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Kyiv (pt2), Alina la filologa resistente che non leggerà più i classici russi e l'odio radioattivo per quella cultura che ha portato alla tragedia dell'Ucraina

Paolo Ghezzi si trova in Ucraina con Giovanni Kessler. Sono arrivati vicino al paese di Khukarì, nel mezzo del niente piatto vicino a Chernobyl. Qui incontrano Natalya rimasta nella sua casa con 15 cani, quattrodici dei vicini abbandonati nella fuga dall'inferno scatenato dai russi. E poi c'è Alina, madre russa e padre ucraino che ora odia, senza mezzi termini, tutto quel che è Russia. E alla domanda ''ma che colpa ne hanno, i trapassati grandi scrittori, dello stragista Putin?'', risponde senza esitazioni: se la cultura russa ha coltivato l'idea suprematista, imperialista, razzista, della loro superiorità rispetto ai popoli vicini... quella cultura è marcia, velenosa, colpevole

Di Paolo Ghezzi - 29 April 2022 - 10:30

27 aprile 2022, 65° giorno di guerra. I cani di guerra, perduti.

KYIV. Vicino al paese di Khukarì, nel mezzo del niente piatto vicino a Chernobyl, a un tiro di cannone dalla Bielorussia, nord di Kyiv, la coraggiosa Natalya dai neri capelli, ciabatte ai piedi, è rimasta nella sua casupola nonostante il missile conficcato a terra vicino al recinto, nonostante il proiettile di artiglieria da mezza tonnellata che le ha aperto un cratere profondo tre metri e largo dieci a due passi dall'orto.

 


 

Ci è rimasta con suo marito e i suoi quindici cani. Uno è il suo Tyson, gli altri sono quelli abbandonati dai vicini che sono scappati lontano dall'inferno...Poco più in là, una scena atroce: la cosa più terribile, accanto alle case distrutte e alla vecchia piangente, invano consolata dalle vicine. Uno dei tanti cani abbandonati dalle loro famiglie fuggite, un cane dal soffice pelo bianco, addenta un altro cane bianco morto o agonizzante... Lo sta mangiando a morsi. Un groviglio di denti, di pelo e di sangue. Realtà e metafora della guerra spietata che la Russia ha portato in queste pianure interminabili, povere, dimenticate.

 


 

 

Alina non legge più "Cuore di cane".

Pensare che Alina, nata nel 1989 quando cadeva il muro di Berlino, è laureata in filologia. Pensare che suo padre è ucraino e la sua mamma è russa, sia pure di una minoranza etnica degli Urali. Pensare che Alina è nata a Kyiv, come Bulgakov, e ci è sempre vissuta e non ha voluto lasciarla neppure un giorno dall'inizio della guerra. Dal 24.2.22. Ebbene, oggi Alina - esperta di comunicazione e socialguerriglia per il gruppo anticorruzione Antac supportato dalla nostra EUcraina - mi spiega che non leggerà più Bulgakov, né Tolstoj né Dostoevskij.

 


E allora io obietto: ma che colpa ne hanno, i trapassati grandi scrittori, dello stragista Putin? E allora lei risponde senza esitazioni: se la cultura russa ha coltivato l'idea suprematista, imperialista, razzista, della loro superiorità rispetto ai popoli vicini... quella cultura è marcia, velenosa, colpevole. E così, come sua madre russa che ora odia i russi, lei non legge più i russi e dice che hanno fatto male a fare i festival, a Kyiv, invitando i rapper russi perché anche con il loro rap hanno cominciato a preparare questa strage. E difatti la propaganda putinista  predica il genocidio che i russi sovietici hanno già praticato negli anni Trenta, Stalin regnante, con lo Holodomor, lo sterminio per fame di milioni di contadini ucraini.

 

E io le dico: è tragico, che tu non riesca più a distinguere tra un Putin che manda le sue truppe asiatiche a fare massacri a Bucha e un Bulgakov che scrive "Il Maestro e Margherita", e lei risponde: "No, non è questa la tragedia. Tragico è quando ci ammazzano o ci violentano o ci distruggono le scuole e le case". E pensare che sul suo profilo Alina ha messo una frase di una canzone di Joni Mitchell, "I wish I had a river", che va avanti così: vorrei avere un fiume, per pattinare via. E pensare che lei invece resta a Kyiv a fare bellissime fotografie dei monumenti, degli alberi e dei parchi, e a Kyiv è rimasta anche se, nel rifugio, i primi giorni di guerra le veniva un tremore nel corpo che non riusciva a fermare. (Gli attivisti di Antac sanno di essere sgraditi agli oligarchi, sanno di essere nella lista nera di chi dovesse entrare con i panzer nella bella Kyiv).

 

 

(In coda all'articolo la traduzione in italiano)

 

E pensare che a Portofino, nell'unico suo viaggio italiano qualche anno fa, Alina ha pianto, ha pianto davvero, ci racconta, perché era troppo bello quello che vedeva, perché non aveva mai visto un paesaggio così, un mare così e un paese così disegnato, tra la costa verde e l'acqua blu. E mi viene un senso di disperazione, per questa contraddizione: per la bellezza di Portofino versa lacrime Alina, 32 anni, filologa e fotografa e tifosa della Dinàmo Kyiv (anche se i padroni del calcio sono tutti corrotti...). E invece della bellezza di Tolstoj o Dostoevskij, Alina non ne vuole più sapere.

Ecco, al di là degli innocenti massacrati, dei bambini bruciati e delle donne violentate, il crimine di guerra del Dèmone di Mosca (un Diavolo che fa il segno della croce nella domenica di Pasqua): ha innescato una Chernobyl radioattiva di odio per il suo popolo e la sua cultura. Ha costretto Alina a odiare Bulgakov. Imperdonabile. Tragico. Sì, tragico. Così ad Alina non resta che la gloria nazionale ucraina, il poeta Taras Shevchenko (1814-1861). L' ha messo anche nel suo profilo Facebook, il poeta. La sua statua con la testa abbassata, in meditazione. Ma ha un buco nella tempia: un proiettile preciso ha ucciso il bronzeo Shevchenko. Ci vorranno decenni, generazioni, per smaltire quest'odio radioattivo.

 


 

 

''Buongiorno a tutti, il mio nome è Alina e sono nata a Kyiv. Sono parte dell'Organizzazione non governativa “Anti-corruption action centre”. 

Sono molto contenta di registrare questo video da casa. Fino a poco fa, passavo tutte le notti nel seminterrato perché i russi bombardavano la mia città, Kyiv. Non ho voluto lasciare la mia città di nascita. Sono rimasta qui, anche se i miei genitori si sono spostati a Lviv a causa dei bombardamenti, ed io ero spaventata. Non posso dire che rimanere a casa sia stato un atto coraggioso. Le mie mani tremavano ed i miei pensieri erano confusi nei primi giorni. Ma il desiderio di sopravvivere sollevò il mio spirito e mi fece alzare ogni giorni e fare quello che dovevo fare. 

Il nostro lavoro ora è una resistenza dal punto di vista dell'informazione nei confronti della propaganda russa. Stiamo cercando di fermare questa macchina e sono convinta che ce la faremo, come i nostri soldati fermano le forze armate russe sul campo di battaglia.

Sono molto grata a tutte gli europei che hanno preso parte alla nostra battaglia e ci stanno aiutando. E spero che lo farete ancora di più e sarò in grado di invitarvi nelle nostre bellissime città ucraine liberate. Grazie e gloria all'Ucraina''.

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