie, una vita collettiva fatta di tante vite che si incontrano e fanno un tratto di strada assieme. Un cammino reso possibile dalla competenza di educatrici ed educatori, da una gestione attenta e responsabile, dalla stretta e positiva collaborazione con istituzioni, servizi locali, dal contributo dei soci”.

 

 La festa al Villaggio è dunque una tappa, l'ennesima, di questo percorso necessariamente duttile e mutante, di questo progetto di solidarietà che deve rimodellarsi continuamente rispetto ai troppi volti del disagio ma anche alla convinzione che il disagio non è né una condanna né una ineluttabilità. La festa – a differenza che nel passato – non si aprirà, (dalle 9) con la messa. Il mondo del Villaggio è ormai cosmopolita, multiculturale e multireligioso. “Coerenza vuole – dice Odorizzi – che la preghiera ci venga proposta secondo le diverse confessioni. Alle 10 i discorsi: Pacher, il sindaco Andreatta, (che al Villaggio non è mai andato di fretta), il rappresentante degli Sos nazionali, Gatti, la Provincia).

 

Poi – un poi lungo l'intera giornata – un “a tu per tu” tra Villaggio e Città. Le case aperte, gli abitanti pronti a raccontarsi e a raccontare, i bambini a giocare, gli adolescenti a fare gli adolescenti. Ma anche chi c'è stato, al Villaggio, e ne è uscito più solido. E animazione. E il mercatino allestito dai più piccoli per finanziare le attività estive. E il pranzo comunitario con gli alpini di Ravina e Romagnano a riempire – sempre presenti – i piatti. E i tortei del Vololibero di Pellizzano. E il partitone. E il teatro di strada, la musica, l'arte. E la cena. E via festeggiando.

Un anniversario va celebrato ma non è solo muna tappa. Al Villaggio Sos lo sanno bene. La festa è un momento che più corale e partecipato sarà meglio sarà. Ma il traguardo è altra cosa. Il traguardo è quello che Pacher accenna nel depliant di invito all'evento. Il traguardo è l'impegno a realizzare “Un mondo come dovrebbe essere”.

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