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Le parole omesse dai pacifisti, anche a Trento il Cantiere di pace fa una grande fatica a nominare Caino

Tutto bello e tutto condivisibile quanto sentito stamattina all’avvio del Cantiere arcobaleno. Parole che sono miele per le orecchie di uno stagionato obiettore di coscienza. Evviva dunque i pacifisti, seppur largamente stagionati pur essi (all'incontro di oggi vi era solo una persona sotto i trent’anni) ma sarebbero ancora più da applaudire, i pacifisti senza se e senza ma, se fossero meno prudenti del papa e dei vescovi della regione
DAL BLOG
Di Paolo Ghezzi - 16 April 2022

Ragazzo del 57, giornalista dal 79, troppo piccolo per il 68, ha scansato il 77 ma non la direzione dell’Adige (8 anni 8 mesi e 3 giorni) e la politica (24 mesi in consiglio provinciale tra il 2018 e il 2020)

Il concetto di fratelli è quanto mai astratto. Ma tra Caino e Abele la differenza esiste. Uno uccide e l’altro muore”, così concludeva il direttore del Dolomiti il suo commento alla Via Crucis guidata da papa Francesco ieri sera al Colosseo. Qualche giorno prima, su Salto.Bz, chi scrive si era permesso di criticare i due vescovi di Trento e Bolzano, naturalmente bergogliani, perché sembrano attenersi a un nuovo comandamento: “Non nominare il nome dell’Aggressore (del Tiranno) invano”. Anzi, monsignor Lauro Tisi, la scorsa Domenica delle Palme, si è spinto ad affermare che “il dittatore è dentro ognuno di noi”. Il che finisce – involontariamente, s’intende! – per annacquare la responsabilità del dittatore vero, e per colpevolizzare le sue vittime: anche nei bambini uccisi dai missili russi si annidava un potenziale dittatore? Certo, è possibile. Ma è davvero così difficile distinguere tra Caino e Abele, in questo preciso momento storico, in Ucraina?

 

La stessa atmosfera di pacifismo irenico e – involontariamente! – assolutorio si è respirata stamattina al Centro cooperazione internazionale di vicolo San Marco, per l’avvio del Cantiere di pace voluto da numerose associazioni e individualità del mondo pacifista trentino che, per fortuna, è tornato. Pluralista e colorato. E giustamente allarmato dall’escalation di spese militari europee. Il documento diffuso nei giorni scorsi che è la base di lavoro del Cantiere è largamente condivisibile. Individua le responsabilità, indica le strade alternative alla cultura e alla politica di entusiastico riarmo occidentale. Parimenti condivisibili gli interventi ascoltati nella parte assembleare, prima della suddivisione degli oltre cento partecipanti in sei gruppi di lavoro.

 

Walter Nicoletti ha detto che “il nostro Occidente non è quello bellicoso e militarista, ma l’Occidente della bellezza, di Goethe e Averroè, di don Guetti, dell’Accordo De Gasperi-Gruber, del keynesismo e dell’agricoltura biologica”. E chi mai avrà qualcosa da obiettare a De Gasperi, a Keynes e al biologico? Michele Nardelli ci ha invitato per la novecentesima volta ad uscire dal Novecento: e chi mai vuole restare dentro un secolo così lungo e feroce, e così trapassato? Massimiliano Pilati (Forum della pace) invita a considerare il Cantiere uno strumento per “promuovere un altro punto di vista sulla guerra in Ucraina: quello della nonviolenza, dell’interposizione politico/diplomatica e della crescita di una vera cultura di pace”. Sacrosanti propositi: come e che cosa si potrebbe obiettare?

 

Roberto Calzà ha detto che il tema dell’informazione è cruciale e che bisogna opporsi alla narrazione bellicistica dei media mainstream che oltretutto va contro il 60% degli italiani che non vuole inviare armi all’Ucraina. E chi potrebbe difendere, tra le persone civili e democratiche, la retorica bellicistica della bella guerra e della bella morte in trincea? Raffaele Crocco (direttore di Unimondo e Atlante delle guerre) ci ha ricordato che questa è una nuova fase di una guerra cominciata otto anni fa e che non ci devono essere profughi di serie A e di serie B. E chi potrebbe sostenere che chi scappa dalla Siria è meno meritevole di solidarietà di chi scappa dall’Ucraina?

 

John Mpaliza, reduce dalla Marcia dei Bruchi, si è scagliato contro l’ipocrisia dell’Onu che sanziona la Russia ma non l’Arabia Saudita e contro Johnson che deporta i richiedenti asilo in Ruanda. E chi potrebbe essere entusiasta della coerenza delle Nazioni Unite o della tolleranza di Boris Johnson? I pacifisti reduci dalla manifestazione di Lviv (Leopoli) hanno invitato a non dividere il mondo tra i Cattivi e gli Eroi, indicando i Cattivi in quest’ordine di apparizione: Biden, Zelensky, Putin. E chi potrebbe mettere la mano sul fuoco per l’anziano presidente Usa e per l’ex attore che comanda a Kiev? Insomma, tutto bello e tutto condivisibile, nelle parole sentite stamattina all’avvio del Cantiere arcobaleno.

 

Parole che sono miele per le orecchie di uno stagionato obiettore di coscienza. Evviva dunque i pacifisti, seppur largamente stagionati pur essi, come ha verificato il sondaggio dal vivo di Mpaliza: solo una persona sotto i trent’anni, solo tre sotto i quaranta, stamattina all’ex convento. Sarebbero ancora più da applaudire, i pacifisti senza se e senza ma, se fossero meno prudenti del papa (che ha un ruolo diplomatico da Capo di Stato, e si può comprendere) e dei vescovi della regione: e se dunque, in mezzo a cento parole bellissime, ne trovassero un paio per il diritto alla legittima difesa di un popolo aggredito e un altro paio per l’ esecrazione dei massacri dei civili ucraini (non russi). Insomma, se il Cantiere trovasse la forza (nonviolenta, disarmata, arcobaleno) di nominare i crimini di Caino.

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