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“In quarantena solo il 3% delle famiglie seguite ha aumentato il consumo di alcol”, la Rete Apcat strumento indispensabile anche contro la depressione

Famiglie con fragilità legate alle dipendenze: il 32% dei nuclei famigliari che non frequentano i club Apcat riferisce un peggioramento del clima emotivo a casa, invece solo il 10% delle famiglie dei Club ha avuto problemi. Doriguzzi: “Durante questa fase ci siamo attivati per non lasciare sole famiglie trovando un modo per stare assieme attraverso le piattaforme digitali”

Di Tiziano Grottolo - 04 giugno 2020 - 17:31

TRENTO. “Quando è scoppiata l’emergenza Covid abbiamo dovuto prendere la difficile decisione di interrompere le riunioni dei club che non sono ancora riprese, all’inizio eravamo un po’ preoccupati” a parlare è Susi Doriguzzi, presidente di Apcat Trentino, e i club a cui si fa riferimento fanno parte della rete comunitaria che associa 16 Acat, le Associazioni dei club Alcologici Territoriali. Si tratta di 140 club (96 Alcologici e 44 di Ecologia Familiare) presenti in tutto il Trentino dove partecipano persone e famiglie con fragilità legate al consumo di alcol, fumo, droga, azzardo e altre dipendenze.

 

A causa del lockdown tutte le attività settimanali sono state interrotte fin dalla metà di febbraio con la preoccupazione che lo stop forzato mettesse in crisi la rete pazientemente costruita nel tempo: “Durante questa fase ci siamo attivati per on lasciare sole famiglie – prosegue Doriguzzi – trovando un modo per stare assieme attraverso le piattaforme digitali”. Ma c’è di più: per cercare di avere una fotografia della situazione, tra il 20 e il 27 aprile, è stata realizzata un’indagine nel tentativo di esplorare il vissuto personale e familiare durante questo periodo difficile.

 

L’intervista, oltre che occasione di contatto e sostegno, ha avuto come obiettivo quello di indagare eventuali cambiamenti negli stili di vita e sulla percezione del futuro delle persone e famiglie seguite dai Centri Apss e che partecipano alla Rete. Complessivamente sono state raggiunte di 932 famiglie (1910 persone), di queste 778 famiglie (1602 persone) fanno parte di un club, mentre 154 famiglie (308 persone) sono seguite dai Centri Apss, ma non hanno mai partecipato alla rete dei club. “Abbiamo raggiunto quasi il 98% dei club – precisa la presidente di Apcat Trentino – ma soprattutto siamo rimasti molto sorpresi dai risultati”.

 

La maggioranza delle famiglie intervistate, sia quelle che frequentano i club sia quelle che non li frequentano, pensano che la quarantena non abbia sostanzialmente modificato (in meglio o in peggio) il clima familiare e nemmeno i rispettivi stili di vita. “Questa è una buona notizia – commenta Apcat – dato che l’isolamento in casa, se da un lato ha forse ‘costretto’ a un maggiore controllo dei comportamenti negativi, ad esempio per l’impossibilità di frequentare i bar, dall’altro avrebbe potuto esacerbare le tensioni all’interno della famiglia”.

 

“Dall’analisi però è emersa una significativa differenza tra le due categorie intervistate”, afferma Giuliana Dell’Agnolo del comitato scientifico Apcat. Infatti, la maggior parte delle persone o famiglie che non frequentano i club dicono che è peggiorato il loro senso di depressione, l’ansia o il tono dell’umore, mentre per la netta maggioranza delle famiglie dei club la situazione al riguardo è rimasta sostanzialmente invariata. Inoltre, le famiglie dei club sono in maggioranza più ottimiste: guardano con fiducia al proprio futuro, pensando che nei prossimi mesi sarà migliore. Questo non avviene per le persone o le famiglie che non frequentano i club, la maggioranza delle quali non intravedono variazioni positive nel loro futuro.

 

Pochissime (3% circa) delle famiglie che frequentano il club riportano un peggioramento nel consumo di alcol durante il lock down, mentre questo dato è oltre cinque volte maggiore (17.5%) tra chi non frequenta i club. “Se andiamo ad analizzare l’andamento del clima emotivo a casa – aggiunge Federica Valenti, sempre del comitato scientifico – il 32% circa delle famiglie che non frequentano i club riferisce un peggioramento, invece solo il 10% delle famiglie dei club lamenta un peggioramento”. Infine, durante la quarantena i conflitti in famiglia sono peggiorati per quasi un quarto (19% circa) delle famiglie che non frequentano i club, mentre tale peggioramento c’è stato solo in una piccola percentuale (5%) delle famiglie dei club.

 

Maria Luisa Raineri, ricercatrice dell’Università Cattolica di Milano che sta collaborando allo sviluppo di questa prima indagine ha voluto tirare le somme: “L’indagine rappresenta un indicatore della funzione protettiva svolta dai Club, che hanno saputo attrezzare le famiglie per affrontare una situazione tanto eccezionale quanto imprevista, riducendo l’impatto negativo che l’emergenza sanitaria ha esercitato sulle famiglie. Ora proseguiremo ad indagare nel dettaglio i risultati raccolti – conclude Raineri – ma queste conclusioni sono sicuramente incoraggianti dimostrando come questo tipo di Reti costruite all’interno della società civile possano funzionare come un servizio di prossimità per fronteggiare una situazione drammatica come quella che abbiamo vissuto durante il lockdown”.

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