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FVG
05 febbraio | 12:30

Inchiesta sugli italiani a Sarajevo per ammazzare i civili: ecco il primo sospetto ''cecchino''. Il racconto: '''Safari' ogni weekend. C'era un tariffario per donne e bambini''

L'autotrasportatore di Pordenone è stato convocato dalla Procura di Milano (per il 9 febbraio) con l'accusa di omicidio volontario continuato "in concorso con altre persone allo stato ignote", in esecuzione di un "medesimo disegno criminoso'' che avrebbe ''cagionato la morte di civili inermi, tra cui donne, anziani e bambini, sparando con fucili di precisione dalle colline situate intorno alla città di Sarajevo durante gli anni 92-95"

PORDENONE. E' un ex autotrasportatore oggi 80enne che vive in provincia di Pordenone e che lavorava per un'azienda metalmeccanica l'uomo indagato per omicidio volontario nell'ambito dell'inchiesta sui ''turisti della morte'' che durante la guerra nell'ex Jugoslavia sarebbero andati a sparare ai civili per divertimento. Quello che è stato ribattezzato il ''safari di Sarajevo'' con i ''cecchini del weekend''. 

 

E' stato ricostruito, infatti, che c'erano persone che pagavano per uccidere civili anche donne, anziani e bambini, nella Sarajevo assediata dai serbo-bosniaci tra il '92 e il '96. La procura di Milano sta indagando sulla vicenda e le indagini del Ros dei carabinieri sono arrivate ad accusare un cittadino friulano oggi 80enne. Ma ci sarebbero stati altri italiani che la procura sta cercando di rintracciare. L'indagine è partita nel capoluogo lombardo dopo un esposto dello scrittore Ezio Gavazzeni, assistito dagli avvocati Nicola Brigida e Guido Salvini. Nell'atto si riportano anche le parole dell'ex agente dell'intelligence bosniaca Edin Subašić che qualche mese fa aveva rilasciato un'intervista all'Osservatorio Balcani CaucasoEdin Krehić.

 

''Edin Subašić - si legge nell'intervista - ex agente dell’intelligence militare dell’Esercito della Repubblica di Bosnia Erzegovina (ARBiH), è stato tra i primi a rivelare e documentare il mostruoso fenomeno del cosiddetto “Sarajevo Safari”: l’arrivo di cittadini stranieri che pagavano per sparare – da posizioni remote, controllate dai serbi – e uccidere civili a Sarajevo, assediata dal 1992 al 1996''. Subašić racconta che per lui tutto è cominciato ''verso la fine del 1993. Il capo dell’Ufficio di intelligence militare dell’ARBiH mi aveva chiesto di analizzare i dati emersi dall’interrogatorio di un prigioniero, membro dell’Esercito ribelle serbo (VRS)''. ''Alle classiche domande – sull’identità, modalità di arrivo, numero di volontari di guerra provenienti dalla Serbia, tipo di armi possedute, ecc. – il prigioniero aveva risposto affermando di essere “arrivato in autobus con un gruppo di serbi e un gruppo di stranieri, tra cui cinque italiani, che avevano equipaggiamento da caccia e armi costose”. Un cacciatore di Milano gli aveva detto che non erano mercenari, ma cacciatori che pagavano i serbi per sparare ai cittadini di Sarajevo. Anche per il volontario di guerra serbo era stata una sorpresa. Successivamente abbiamo saputo che gli italiani erano scesi dall’autobus a Pale dove li aspettavano le forze speciali militari con delle jeep''.

 

L'intervista prosegue, quindi, spiegando che l'informazione era stata passata ai servizi italiani, il SISMI ''chiedendo di verificarle e di intervenire perché suggerivano che gli assassini del safari fossero di Milano e che il gruppo provenisse dall’Italia. All’inizio del 1994, a marzo o aprile, alla mia domanda su un eventuale riscontro riguardo ai “cacciatori”, il capo dell’intelligence bosniaca aveva affermato di aver ricevuto una risposta dall’Italia che avrebbe “individuato la provenienza e neutralizzato il gruppo”, assicurando che episodi analoghi “non si sarebbero mai più verificati”. Questo significa che le informazioni ricevute dal prigioniero serbo erano corrette''. 

