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Dormono sotto un ponte, vorrebbero fare richiesta di asilo ma non possono. La storia di tre ragazzi nigeriani

Per la Questura devono dimostrare di avere un domicilio ma la struttura della provincia dove erano ospiti ha chiuso i battenti. Aspettano che si liberi un posto al dormitorio e nel frattempo hanno trovato rifugio sulle rive dell'Adigetto

Di Donatello Baldo - 12 febbraio 2018 - 20:07

TRENTO. Dormono sotto un ponte, a pochi metri da dove scorre il rigagnolo dell'Adigetto che corre parallelo all'Adige nella zona delle Albere. Dormono sulla sponda fatta di terriccio finissimo che basta poco che si trasformi in una nuvola di polvere, le coperte ammassate per coprirsi dal freddo, le ciabatte appaiate a lato. 

 

Sotto al ponte è buio anche di giorno. Le luci dei cellulari illuminano le masserizie, quando illuminano i loro volti sono i denti bianchi che brillano. Perché nonostante tutto i tre ragazzi nigeriani sanno ancora sorridere: "La notte se non stiamo attenti scivoliamo nell'acqua".

 

Ridono mentre fanno notare che la riva è ripida, che per forza sono obbligati a dormire con la testa in alto e le gambe in basso. "Altrimenti...", e uno di loro fa il gesto di qualcosa che rotola:"E spalsh", dentro l'acqua che scorre stanca e putrida.

 

Dormono qui dal primo di febbraio, da quando alla Residenza Fersina hanno deciso di chiudere il container che dava ospitalità ai profughi "terrestri", quelli che arrivano all'accoglienza trentina senza passare dall'accoglienza nazionale. 

 

"Terrestri", ma il mare l'hanno attraversato pure loro. "Prima del mare la Libia, l'arresto, il carcere. Poi un altro carcere e l'evasione - spiega - e hanno cominciato a sparare". Emmanuel racconta che si è rifugiato in un villaggio vicino ma che il consiglio era solo uno, 'Non è più sicuro qui, scappa'.

 

Durante la traversata ha conosciuto Kelvin, si sono trovati sulla stessa nave che li ha salvati, dopo che il barcone si era fermato in mezzo al mare. Sono diventati amici. "Ho pensato che non potevo morire, non era giusto. Se non ero morto in carcere non potevo morire in mare. E ho guardato il cielo".

 

A Trento sono arrivati a piedi, con loro anche Dauda. Lui sta zitto, parla poco, beve il caffè, lascia che siano gli altri suoi amici a raccontare le loro storie. Lui ascolta in disparte. Questi tre ragazzi vorrebbero depositare la richiesta di protezione internazionale, ma non possono.

 

"Andiamo in Questura ma ci dicono che dobbiamo avere una carta che dimostri un domicilio o una residenza". Così dice la legge: per l'avvio dell'iter devi dimostrare di essere ospitato in una struttura, altrimenti niente

 

Fino a qualche giorno fa un domicilio ce l'avevano, il container alla Residenza Fersina bastava per dimostrare di avere un domicilio. Ma ora è stato chiuso, da un giorno all'altro. "Credevamo che le disponibilità dei dormitori potessero assorbire anche loro", spiega Roberto Pallanch del Servizio politiche sociali della Pat.

 

Ma così non è stato: "Nel giro di qualche settimana si libereranno dei posti nelle strutture dell'accoglienza per senzatetto - dice Pallanch - potranno pernottare per 60 giorni e in questo tempo siamo sicuri che la Questura darà loro un appuntamento per depositare la richiesta, con la possibilità di dimostrare di essere accolti in una struttura di accoglienza". 

 

Da quel momento, depositata la richiesta di protezione internazionale, entreranno a pieno titolo nel sistema dell'accoglienza trentina per i richiedenti asilo. E potranno iniziare l'iter, e nel frattempo studiare, imparare l'italiano.

 

Ora l'italiano cercano di impararlo da soli, ci provano. "Tutte le mattine andiamo a fare la doccia al Punto d'Incontro - spiegano i tre ragazzi - poi andiamo in biblioteca e leggiamo libri semplici in italiano, per imparare a parlare questa lingua".

 

Poi però vanno in piazza Dante. "Alla stazione, per stare al caldo". No, non stanno ai giardini, a loro non interessa procurarsi soldi facili spacciando un po' di 'fumo'. "Noi vogliamo presentare la richiesta di protezione internazionale". 

 

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