Alex Marangon, per la perizia della famiglia ''traumi solo su un fianco compatibili con un pestaggio''. Dentro l'abbazia di Vidor tra presunti segreti e omertà
A una settimana dal doloroso sfogo dei genitori raccolto da “il Dolomiti”, le consulenze medico-legali e biomeccaniche raccontano una storia diversa da quella della versione ufficiale: i traumi concentrati sul lato sinistro del corpo e la vegetazione intatta smentirebbero il volo di quindici metri

BOLZANO. Eravamo rimasti a sette giorni fa, immobili davanti agli occhi lucidi di Sabrina Bosser e Luca Marangon, una mamma e un papà che a “il Dolomiti” ripetevano come una preghiera disperata e rabbiosa: “Non uccidetelo di nuovo”. (QUI il link all'intervista)
Oggi le novità parlano di una perizia che dice che le ferite riportate sul corpo di loro figlio, Alex, non racconterebbero di un suicidio, ma di altro. Si possono ipotizzare colpi inferti da terzi. Se fosse caduto tra la vegetazione, il corpo del giovane sarebbe stato in ben altre condizioni, dicono le ultime risultanze.
Luca e Sabrina, in attesa di questi nuovi elementi, avevano ripercorso la vicenda con “il Dolomiti”, passo dopo passo, fatto dopo fatto, ipotesi dopo ipotesi. Sensazione dopo sensazione.
Ci avevano accolti tra i loro ricordi, parlandoci dalla loro casa sotto lo sguardo impresso in un dipinto di quel figlio di 25 anni che non vedranno mai più rientrare, Alex Marangon, deceduto nel corso di un ritiro di cura a Vidor, in provincia di Treviso.
Ci avevano descritto un ragazzo buono, solare, aperto, a tratti ingenuo. Un ragazzo talmente trasparente da appuntare ogni singolo pensiero e ogni considerazione su un diario, comprese le note scritte febbrilmente mentre si trovava già dentro l'abbazia di Santa Bona a Vidor, dove si è svolto il ritiro.
Ogni ogni idea, ogni azione. Anche quelle che devono, o dovrebbero, essere tenute nascoste ai genitori, quelle che dovrebbero restare un segreto di un 25enne.
Per Alex non c'erano segreti. Era un libro aperto. Per questo, dicono, se qualcosa fossa stato diverso dal solito, Luca e Sabrina lo avrebbero saputo.
Se la sua felicità fosse stata messa in discussione e se avesse avuto pensieri “altri”, lo avrebbe scritto sul diario.
Un ragazzo che considerava la cocaina “la droga degli sfigati”, anche se le analisi del capello dicono che l'ha presa proprio lì, forse senza nemmeno rendersene conto. I genitori ci avevano raccontato di quel maledetto week end, di quel figlio che prima di partire aveva detto: “Non preoccuparti mamma, mi sa che questa è l'ultima volta che vado. Alla fine mi sono curato e poi sai che io mi stufo in fretta delle cose”.
E invece per Alex Marangon quella è stata davvero l'ultima volta. I genitori non hanno mai creduto alla tesi del suicidio o dell'incidente dovuto al delirio da stupefacenti. Ci avevano descritto i polmoni puliti di Alex, segno che non era affatto annegato nel fiume, e quell'occhio nero, quei lividi visti durante il funereo rito del riconoscimento che gridavano tutto tranne che una caduta accidentale.
Con l'amaro in bocca, avevano ripercorso i momenti surreali vissuti a Vidor subito dopo la scomparsa, tra i curanderos colombiani che avrebbero parlato solo la loro lingua con evidenti difficoltà di comprensione e poi lasciati andare via liberi, diventando improvvisamente “irrintracciabili” e una gestione di quella che sarebbe diventata la scena del crimine, una volta scoperto il corpo di Alex ormai senza vita, con la gente che entrava e usciva spostando e toccando ogni cosa.
Sabrina e Luca si erano ritrovati seduti su un prato, devastati dall'angoscia, mentre intorno a loro i furgoni di un catering allestivano un matrimonio pomeridiano nello stesso identico posto. E come se non bastasse il carico da undici, il proprietario dell'abbazia si era premurato di accoglierli urlandogli in faccia frasi come “eh se vostro figlio non era felice...” o “se Alex è in cielo”, quando il ragazzo risultava ancora ufficialmente disperso. Lo stesso proprietario che ha sempre giurato di non sapere cosa accadesse in quelle stanze, nonostante la moglie partecipasse ai riti e gli organizzatori avessero il camper parcheggiato stabilmente nel cortile.