 

Che la vicenda fosse più grossa di quanto ipotizzato lo si scoprì già nel 1995 come ha spiegato ancora Subašić: ''La storia dei killer era apparsa sulla stampa italiana all’inizio del 1995, per poi essere riportata anche dai media in Croazia e Bosnia Erzegovina. A quel punto era diventato chiaro che si trattava di una prassi consueta, protrattasi per almeno due o tre anni. A quanto pare, molte persone avevano già partecipato al safari e la notizia era trapelata come una sorta di scandalo, ma non c’era stata alcuna reazione a livello politico né tanto meno a quello giudiziario. Perché ora? L’unica spiegazione che ho è che le circostanze in Italia sono cambiate e che quegli ex “cacciatori”, che allora erano potenti e influenti nel loro paese, sono ormai usciti di scena e hanno perso influenza. Oggi è ancora possibile indagare su questo scandalo perché i crimini di guerra non cadono in prescrizione''.

 

L'ex agente dell’intelligence militare dell’Esercito della Repubblica di Bosnia Erzegovina ricostruisce quindi come funzionavano i safari dell'orrore. 

 

''Tutto porta a pensare che dietro all’intera vicenda si celasse un servizio serio e autorevole in Serbia e tra i serbi in Bosnia. I cacciatori, o meglio cecchini, utilizzavano diversi mezzi di trasporto: voli dall’Italia all’Ungheria, e poi via terra fino a Belgrado. Da Belgrado a Sarajevo, andavano in autobus o in elicottero a Pale, e poi a Sarajevo. Le loro guide sulle linee del fronte erano forze speciali militari e membri locali dell’Esercito della Republika Srpska (VRS).

In quegli anni vigeva un divieto formale sui voli civili, ma alcuni indizi suggeriscono la tendenza ad abusare dei voli umanitari verso la Serbia. Il passaggio dalla Serbia alla Bosnia Erzegovina fino a Pale veniva effettuato con furgoni, autobus, ma anche con elicotteri militari serbi, violando il divieto di volo''. 

 

Nell'intervista dell'Osservatorio Balcani Caucaso (qui il servizio completo) viene spiegato che c'era un vero e proprio tariffario. ''Ci sono varie informazioni sul listino prezzi - continua Subašić -. Le cifre oscillano dai cinquantamila marchi tedeschi ai novantamila dollari, fino all’equivalente di trecentomila euro nelle vecchie valute europee. Il listino prezzi segue anche la tipologia di bersaglio, ovvero la scelta della vittima, quindi si parla di cifre diverse a seconda dell’intenzione di uccidere un bambino, una donna, un uomo o un soldato''.

 

''Le informazioni di cui oggi disponiamo indicano la possibilità che gruppi di cacciatori facessero il “safari” ogni fine settimana dal 1992. I gruppi erano composti da 5-8 cacciatori, suggerendo il coinvolgimento di un numero considerevole di persone. Eppure, oggi è difficile trovare persone disposte a testimoniare, perché la linea tra testimonianza e complicità è molto sottile, e questa è una delle fonti di paura. Pesa anche la distanza temporale e, in fin dei conti, le persone temono per la propria incolumità''.

 

Eppure oggi, finalmente, si indaga e i nodi cominciano a venire al pettine. L'autotrasportatore di Pordenone è stato convocato dalla Procura di Milano (per il 9 febbraio) con l'accusa di omicidio volontario continuato "in concorso con altre persone allo stato ignote", in esecuzione di un "medesimo disegno criminoso'' che avrebbe ''cagionato la morte di civili inermi, tra cui donne, anziani e bambini, sparando con fucili di precisione dalle colline situate intorno alla città di Sarajevo durante gli anni 92-95". Reato aggravato dai "motivi abietti". Testimoni avrebbero riferito che l'indagato in passato si sarebbe anche vantato del fatto che in quegli anni andava "a fare la caccia all'uomo" nella città jugoslava assediata. L'80enne ha ricevuto oggi l'invito a comparire ed è stata anche perquisita la sua abitazione. All'interno i carabinieri hanno trovato sette armi regolarmente detenute: due pistole, una carabina e quattro fucili.

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