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08 luglio | 20:01

Marco l'artigiano che reinventa gli antichi foulard sulle orme della nonna: "Con la guerra in ex Jugoslavia tutto cambiò. Dieci anni fa il rilancio usando anche il digitale"

Dal laboratorio fondato dalla nonna a Zagabria nel 1938 ai foulard distribuiti in tutta l'ex Jugoslavia e nei Paesi dell'ex blocco sovietico, fino alla rinascita della tradizione in una bottega nel cuore di Trieste. L'artigiano Marco Cernogoraz racconta la sua bottega artigianale: "Ogni volta che utilizzo uno di quei vecchi quadri serigrafici penso a mia nonna, ai miei genitori e a tutte le persone che hanno contribuito a costruire questa storia"

TRIESTE. Da un laboratorio artigianale nato a Zagabria nel 1938, specializzato per decenni nella stampa dei tradizionali foulard indossati dalle donne dell'Europa dell'Est, fino a una bottega nel cuore di Trieste dove quegli stessi disegni trovano oggi una nuova vita, e interpretazione, su capi d'abbigliamento e accessori.

 

È la storia di Dezen Dezen, laboratorio artigianale fondato da Marco Cernogoraz e Michele Grimaz, nato con l'obiettivo di preservare un patrimonio di famiglia e reinterpretarlo in chiave contemporanea. E quello che oggi raccontiamo è un percorso attraversato da quasi novant'anni di storia, dalla crescita dell'azienda familiare alla guerra nell'ex Jugoslavia, fino ad un episodio cardinale, l'incendio che colpì il laboratorio di Zagabria. Da quelle difficoltà è nata però la volontà di recuperare centinaia di quadri serigrafici originali e riportarli a nuova vita, mantenendo intatto il sapere artigiano che li aveva resi protagonisti per generazioni.

 

E oggi? Dezen Dezen realizza capi e accessori stampati a mano in piccole tirature – come magliette, felpe, foulard, sciarpe e pashmine – utilizzando ancora gli originali quadri serigrafici della famiglia, percorrendo una filiera costruita tra Italia e Croazia. Marco Cernogoraz, artigiano classe classe 1983, intervistato da il Dolomiti ripercorre le tappe di questo percorso, e racconta come una tradizione iniziata nel 1938 sia arrivata fino ai giorni nostri.

 

La storia di Dezen Dezen affonda le sue radici molto prima della nascita del marchio. Come è iniziato tutto?

 

La nostra storia comincia nel 1938, quando mia nonna fondò a Zagabria un laboratorio artigianale specializzato nella stampa dei foulard tradizionali indossati dalle donne dell'Europa dell'Est. Aveva imparato il mestiere facendo apprendistato da una stampatrice ebrea ungherese e, quando questa andò in pensione, rilevò l'attrezzatura e avviò la propria attività. Negli anni furono realizzati centinaia di disegni, che nella nostra famiglia chiamavamo "dezen", e poco alla volta la produzione arrivò a distribuire i foulard in tutta l'ex Jugoslavia e nei Paesi dell'ex blocco sovietico. Successivamente subentrarono i miei genitori: essendo parte della minoranza italiana d'Istria, riuscirono a creare un rapporto con fornitori di Como, dove acquistavano i tessuti, gli inchiostri a base d'acqua e facevano incidere i quadri serigrafici. E questo, va sottolineato, ci permetteva di realizzare un prodotto di qualità occidentale anche dall'altra parte della Cortina di ferro.

 

Poi arrivarono gli anni Novanta e quella storia cambiò radicalmente. Che cosa accadde?

 

Fino a quel momento la produzione era molto intensa: si stampavano foulard per ore ogni giorno e venivano spediti in tutta l'Europa dell'Est. Con la guerra nell'ex Jugoslavia perdemmo circa il 95% del mercato, e questo accadde praticamente da un giorno all'altro. Nel frattempo cambiarono anche le abitudini: le donne iniziarono a indossare sempre meno i fazzoletti tradizionali, le nuove generazioni abbandonarono gli abiti folkloristici e la richiesta diminuì progressivamente. Poi un episodio, ma cardinale: un incendio colpì il laboratorio di Zagabria, con i danni che resero ancora più difficile continuare l'attività. La produzione si ridusse così a poche stampe all'anno, e destinate soprattutto ai gruppi folkloristici.