“La versione ufficiale dice che a un certo punto Alex avrebbe perso il controllo, si sarebbe buttato da un terrazza di 15 metri, e poi, chissà in quale modo, avrebbe raggiunto il fiume e ci sarebbe caduto dentro, restando a mollo per tre giorni. Ecco, i riscontri tecnici a me riferiti non dicono ciò. Ma nulla. A chi dovrei credere?”, si chiedeva papà Luca, denunciando un'omertà che sembrava coprire la verità di quella notte.
Una verità che la famiglia sente “quantomeno alterata, se non nascosta”.
Oggi, a distanza di una settimana da quel nostro incontro, quella che sembrava la versione ufficiale potrebbe mostrare delle crepe. Le nuove consulenze medico-legali e biomeccaniche, depositate proprio in questi giorni dai periti della famiglia all'avvocato Stefano Tigani, aprono nuovi scenari. Il pubblico ministero Giovanni Valmassoi si trova davanti a un bivio: chiudere l'inchiesta e chiedere il processo per i cinque indagati, tra cui gli organizzatori dell'evento, la proprietaria dell'abbazia e i due curanderos colombiani, oppure archiviare tutto come un tragico volo solitario.
Per l'accusa, Alex, alterato dall'assunzione di ayahuasca e cocaina, sarebbe stato colto da un attacco psicotico e si sarebbe lanciato volontariamente dal terrazzo dell'abbazia, precipitando per circa quindici metri lungo il dirupo fino al greto del Piave. Una ricostruzione che finora si è retta quasi interamente sulle testimonianze dei presenti, che quella notte parlarono di un urlo soffocato seguito dal rumore di rami spezzati in una chiesa che, ironia della sorte, si è scoperto essere pure consacrata.
Ma la nuova perizia del medico legale Antonello Cirnelli e quella biomeccanica dell'ingegnere Giuseppe Monfreda ribalterebbero completamente questo scenario. Gli esperti della difesa sostengono che una caduta da oltre 15 metri attraverso una vegetazione così fitta avrebbe dovuto produrre un trauma policentrico, con lesioni diffuse a cranio, arti e torace. ''Sul corpo di Alex - raccontano dalla famiglia - invece, i traumi risulterebbero concentrati quasi esclusivamente sul lato sinistro, un'anomalia scientifica che aprirebbe all'ipotesi di colpi inferti da terzi come durante un pestaggio''.
Le simulazioni tecniche, poi, dimostrerebbero che un corpo lanciato da quel punto sarebbe stato trattenuto o avrebbe lasciato segni evidenti tra rami e arbusti. Segni che i soccorritori non hanno mai rilevato, confermando i forti dubbi che papà Luca ci aveva espresso: “Ci hanno spiegato chiaramente che non vi erano segni di una caduta nei paraggi, perché si sarebbero notati dei canneti rotti, visto che è pieno intorno all'abazia. Ci sarebbero state tracce, qualche segno, qualcosa. E invece non c'era nulla”.
Vi era poi anche un altro elemento, emerso dalla stessa perizia tossicologica del consulente del pm, Riccardo Addobbati.
Gli esami sui capelli dei partecipanti avrebbero accertato che ben 16 persone su 17 avevano assunto l'ayahuasca, e sette di loro anche cocaina. Un dettaglio non da poco, che secondo la famiglia ridimensionerebbe drasticamente il peso di quelle testimonianze che parlavano di suicidio: secondo i genitori di Alex infatti quella notte, sotto l'effetto di una potente bevanda psicotropa vietata in Italia, nessuno sarebbe stato abbastanza lucido da ricordare i fatti o da indirizzare le indagini.
Torna dunque prepotentemente a pesare il sospetto che la fine di Alex non sia stata segnata da un gesto solitario. I genitori ci avevano confessato un retroscena pesante appreso da un testimone: “Una persona che ha partecipato al ritiro ci ha detto che nessuno, oltre a curanderos e organizzatori, ha saputo della scomparsa di Alex. Alle 6 del mattino sarebbe stato detto loro “il rito è finito, andate”. E di conseguenza non è vero che “tutti” lo stavano cercando”.
Nonostante il pm Valmassoi abbia deciso di far analizzare queste due nuove perizie al suo team di investigatori per verificare elementi di interesse, la Procura sembra intenzionata a non cambiare rotta e ha già escluso una terza perizia. Ma la famiglia Marangon non ha intenzione di fare un passo indietro di fronte alla tesi del gesto volontario. Luca e Sabrina lo avevano promesso, e queste nuove carte non fanno che dare forza alla loro battaglia: “Lotteremo per la verità, non ci fermeremo davanti a un'archiviazione”.












