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| 12 lug 2022 | 12:36

Ius Scholae, in Trentino oltre 8 mila studenti in attesa di diventare italiani. L'esperta: ''Serve prendere atto di un mutamento socio demografico importantissimo''

La proposta di legge è in discussione in questi giorni. Lo Ius Scholae potrebbe rappresentare una svolta per oltre 8 mila ragazzi che sono nati in Italia e frequentano le scuole trentine senza avere la cittadinanza italiana

TRENTO. Vite dimezzate quasi dimenticate dallo Stato. Sono quelle di tantissimi giovani stranieri, figlie e figli di immigrati che sono italiani ma senza diritti e che purtroppo ad oggi il nostro Paese fa ancora finta di non vedere.

 

Ed è per questo che la proposta di legge sullo Ius Scholae in discussione in questi giorni rappresenta un passo davvero importante per l'Italia.

 

“Questo provvedimento è un prendere atto di un mutamento socio demografico importantissimo che riguarda tutto il Paese e in particolare le regioni del nord Italia” spiega a il Dolomiti la professoressa Francesca Decimo del Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell'Università di Trento.

 

I NUMERI IN TRENTINO

Ma quanti possono essere i giovani trentini che sono in attesa di diventare italiani? Un numero esatto è difficile averlo. Ci sono però i dati forniti dalla Provincia di Trento e che riguardano i numeri della scuola trentina.

 

Per l'anno scolastico 2021/2022 gli studenti con cittadinanza italiana sono stati 61.355, l’88,20% del totale mentre gli studenti con cittadinanza straniera 8.205 (11,80%). Di questi 5.321 (64,85%) sono nati in Italia mentre 2.884 nati all’estero (35,15%).

 

Un disegno di legge, quello dello Ius Scholae, che potrebbe rappresentare una svolta per oltre 8 mila ragazzi che sono nati in Italia e frequentano le scuole trentine senza avere la cittadinanza italiana.

LO IUS SCHOLAE

Nelle scorse ore alla Camera è iniziato l'esame della legge sulla cittadinanza che introduce lo Ius Scholae. Questo provvedimento lega il riconoscimento della cittadinanza italiana a un percorso scolastico di almeno 5 anni per i minori che non ce l’hanno dalla nascita.

 

L'iter del provvedimento non è stato per nulla semplice in commissione. La proposta sostenuta dal centrosinistra e dal M5S ha trovato la contrarietà di Lega e Fratelli d'Italia, e dopo essere stato licenziato dalla commissione Affari costituzionali ora lo scontro si è trasferito nell'aula di Montecitorio.

 

Il testo all'esame punta a riconoscere il ruolo della scuola consentendo ai minori la possibilità di chiedere la cittadinanza italiana dopo aver frequentato almeno 5 anni.  Parliamo quindi dei cinque anni delle elementari o di medie e superiori.

 

L'IMPORTANZA DEL PROVVEDIMENTO

“Mi occupo di fecondità degli stranieri e in Italia il Trentino è una delle regioni dove il contributo in termini di nati da stranieri è significativo” ci spiega la professoressa Francesca Decimo dell'Università di Trento.

 

“Si tratta – continua - di riconoscere quantomeno traiettorie di stabilizzazione che sono avvenute e che sono state intraprese dai loro genitori portate avanti ormai da decenni e che hanno dato vita a famiglie stabili, a bambini che vanno a scuola, e che una volta diventati maggiorenni lavorano a loro volta in una condizione che però rischia di lasciarli eterni stranieri malgrado questi ragazzi non abbiano mai veramente vissuto nel paese dei loro genitori”.

 

C'è la necessità insomma di prendere atto di un dato demografico, sociale e culturale. “Lo Ius Scholae – spiega Decimo – include anche l'idea che non basta nascere sul suolo di un Paese per esserne parte ma riconosce un percorso di partecipazione e socializzazione. Una piena inclusione, insomma, di fatto già avvenuta perché la scuola ha anche questo ruolo nel creare le future generazioni”.

 

Innegabile l'importanza non solo per il Trentino ma anche per il nostro Paese drammaticamente in crisi di natalità. “Da tempo abbiamo una piramide demografica – continua l'esperta - completamente rovesciata. Non possiamo avere questo importante patrimonio di giovani che educhiamo e sui quali investiamo e poi lasciarli al compimento dei 18 anni che vivano in un tempo drammatico di incertezza ed oneroso dal punto di vista spicologico”.

Numeri e tematiche importanti che dimostrano come il provvedimento in discussione non sia simbolico ma che rispecchi e risponda a quelli che sono i cambiamenti iniziati ormai diversi decenni fa.

 

“Il Trentino – conclude la professoressa Decimo – ha anche un'altra peculiarità. Noi abbiamo sempre riconosciuto come nostri concittadini anche i discendenti di italiani nati all'estero, soprattutto quelli di origine trentina o veneta e friulana. Discendenti che ottengono il riconoscimento abbastanza facilmente, con un accesso agevolato alla cittadinanza, anche se spesso non hanno mai messo piede in Italia, non parlano in alcuni casi l'italiano. Ecco, perché questo provvedimento è importante. E' una questione di diritti ed equità”.

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