Prima c'erano le trebbiatrici, ora ci sono i cavalli: così in Val Grande il progresso diventa sostenibilità all'insegna della tradizione
Fino al 2024 l'area della Val Grande era un comprensorio semi-artificiale composto da acque dolci e salmastre, nel quale trovavano spazio numerose specie ittiche. Oggi il luogo sta rinascendo come oasi naturale in cui l'intervento dell'uomo è mirato a favorire la biodiversità

SAN MICHELE AL TAGLIAMENTO. Sono stati impiegati anche dei tirocinanti dell'Università di Udine, oltre ad altri esperti e ai responsabili dell'Oasi della Val Grande, in un progetto di recupero di un territorio che evidenzia come talvolta per conseguire un obiettivo legato allo sviluppo e al progresso sia necessario per certi versi tornare indietro, riscoprendo tradizioni talvolta secolari, basti pensare che nell'area sono stati recentemente introdotti dei giovani cavalli predisposti alla manutenzione dei prati in sostituzione dei macchinari agricoli precedenti.
L'Oasi naturalistica di Val Grande è una riserva lagunare che si estende per circa 300 ettari alle spalle di Bibione, frazione rivierasca del comune di San Michele al Tagliamento, nonché una delle mete turistiche e balneari più gettonate della città metropolitana di Venezia. Fino a un paio d'anni fa la zona era sfruttata per l'allevamento di numerose specie ittiche, tra le quali branzini, orate e anguille, possibili grazie alla compresenza di acque dolci e salmastre in un comprensorio semi-artificiale, ma oggi sta rinascendo come un grande laboratorio scientifico e didattico a cielo aperto, in aperta contrapposizione con la frenesia che il grande afflusso turistico comporta specialmente l'estate lungo il litorale.
Ecco quindi che l'Oasi della Val Grande riesce sorprendentemente a ritagliarsi uno spazio di quiete prezioso, dove poter ancora osservare l'aspetto originario del territorio, nonché come doveva apparire diffusamente prima della grande urbanizzazione, un luogo dove da poco tempo è in atto una piccola grande rivoluzione.
“Il nostro obiettivo come riserva è permettere a chiunque di riscoprire questo territorio nella sua versione naturale – ha detto a Il Dolomiti Giosuè Cuccurullo, naturalista e responsabile dell'Oasi, per illustrare l'origine del progetto -, quando abbiamo iniziato la nostra attività ecologica la situazione dei prati della zona lagunare appariva quasi compromessa: molti dei fiori tipici della zona non crescevano più e la boscaglia avanzava inesorabile. L'Oasi è aperta al pubblico dal 2024, ma il nostro principio è sempre stato sostenuto dalla ricerca di un equilibrio ecologico, se da un lato infatti il rimboschimento a cui stiamo assistendo, così come un po' in tutta Italia, ha anche degli aspetti positivi, dall'altro riteniamo necessario intervenire dividendo lo spazio in settori diversificati, favorendo in alcuni punti il mantenimento dei prati stabili perché questo contribuisce al raggiungimento di una biodiversità maggiore. Abbiamo quindi inizialmente proceduto con gli sfalci in alcune aree, favorendo lo sviluppo del prato, ma è stata una sfida sia in termini di lavoro e di costi, si pensi in tal senso alla grande quantità di biomassa che si accumulava sul terreno dopo lo sfalcio, che dovevamo costantemente rimuovere se volevamo ripristinare le fioriture”.
Successivamente è stata la volta del ritorno delle api, sempre preziosi indicatori ecologici, favorite anche dall'installazione delle arnie, che ben presto hanno mostrato i benefici compiuti da questi insetti così utili all'uomo, prima della recente introduzione di nuovi animali che hanno finito con il sostituire le macchine, un'operazione degna delle più virtuose transizioni ecologiche, come sottolineato dal responsabile della riserva.
“Una volta in questo luogo oltre alla scarsità di fiori c'erano di conseguenza pochissime api, ed è stato così che abbiamo implementato le arnie avvalendoci di un apicoltore esterno, e ciò ha contribuito in modo significativo alla riapparsa di ampie fioriture, e ha permesso anche la produzione di un miele di qualità eccezionale nell'Oasi. Tutto questo fino a meno di una settimana fa, quando questo percorso è culminato con l'introduzione di un gruppo di sei puledri in un'area specifica adibita a pascolo. I cavalli infatti contribuiscono, com'è noto, al mantenimento delle distese prative, ma sono un vantaggio anche economico, ponendosi in sostituzione delle trince o delle trebbiatrici e risolvendo anche il problema il deposito delle biomasse, nutrendosi dell'erba”.
Ma l'aspetto più straordinario dell'inserimento dei cavalli non deriva unicamente dal “lavoro” per il quale questi animali vengono impiegati, quanto piuttosto dalla riscoperta di un elemento culturale riconducibile a tradizioni tipiche della zona ormai scomparse. “Il cavallo non è stato un animale scelto a caso per il pascolo – ha specificato Cuccurullo – negli scorsi mesi abbiamo avviato una serie di ricerche naturalistiche e anche storiche che ci hanno portato a vagliare varie possibilità che comprendevano anche le mucche, le pecore eccetera. Finché abbiamo scoperto che i cavalli erano allevati e presenti in questa zona già in tempi remoti e fino all'Ottocento, quindi abbiamo voluto recuperare una presenza e una tradizione che si erano perse, oltre alla bellezza di questi animali, che in virtù di questo sono in grado di valorizzare l'Oasi della Val Grande agli occhi dei visitatori”.
A ben guardare infatti, il cavallo è un autentico simbolo del luogo che un po' in tutta la pianura veneta consente anche di fare delle divagazioni storiche e archeologiche che dimostrano come questo legame sia così antico e profondo da perdersi molto indietro nei secoli e nei millenni, tanto che risultano particolarmente emblematiche in tal senso le antiche sepolture a tumulo risalenti al IV secolo avanti Cristo nella vicina necropoli dell'Opera Pia Moro, attribuite alle popolazioni paleo-venete, alcune delle quali mostrano il rinvenimento, vicino ai resti umani, di scheletri di antichi cavalli, seppelliti nello stesso luogo, a rimarcare una volta di più l'importanza di questi animali per questi remoti progenitori.
Un nesso, quello archeologico, non casuale, perché l'Oasi della Val Grande include al suo interno anche i resti della villa romana del Mutteron dei Frati, una delle testimonianze più antiche della frequentazione umana nell'area di Bibione. A questo si aggiunge un assortimento che comprende la contemplazione di studi naturali, grazie alla grande quantità di specie animali e vegetali che sono tornati a comporla, ma anche storico-archeologici, e paesaggistici, con le caratteristiche dune fossili, le pinete e gli stagni, tutte ragioni per le quali il sito rientra oggi stabilmente nella rete Natura 2000, come sito protetto e di interesse comunitario.












