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| 22 apr 2024 | 11:29

Giovani e 'nuove' fragilità, come devono comportarsi i genitori? "Dall'ecoansia all'isolamento: dobbiamo comprenderli. Siamo di fronte a un cambio antropologico"

L'analisi di Roberta Bommassar, presidente dell'Ordine degli psicologi del Trentino: "L'aspetto più importante è che i genitori siano in grado di comprendere le tematiche che oggi fanno soffrire i ragazzi, le nuove ansie, le nuove angosce, dalla paura per l'evoluzione climatica alle fosche tinte che ormai caratterizzano lo scenario geopolitico globale, dalla difficoltà a pensarsi in grado di acquistare, prima o poi, una casa propria fino al contesto psicologico-sociale nel quale emerge il fenomeno dei Neet"

TRENTO. La digitalizzazione dei rapporti, l'aumento di sintomi ansiosi e depressivi, le crescenti difficoltà sociali e lavorative in un mondo che si trova ad affrontare i primi effetti della crisi climatica, una continua intensificazione, a livello internazionale, dei conflitti e di una dialettica dello scontro tra le grandi potenze. Parlando di nuove generazioni, il contesto di partenza per l'analisi del benessere psicologico e sociale dei giovani non è certo roseo e le difficoltà a livello generale, l'abbiamo detto in più occasioni, sono molte. Allargando lo sguardo però, quelle stesse difficoltà si riflettono necessariamente sulle famiglie e sui genitori, che a loro volta devono trovare le modalità più efficaci per gestire casi di fragilità psicologica o sociale, giovani in grande difficoltà nel trovare un obiettivo lavorativo (la percentuale di Neet in Italia è scesa nettamente negli ultimi anni, ma il nostro Paese rimane ai primi posti in Europa per tassi di giovani che non studiano e non lavorano) o ancora problematiche relazionali nel bel mezzo di un vero e proprio cambio antropologico” innescato dal peso sempre maggiore che la sfera virtuale riveste nei rapporti. Come affrontare, da genitore, queste difficoltà? Quale il ruolo delle varie comunità? Per rispondere a queste e altre domande il Dolomiti ha contattato Roberta Bommassar, presidente dell'Ordine degli psicologi della Provincia autonoma di Trento.

 

In questa fase le difficoltà per i più giovani sono molte, ma di riflesso sono molte anche quelle che si trovano a vivere i genitori. Che consiglio dare a chi si trova ad affrontare situazioni complesse, sia a livello di salute mentale che di difficoltà a livello sociale?

 

Per quanto riguarda le nuove generazioni, ci troviamo davanti a quello che, a mio avviso, è un vero e proprio cambio antropologico per quanto riguarda la sfera relazionale, nella quale il mondo virtuale riveste un peso sempre maggiore. Si tratta di un contesto che rende più difficile il 'compito' di crescere in modo equilibrato e sereno ai giovani, ma che disorienta pesantemente anche i genitori, che si trovano ad affrontare nuove problematiche, che vanno dalla sfera psicologica a quella sociale fino a quella economica. In questo contesto dobbiamo dare il via ad una battaglia culturale: non basta investire in corsi sulla genitorialità pensando di mettere, per così dire, una toppa. È necessario un patto generazionale che permetta, finalmente, di guardare (ed investire) sui giovani e che coinvolga la politica, la scuola e le famiglie. Detto questo, l'aspetto più importante è che i genitori siano in grado di comprendere le tematiche che oggi fanno soffrire i ragazzi, le nuove ansie, le nuove angosce, dalla paura per l'evoluzione climatica alle fosche tinte che ormai caratterizzano lo scenario geopolitico globale, dalla difficoltà a pensarsi in grado di acquistare, prima o poi, una casa propria fino al contesto psicologico-sociale nel quale emerge il fenomeno dei Neet.

 

Di fronte a queste fragilità, quindi, anche per i genitori può essere utile rivolgersi a delle figure esterne?

 

Certamente, e a livello generale. Per quanto riguarda i Neet, per esempio, lo scorso anno la Provincia di Trento si è impegnata, da ente capofila, in un progetto europeo (“Cope”) per favorire l'interazione tra i giovani che non studiano, non si formano e non lavorano con la comunità locale. Questo significa che i servizi stessi si stanno interrogando su come affrontare in maniera efficace questo nuovo fenomeno, che lascia disorientati tanto i genitori quanto i professionisti. L'obiettivo è quello di 'agganciare' il giovane in difficoltà e proseguire man mano in un percorso a step: come già anticipato però, il consiglio per i genitori è quello di aprirsi, di confrontarsi con figure esterne alla famiglia. Il rischio, mantenendo la discussione all'interno del nucleo, è quello di finire per ingaggiare una lotta con chi si trova in una situazione di difficoltà, aumentando quindi l'aggressività e la distanza tra le parti in gioco. Confrontarsi con altri permette di avere uno sguardo dall'esterno: poi sta anche ai professionisti immaginare nuove strategie per affrontare nuovi problemi. Pensiamo al fenomeno degli hikikomori, dei giovanissimi che rinunciano ad affrontare il mondo rinchiudendosi nella propria camera: gli educatori hanno predisposto delle visite a domicilio o delle forme di terapia online per riuscire a fare un primo passo. Le metodologie possono essere diverse per far fronte alle diverse fragilità. 

