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Silvano Bert 'interroga' gli ex studenti sul voto, un 'perché' della scelta. Tra Pd, Leu e Cinquestelle vince il malessere per la politica

L'ex docente dell'Itis Buonarrori venerdì ha riunito i suoi ex alunni per chiedere 'ragione' del loro voto: non tanto un 'per chi' quanto un 'perché'. Ecco quanto è uscito tra sinistra che si sposta a destra, Movimento 5 stelle e un solo astenuto: "Se devo pescare un pesce vivo da una vasca che contiene solo pesci morti non ha senso provarci”

Di Carmine Ragozzino - 17 marzo 2018 - 20:20

TRENTO. "Perché gli Italiani sono sempre così disuniti, così implacabili fra di loro, così pronti a dilaniarsi ferocemente, mentre gli altri popoli rimangono uniti e compatti?". Leopardi, il buon Giacomo che per troppo hanno dipinto come uno sfigato e che invece vedeva lungo, forse troppo lungo per la sua epoca, dava anche la risposta. Era 200 anni fa. Potrebbe essere oggi.

 

Anzi, è oggi. “Perché – diceva non conoscono l’arte e il piacere della buona conversazione. Gli italiani amano parlare soprattutto male del prossimo, anche e specialmente in sua presenza: godono a insultarsi, a maltrattarsi, a infangarsi l’un l’altro: e questo li rende cinici”. Benedetto Leopardi.

 

Benedetta la lungimiranza, seppur amara come più non si può. E applausi a chi oggi – in questo tempo che più gramo non si può (anche se non s’è ancora visto tutto) rilancia la virtù della 'conversazione' sottolineandone la sua essenza dimenticata, maltrattata, vituperata.

 

La conversazione serve a rendere le nostre idee comprensibili a chi non le condivide. E serve ad entrare nel mondo di chi ha idee opposte. Nessuno vince e nessuno perde”. A dare un’occasione a un confronto tanto inedito quanto purtroppo irrituale ci ha pensato venerdì Silvano Bert, docente per una vita all’Itis Buonarroti, oggi (da anni) in pensione.

 

Un ritiro dal lavoro che ovviamente non è ritiro dal pensiero. Né dalla voglia di rendere il pensiero pubblico senza la pretesa di farne un dogma. Ebbene, all’indomani di un’elezione, all’indomani di un 4 marzo che ha fatto numericamente storia ma ancora non è dato sapere che tipo di storia farà, Bert ha inaugurato la curiosa teoria del sondaggio postumo. Ha interpellato un bel po’ di suoi studenti 'di allora'. Studenti dell’Itis, periti per definizione ma vivi per sentimento e ragionamento. Ex studenti che anagraficamente vanno catalogati tra gli 'anta', che lavorano in Trentino, in Italia o all’estero.

 

A loro Bert ha chiesto 'ragione' del loro voto. Non tanto un 'per chi' quanto un 'perché'. Molti di loro venerdì si sono ritrovati nella vecchia-nuova scuola tecnica. Altri hanno scritto. Cosa ne è uscito? Un quadro tanto intrigante quanto realistico di un malessere che pur dichiarato a basso suona a alto volume.

 

Gli interlocutori del professor Bert non si astengono. Su 31, uno solo è rimasto a casa il 4 marzo. Ma gli ex studenti – tutte persone che a sentire i curriculum hanno messo a frutto lo studio nel lavoro e nell’impegno sociale – sono sembrati un tutt’uno per disillusione. Astenuti mai, convinti sempre meno. Eppure tra loro – un microcosmo micro - micro - il centrosinistra umiliato nell’urna del 4 marzo è un centrosinistra sorprendentemente vincente.

 

Vincente sì. Ma vincente 'nonostante'.

 

Ecco, il 'nonostante'. Dentro quel nonostante c’è un mondo di aspettative frustrate, di illusioni naufragate, di rabbie cresciute proporzionalmente alla crescita di una disaffezione che mai i partecipanti all’incontro avrebbero immaginato di poter e in qualche caso dover vivere. Uno solo, tra gli  ex studenti del professore, ha liquidato il problema con la metafora più dura possibile: “Se devo pescare un pesce vivo da una vasca che contiene solo pesci morti non ha senso provarci”. E quindi chissenefrega delle elezioni. Gli altri si sono mossi sul bilico.

 

Il bilico tra l’autocoscienza e la coscienza che considerare politica e politici un unico, indistinto, disastro è solo autolesionismo. Epperò che fatica – lo si è capito intervento dopo intervento e scritto dopo scritto – votare 'ancora' a sinistra. C’è stato chi ha perfino sperato in un rinvio delle elezioni: “non sono mai stata di destra, non mi sento più di sinistra e non posso aver nulla a che fare con i cinquestelle”. Cosa le resta? Il disorientamento.

 

C’è chi non ha mai avuto dubbi nello schierasi a sinistra ma in questi anni non ha semplicemente capito dove si schiera la sinistra. E quindi difficoltà, imbarazzo. C’è chi da un Pd sempre votato anche nella preistoria del Pci s’è sentito tradito e ha scelto Leu (Liberi e Uguali) immaginando che la sinistra della sinistra potesse almeno 'tenere la rotta'.

 

Ma se la rotta la cerca guardando a quel che per lui conta? Nebbia: dell’ambiente, ad esempio, non frega nulla nemmeno a Leu. E tantomeno agli altri. C’è – ancora – chi distingue. E va al profondo: in politica c’è differenza tra comunicazione e narrazione. La prima è pubblicità, mercato. La seconda è contenuto. Ebbene spesso tutto – in queste elezioni – è sembrato “già raccontato".

 

C’è chi “non ce l’ha fatta a votare Pd” e ha votato – di nuovo – Leu. “Ma con tristezza”. La tristezza di un disilluso che anche mettendo la scheda dell’urna non ha provato alcuna consolazione. C’è chi quel 'nonostante' non lo ha bloccato. Da militante ha scelto il Pd perché in ogni caso 'gli altri' sono peggio per “programmi e disamore per una nazione che non merita guai ulteriori”.

 

E c’è chi, al contrario, s’è affidata ai Cinquestelle per rincorrere quasi disperatamente una 'possibilità'. Una possibilità pentastellata ma con le stelle orientate, però, a sinistra. E Bert? E il promotore? Di sinistra, da sempre e 'nonostante'. Anche 'nonostante' quel Renzi che rispose a una sua lettera di dubbi sulla sua politica con un “rispetto ma non condivido” che odorava di un infastidito copia-incolla.

 

Microcosmo. Microsondaggio. Micro tutto. Eppure quel che è accaduto all’Itis per un’iniziativa piuttosto rara e piuttosto coraggiosa non va archiviato tra gli spifferi post elettorali. Se c’è un modo che per ripartire – in questo caso ripartire a sinistra – quell’incontro ha indicato che occorre partire dalle persone che non si occupano di partiti, poltrone, poteri, organigrammi. Persone che 'danno' e che 'fanno' nel loro lavoro, nelle loro famiglie, nel sociale e nella società.

 

Persone che hanno da 'dire', che vogliono 'dire'. Persone che vorrebbero "cambiare la politica” e che invece sono “state cambiate” dalla politica del vuoto progettuale, dell’autoreferenza, dei proclami e della richiesta di deleghe in bianco. Persone cambiate da questa politica che stanno alla larga da questa politica. Soffrendo, certo. Ma da sempre più lontano.

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