Quando avete deciso di dare una nuova vita a questa eredità?

 

Nel 2014 sia io sia Michele Grimaz ci siamo ritrovati senza un lavoro stabile e abbiamo deciso di investire quel periodo per recuperare questa tradizione: non volevo che un patrimonio fatto di ricerca, esperienza e saper fare artigiano andasse perduto. Abbiamo quindi riordinato il vecchio laboratorio di Zagabria, restaurato gli originali quadri serigrafici e realizzato una prima collezione di trenta magliette stampate a mano utilizzando proprio quei disegni. La presentammo al Festival della T-shirt di Bologna e andò completamente esaurita: quella risposta ci fece capire che il progetto poteva avere un futuro. Cominciammo allora a partecipare a mercati e manifestazioni in Italia, Austria, Germania, Slovenia e Croazia, fino a decidere di aprire un laboratorio tutto nostro. Nel 2017 è nata infine la bottega di Trieste dove Michele si occupava della grafica, della fotografia, della comunicazione e dell'immagine del marchio, mentre io seguivo la produzione e la gestione aziendale. Oggi, per scelte personali e professionali del mio ex socio, sono rimasto da solo e sto riorganizzando tutta l'attività.

 

Lei si definisce un serigrafo di terza generazione: che cosa significa oggi fare questo mestiere?

 

Significa partire da una tecnica antica e cercare di darle una nuova interpretazione: i quadri serigrafici che utilizzo sono gli stessi con cui la mia famiglia stampava i foulard tradizionali e oggi li impiego per realizzare magliette, felpe, foulard, sciarpe, pashmine e altri accessori. Nel tempo ho introdotto anche la stampa digitale, soprattutto per alcune lavorazioni sulla seta e per quei casi in cui la serigrafia presenta dei limiti tecnici: rimangono comunque produzioni in piccole tirature, dove ogni pezzo è leggermente diverso dagli altri, ed è proprio questa una delle caratteristiche del lavoro artigianale.

Per chi non conosce la serigrafia, come nasce concretamente una stampa?

 

Prendo il capo da stampare, che sia una maglietta, una pashmina o uno zaino, e lo posiziono su un piano di lavoro. Utilizzo poi un quadro serigrafico, costituito da una tela che un tempo era di seta, da cui deriva il nome "serigrafia", mentre oggi è in poliestere e viene tesa su un telaio in legno o metallo. Il disegno viene inciso attraverso un procedimento fotografico: si stende una gelatina fotosensibile, si appoggia il negativo e si espone tutto alla luce ultravioletta. Le parti colpite dalla luce si induriscono, mentre quelle protette dal disegno vengono eliminate con l'acqua, creando gli spazi attraverso cui passerà l'inchiostro. A questo punto utilizzo la racla, uno speciale attrezzo che spinge l'inchiostro attraverso il telaio fino al tessuto e terminata la stampa, il capo viene inserito in un forno ad aria calda. Un dettaglio, gli inchiostri che utilizzo sono tutti a base d'acqua: prima evapora l'acqua, poi il calore fissa il pigmento alla fibra, rendendo il prodotto resistente ai lavaggi.

 

L'ha appena accennato: accanto alla serigrafia, utilizzate anche la stampa digitale. Come convivono queste due tecniche?

 

I quadri serigrafici che utilizzo hanno tra i quaranta e i cento anni e alcuni con il tempo si sono deteriorati e, inoltre, il nostro storico incisore ha cessato l'attività. Per questo abbiamo digitalizzato tutti i disegni: la stampa digitale permette di modificare rapidamente colori e soggetti direttamente al computer ed è particolarmente adatta ad alcune lavorazioni, come quelle sulla seta. La serigrafia richiede invece tempi molto più lunghi, perché ogni modifica comporta nuove incisioni, prove colore e lavaggi dei telai. Sono due tecniche diverse, con risultati diversi: la stampa digitale è come una grande stampante a getto d'inchiostro che stampa direttamente sul tessuto mentre la serigrafia richiede invece un lavoro completamente manuale. Ci tengo a sottolineare una cosa, una tecnica non sostituisce l'altra, ma le è complementare.