 

Al di fuori del contesto familiare, la tematica va affrontata anche a livello di comunità?

 

Partiamo da un dato: in Trentino abbiamo registrato un totale di circa 3mila richieste per accedere al bonus psicologico, ed una buona parte è arrivata dalla fascia dei giovani tra i 18 ed i 28 anni. In altre parole: le nuove generazioni vanno in cerca di aiuto, cercano un sostengo per superare le difficoltà che si trovano a vivere. Di fronte a questo fatto, come detto in precedenza, è necessario rispondere. Doveroso in questo contesto un accenno al disegno di legge presentato in Provincia per l'attivazione dello psicologo di base: si tratta di una figura che, se messa a regime e radicata sul territorio, in collegamento non solo con i medici di medicina generale, i pediatri, ma anche con le strutture del territorio ed il terzo settore, può fornire una prima risposta tanto al genitore che, per esempio, si trova a gestire una dipendenza da internet del figlio quanto al giovane in una situazione di isolamento o ansia generalizzata. Può rappresentare insomma un primo livello d'intervento ed una risorsa da mettere in rete anche con progetti di salute. In altre parole, dobbiamo mettere i professionisti nelle condizioni di avere un quadro il più possibile preciso sulle difficoltà che stanno vivendo le nuove generazioni per poi trovare delle strategie insieme. 

 

Parlando proprio dei giovani, quali sono le ansie che più spesso vengono segnalate a voi professionisti?

 

In questa fase in particolare, si nota in generale una prospettiva sempre più negativa parlando con i più giovani. Alcune tematiche le abbiamo già citate: il fenomeno dei Neet, la difficoltà sempre maggiore a immaginarsi, in futuro, in grado di acquistare una casa propria. Ma questi aspetti più 'pratici' vanno legati indissolubilmente ad un contesto di fragilità psicologica e di ansie che le generazioni precedenti faticano a comprendere appieno. Soprattutto per quanto riguarda l'ambiente, ragazzi e ragazze oggi hanno una grande sensibilità; percepiscono la crisi climatica come una questione gravissima proprio perché riguarda il loro futuro. Ancora una volta, rispetto alla generazioni precedenti si trovano ad affrontare una prospettiva futura che vedono come incerta, per certi versi preoccupante: lo dicono i sondaggi, ma anche gli studi clinici e di psicoterapia. Troviamo coppie giovani che addirittura si chiedono se, guardando al futuro, sia “giusto” mettere al mondo un figlio. Certo, parte della paura in questo contesto è legata al costo dell'essere genitori, alle preoccupazioni per l'integrazione lavorativa, ai servizi insufficienti, ma una parte di questi interrogativi è legata ad un tema sottostante: che mondo lasceremo ai nostri figli? 

 

Un altro grande tema è quello dei conflitti: le ultime evoluzioni sul piano geopolitico, il ritorno della dialettica dello scontro tra grandi potenze e lo spettro di una continua escalation, sono sentite profondamente, aumentando quel senso di fragilità e disequilibrio tipico della fase evolutiva dell'adolescente, che è alla ricerca di una strada, di un'identità e di un ruolo lavorativo e professionale. Un'instabilità che oggi è aumentata ulteriormente da questi fattori esterni. 

 

In apertura ha parlato di un “cambio antropologico” per quanto riguarda la sfera relazionale, che ruolo ha oggi la progressiva digitalizzazione dei rapporti nelle nuove generazioni?

 

Anche in questo caso possiamo partire da un dato, citato recentemente in un approfondimento su Agenda Digitale. Secondo il report “The Mental State of the World” di Sapien Lab del 2021, condotto in 34 nazioni, la crescita dell'uso degli smartphone e dei social media e l'aumento dell'isolamento indicano un calo della salute mentale collettiva, soprattutto nei giovani adulti tra i 18 ed i 24 anni. Prima della “rivoluzione digitale” e della crescita esponenziale della pervasività della rete nei rapporti, si stimava che al raggiungimento della maggiore età un individuo avrebbe già trascorso dalle 15mila alle 25mila ore interagendo 'dal vivo' con i coetanei e la famiglia. Oggi quell'intervallo potrebbe essersi ridotto tra le 1.500 e le 5mila ore. Per quanto riguarda l'utilizzo dei dispositivi elettronici ci troviamo quindi di fronte ad un paradosso: da una parte assistiamo ad una iperconnessione e dall'altra alla netta riduzione delle relazioni in presenza. E la questione non è di poco conto: le relazioni stabili, di persona, costringono a mediare, ad ascoltare l'altro, ad imparare i cosiddetti turni conversazionali. Nel rapporto personale possono nascere anche conflitti, certo, dai quali si impara però a mediare, a scendere a compromessi. Dietro una tastiera, e spesso nell'anonimato, il senso di colpa si scioglie, lasciando libero spazio alle pulsioni primarie: alla rabbia, alla seduzione. Quanto più tempo si trascorre su questi dispositivi, in questa forma di solitudine, tanto più aumentano i sintomi ansiosi e depressivi. Proprio per questo l'attività all'aperto e di gruppo, pensiamo per esempio allo sport, diventa un tassello importante. Un grande patrimonio in questo contesto sarebbe rappresentato dalle scuole, le cui strutture (penso ai campi sportivi ma anche a possibili spazi di aggregazione) potrebbero essere messe a disposizione dei giovani anche oltre l'orario di lezione.

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