Morte di Adele Cobelli, Cipollini: "Un dolore che ci avvolge tutti. La comunità del ciclismo è grandissima: se gridiamo tutti assieme qualcuno dovrà ascoltarci"
In un lungo video la leggenda italiana delle due ruote ha parlato della morte della giovanissima ciclista trentina, toccando a 360 gradi il tema della sicurezza sulla strada e lanciando un appello ai tanti appassionati della bicicletta in Italia

TRENTO. Tristezza, rabbia, voglia di cambiamento. Dopo l'ennesima tragedia che ha sconvolto la comunità trentina e l'intero mondo del ciclismo a livello nazionale – la morte della 14enne Adele Cobelli (Qui Articolo) – sono diverse le emozioni, e le speranze, che Mario Cipollini – leggenda delle due ruote e tra i più noti e forti velocisti italiani – ha affidato a una lunga riflessione condivisa sui social. Partendo proprio dalla morte di Cobelli, travolta da un'auto ieri (20 giugno) durante un allenamento nella zona di Pressano, a Lavis, il campione del mondo azzurro a Zolder 2002 ha parlato del tema della sicurezza sulla strada a 360 gradi, lanciando in definitiva un appello ai tanti appassionati della bicicletta in Italia: muoviamoci, tutti insieme, per cambiare le cose.
“Quel senso di dolore così grande – spiega Cipollini parlando della morte di Cobelli – ci avvolge tutti, soprattutto coloro che fanno parte del mondo del ciclismo. E siccome io al ciclismo ho dato tanto, e lui ha dato tanto a me, mi sento obbligato a fare qualcosa. Ma cosa? Impattiamo su un mondo che è molto più grande di noi. Ma la comunità del ciclismo, i ciclisti, chi usa la bici come mezzo di locomozione o per passione, siamo tantissimi. E se una persona grida da sola in mezzo alla strada viene presa per matta: se quelli che gridano sono tanti, decine di migliaia, qualcosa potrà accadere, qualcuno sarà obbligato in qualche modo ad ascoltarci”.
“In futuro – continua – i nostri mezzi saranno guidati dall'intelligenza artificiale e dai computer quantistici, e tutto sarà più semplice. Ma fino ad allora siamo costretti a fare qualcosa. Io non sono uno studioso né un antropologo, ma sono un osservatore, uno che da 55 anni è sulle strade in bicicletta e che ancora oggi fa decine di migliaia di chilometri all'anno sulle due ruote. Ho perfettamente chiara la dinamica di ciò che avviene per le strade, e mi permetto di dire una cosa che forse può aiutare a riflettere. Prendiamo ad esempio una passeggiata stupenda, sul lungomare che collega Forte dei Marmi e Viareggio. In estate, gli automobilisti che devono parcheggiare per entrare negli stabilimenti balneari hanno un atteggiamento che possiamo definire aggressivo. Ti tagliano la strada perché devono entrare nello stabilimento, incrociando pista ciclabile e pedonale, il più delle volte non rispettando le precedenze. Come se l'attrazione della vacanza, del sole e della spiaggia avesse la priorità su tutto. Ma quando arrivano in spiaggia, fuori da un sistema (l'auto ndr) che ti protegge, ti devi atteggiare in un mondo fatto di altri bagnanti. Di persone come te, svestite, che passeggiano. E nessuno pesta i piedi all'altro. Nessuno dà una gomitata, nessuno inveisce verso gli altri lungo il camminamento, tra gli ombrelloni. C'è un'educazione straordinaria in quel mondo. Quando quella stessa persona esce dalla spiaggia e sale in macchina, invece, non c'è più ciò che si vedeva qualche istante prima: educazione, rispetto verso gli altri. C'è un'aggressività generale, totale verso il mezzo più debole. E allora mi chiedo cosa dobbiamo fare”.
La risposta, sottolinea ancora Cipollini, sta nei numeri: “Nel nostro mondo esiste una collettività che dobbiamo sfruttare, che in questo momento è lasciata al caso ma che deve essere organizzata per fare qualcosa. Basti pensare alle decine di migliaia di persone che partecipano ai meravigliosi eventi legati alla bici: migliaia di persone che probabilmente la pensano come me e hanno il desiderio di poter pedalare in bicicletta in tutta sicurezza. Naturalmente non possiamo pensare che gli incidenti non accadano più, ma bisogna pensare di cambiare qualcosa: alcune leggi, alcuni atteggiamenti. La tecnologia, ovviamente, potrebbe fare cose straordinarie. Pensiamo se, per esempio, salendo in auto non si potesse utilizzare il telefono guidando, se lo si mettesse in modalità 'off' automaticamente. È più importante un messaggio o un like su Instagram o il ragazzino davanti a te che attraversa la strada e sta pedalando in tutta tranquillità?”.
Allo stesso modo, il tema si intreccia inevitabilmente con la questione della sensibilizzazione degli utenti della strada: “Ci uniamo al dolore di queste persone, che hanno perso la cosa più importante della loro vita: i loro figli. Come è possibile che chi è in auto non si renda conto che ha davanti un figlio, una figlia, un padre, una sorella, un familiare di qualcuno? Questi sentimenti dovrebbero venire a galla e stravolgere questo atteggiamento, che credo sia più che altro una forma culturale di approccio a queste dinamiche”. "Spero - conclude - la voce del ciclismo in qualche modo possa essere ascoltata da chi ha veramente la potenzialità e la forza di far cambiare le cose".