Parliamo comunque di prodotti che si trovano anche nel flusso della fast-fashion: che cosa rende un prodotto artigianale diverso da un capo realizzato industrialmente?

 

Innanzitutto il fatto che viene stampato a mano: un tempo i foulard venivano stampati sul tessuto in pezza, che poi veniva tagliato e cucito. Io, invece, stampo direttamente sul prodotto già confezionato: dal punto di vista tecnico non sarebbe il procedimento più canonico, ma lascia volutamente piccoli segni della lavorazione, come i dislivelli delle cuciture, che rendono ogni pezzo ancora più autentico. Realizziamo inoltre produzioni molto limitate: ogni stampa presenta inevitabilmente piccole differenze e questo significa che non esistono due capi perfettamente identici. E anche la filiera è parte del progetto: continuiamo a collaborare con gli storici fornitori di Como per tessuti e inchiostri, mentre altri capi vengono confezionati in due piccole aziende tessili della Croazia e successivamente stampati nel nostro laboratorio di Trieste.

 

Il rapporto con il cliente diventa, come in ogni attività artigiana, fondamentale.

 

Assolutamente, e negli ultimi anni ho preferito concentrarmi soprattutto sul rapporto diretto. Lo shop online è infatti momentaneamente sospeso e oggi lavoro principalmente con chi entra in laboratorio: le persone prendono appuntamento, vedono come nasce una stampa, scoprono una tecnica che oggi non è così diffusa e possono acquistare direttamente quello che trovano esposto. Ultimamente organizzo anche laboratori durante i quali i partecipanti scelgono cosa stampare e prendono parte all'intero processo. Mi piace molto questo aspetto, perché il cliente non si porta a casa soltanto un prodotto, ma anche un'esperienza.

Torniamo sul rapporto artigianato-fast commerce: quanto è difficile oggi portare avanti un'attività artigianale come questa?

 

Non è semplice. Quando abbiamo ricominciato, circa dieci anni fa, c'era un grande interesse per il fatto a mano e le piccole produzioni locali. E durante il Covid, paradossalmente, abbiamo vissuto un periodo molto positivo grazie alle mascherine artigianali che producevamo, ma con l'introduzione dell'obbligo delle Ffp2 non abbiamo più potuto venderle. Oggi il mercato è cambiato e il mio socio ha preso un'altra strada per scelte professionali, quindi porto avanti l'attività di famiglia da solo. C'è poi da dire che il potere d'acquisto delle persone si è ridotto di molto e chi compra presta molta più attenzione alle spese. Un prodotto artigianale richiede tempo, ricerca e lavorazione manuale e ha inevitabilmente un costo: è quindi una sfida continua, ma credo che ci sarà sempre chi saprà riconoscere il valore di un oggetto realizzato con cura.

 

Il nome del marchio incuriosisce molti: che cosa significa "Dezen Dezen"?

 

È probabilmente la domanda che mi fanno più spesso. La risposta, però, è semplice: Dezen, dal francese dessin, significa 'disegno' ed era un termine molto usato nei Balcani occidentali, e nella mia famiglia veniva utilizzato per indicare i diversi motivi decorativi dei foulard. Ho scelto di raddoppiarlo perché quei motivi sono fatti di disegni che si ripetono, si intrecciano e si richiamano a vicenda. Così è nato Dezen Dezen: un nome che racconta le radici del progetto e richiama l'idea di un intreccio continuo di forme, storie e tradizioni.

 

Un'ultima battuta, e uno sguardo al futuro: ci descrive il sentimento che la spinge a non cambiare strada, portando avanti la storia della sua famiglia?

 

Perché ogni oggetto racconta una storia: dietro una stampa non c'è soltanto un disegno, ma quasi novant'anni di esperienza, di errori, di ricerca e di tradizione familiare. Ogni volta che utilizzo uno di quei vecchi quadri serigrafici penso a mia nonna, ai miei genitori e a tutte le persone che hanno contribuito a costruire questa storia. Continuare a stampare a mano significa mantenere vivo quel patrimonio e dimostrare che, ancora oggi, il tempo dedicato a fare bene le cose può avere un valore. Ogni pezzo che esce da questo laboratorio porta con sé, in sintesi, un frammento di quella storia iniziata nel 1938.

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