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Morì in Rsa per il Covid, la famiglia fa causa alla struttura: chiesti oltre 780mila euro

A processo la casa di riposo “Santo Spirito-Fondazione Montel” di Pergine-Valsugana dove a marzo un ospite morì dopo aver contratto il coronavirus. Ora i famigliari della vittima chiedono un risarcimento da 781.859 euro

Di Tiziano Grottolo - 16 dicembre 2020 - 18:48

PERGINE-VALSUGANA. Il prossimo 13 aprile potrebbe aprirsi un processo molto importante che pur chiamando in causa una singola casa di riposo rischia di avere un effetto domino anche sulle altre strutture trentine: i parenti di uno degli ospiti deceduti in Rsa dopo aver contratto il Covid hanno citato in giudizio l’Apsp “Santo Spirito-Fondazione Montel” di Pergine-Valsugana, chiedendo un risarcimento che supera i 780mila euro.

 

Lo scorso aprile infatti, gli avvocati iscritti al foro di Benevento Fabrizio Miracolo e Roberto Cappa, agendo su incarico dei famigliari della vittima, avevano presentato un esposto ai Nas di Trento chiedendo di sequestrare la struttura e i documenti dell’Rsa di via Pive (QUI articolo). “Dal nostro punto di vista – spiegava Miracolo – la struttura si è mostrata vulnerabile al rischio epidemico e dopo i primi casi non si è capito che era necessario intervenire con decisione e rapidità”. I fatti risalgono al marzo 2020 quando nella struttura si registrarono i primi casi di positività (il 5 dello stesso mese erano state sospese le visite ai famigliari).

 

Anche l’anziano di circa 80 anni si ammalò risultando positivo al coronavirus, con il referto del tampone che porta la data del 15 marzo. “A partire da quel momento – ricostruisce l’avvocato Miracolo – i parenti non hanno più potuto né vedere né sentire il proprio caro, venendo aggiornati sulle condizioni dell’uomo sol tramite mail”.

 

Purtroppo le condizioni dell’80enne si aggravarono, tanto che i famigliari chiedono se non sia il caso di ricoverarlo in ospedale. Tra i dettagli fondamentali da accertare anche il ruolo ricoperto dalla famigerata circolare sottoscritta dal direttore per l’integrazione sociosanitaria Enrico Nava dove si afferma che “le Rsa devono essere considerate strutture a bassa intensità di cura” e pertanto “non devono operare alcun trasferimento verso gli ospedali”. 

 

Eppure, esiste una circolare del Ministero della Salute del 22 febbraio che, in materia di gestione dei casi all’interno delle strutture sanitarie, mette nero su bianco che “le strutture sanitarie sono tenute al rispetto rigoroso e sistematico delle precauzioni standard oltre a quelle previste per via aerea, da droplets e da contatto. I casi confermati di Covid-19 devono essere ospedalizzati, ove possibile in stanze d’isolamento singole con pressione negativa, con bagno dedicato e, possibilmente, anticamera. Qualora ciò non sia possibile, il caso confermato deve comunque essere ospedalizzato in una stanza singola con bagno dedicato e trasferito appena possibile in una struttura con idonei livelli di sicurezza”.

 

Pochi giorni e il quadro clinico dell’anziano peggiora ulteriormente, il 22 marzo la struttura comunica l’avvenuto decesso. La causa è il Covid. Ora però i parenti della vittima chiedono di fare chiarezza in particolare durante il processo si dovrà accertare se sono state commesse alcune negligenze nella direzione della situazione emergenziale dovuta alla pandemia.

 

Nel mirino dei famigliari dell’80enne ci sono la gestione di personale e ospiti contagiati, le norme d’accesso alla struttura, ma anche quelle che sono state percepite come false rassicurazioni, laddove i vertici della casa di riposo avrebbero parlato di una “situazione sotto controllo” poi degenerata in diversi contagi. Per questo come forma di risarcimento i parenti della vittima chiedono complessivamente una cifra che si aggira attorno ai 780mila euro.

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