Caso Liliana Resinovich, protesta al Tribunale: ''Quattro anni sono troppi per non aver concluso niente. Voleva essere seppellita vicino alla madre e non cremata''
Questa mattina davanti al tribunale di Trieste una trentina di persone ha partecipato al sit-in organizzato dai familiari di Liliana Resinovich chiedendo giustizia e verità alla Procura, che ha quattro anni di distanza dalla scomparsa della sessantatreenne non avrebbe ancora portato a risposte concrete

TRIESTE. “Quattro anni sono troppi per non aver concluso niente, vorrei che la procura capisse che più tempo passa più i colpevoli la fanno franca, e chi è stato ammazzato e tutti quelli che le volevano bene stanno soffrendo ancora. La sensazione di tutti noi è che la Procura vada avanti a pedine”. Questa la dichiarazione rilasciata questa mattina da Claudio Sterpin, amico intimo di Liliana Resinovich, di fronte a una trentina di persone giunte al sit-in organizzato dai familiari di fronte al tribunale di Trieste, per il quarto anniversario ormai prossimo della scomparsa della 63enne triestina avvenuto il 14 dicembre 2021, e ritrovata senza vita il 5 gennaio 2022 in due grandi sacchi neri.
Sterpin ha poi rimarcato come secondo lui le indagini siano state compromesse: “Hanno voluto trasformare il caso in suicidio, ci hanno lavorato un anno e mezzo per emettere una richiesta d'archiviazione per suicidio, questo grida vendetta ma io non mi fermerò, scriverò al ministro della giustizia e al Presidente della Repubblica'', ha poi concluso Sterpin: ''Torchiando Sebastiano (Visintin il marito accusato di omicidio ndr) emergerebbe tutto quello che c'è da sapere ne sono convintissimo”.
Familiari e amici di Liliana si sono ritrovati questa mattina per una manifestazione pubblica di protesta lamentando l'eccessiva lentezza delle indagini, che a quattro anni dai fatti vedono ancora l'unico indagato nel marito della vittima Sebastiano Visintin, sebbene i familiari sostengano che non abbia agito da solo. E soprattutto chiedono si vada subito al processo. Sono stati esibiti infatti diversi cartelli al grido di “giustizia rallentata è giustizia negata” e “vogliamo un processo la verità è già nelle carte”.
In tal senso si colloca anche la dichiarazione di Gabriella Micheli, vicina di casa e amica di Liliana Resinovich che a il Dolomiti ha detto: “La verità è già nei fascicoli e i tempi sono maturi per andare a processo, i colpevoli sono già scritti, quindi chiediamo alla nuova Procura (in riferimento all'insediamento recente del pubblico ministero Ilaria Iozzi, la quale ha riaperto il caso che in prima battuta era stato archiviato come suicidio ndr) che Liliana torni a casa invece di essere lasciata in un cassetto. Liliana voleva essere seppellita accanto a sua madre e non cremata. Ripeto, per quanto mi riguarda il marito non fa altro che contraddirsi, dichiarazioni affermate e poi ritrattate, la formattazione della Gopro proprio poche ore dopo che il gip Dainotti predispose il sequestro di quel dispositivo, e altro ancora”.
Il riferimento è quello ai fatti susseguitesi, dalla presunta alterazione della Gopro, che avrebbe dovuto fornire un alibi al marito Sebastiano Visintin, passando per il telefono che Visintin aveva in uso al momento della scomparsa della moglie, successivamente regalato ad un'amica, fino alla recente apparizione di un pizzaiolo che ha confidato all'uomo di aver venduto dei sacchi neri a Liliana diverso tempo prima che questa scomparisse. Il timore che aleggia a quattro anni da quel maledetto 14 dicembre è che nonostante la riapertura del caso, l'autorevole perizia della dottoressa Cattaneo, la medico legale che condusse la seconda autopsia, sia sempre più difficile sperare in uno sviluppo che consenta di capire cosa realmente è accaduto alla povera Liliana.












