"Caduto il fascismo ci lasciavano fare alpinismo fino ai 5.000 metri del Gauri junda". Catturato in Libia nel '41 finì in India: l'incredibile storia di un soldato trentino
L'incredibile storia di Felice Manzinello, ufficiale trentino catturato in Libia dai britannici nel '41 e portato prigioniero in India. Lì, a Yol nel Nord del Paese, Manzinello troverà "sprazzi di libertà" scalando le vette che circondavano il campo: ecco il suo racconto

TRENTO. Dalle montagne del Trentino all'arida guerra nel Nord Africa, in Libia. Da lì, fatto prigioniero, il viaggio in Egitto e poi oltre fino all'India, nella regione settentrionale del Punjab bloccato tra altre – e ben più alte – montagne, in una lunga prigionia insieme a migliaia di altri ufficiali italiani. La storia del sottotenente trentino classe 1917 Felice Manzinello, catturato nella primavera del '41 a Tobruk dalle forze britanniche nel pieno della Campagna d'Africa, è di quelle che si fondono necessariamente con la storia – quella, per intenderci, con la 's' maiuscola – e sembrano al contempo fatte per il grande schermo.
Una storia nella quale alla monotonia del campo di Yol – destinato come detto anche agli ufficiali italiani e ubicato a circa 1200 metri di quota nel nord dell'India – si alterna un richiamo di libertà che Manzinello soddisfa in brevi ascese sulle vette che circondavano i baraccamenti dei prigionieri. Delle vere e proprie “fughe”, permesse dalle autorità inglesi in particolare dopo l'8 settembre del '43, nelle quali l'ufficiale trentino arrivò a toccare i quasi 5.000 metri del Gauri Junda con nient'altro che attrezzatura precaria – spesso realizzata con quanto si trovava nel campo – e alimenti raggranellati privandosi di parte della razione giornaliera. Ma procediamo con ordine
A raccontare innanzitutto nel dettaglio la storia di Manzinello è la Fondazione Museo Storico del Trentino, in un incontro organizzato in occasione della donazione di documenti e materiali autobiografici dell'uomo – confluiti ora nel ricco Archivio della scrittura popolare dell'ente museale trentino –, venuto a mancare a 105 anni nel febbraio del 2023. L'incontro, introdotto e moderato dal direttore della Fondazione Museo Storico del Trentino Giuseppe Ferrandi, ha visto la presenza anche dei tre figli di Manzinello – Gian Antonio, Sandro e Tullio, tutti tra i 67 e i 70 anni oggi – oltre che degli esperti della Fondazione – Lorenzo Gardumi, Jessica Ognibeni e Michele Toss – per una serie di interessanti approfondimenti di carattere storico, legati sia alla figura di Manzinello che, più in generale, al contesto della Seconda guerra mondiale.

Nell'occasione è stata mostra anche un'inedita intervista realizzata oltre 15 anni fa dalla Sat, presentata dal curatore Lorenzo Prevarello e incentrata sulla vita e sulla prigionia del militare trentino. Per raccontare la sua esperienza, tra l'arrivo in Africa e il ritorno a casa dopo quasi cinque anni in India, il filo rosso da seguire è quello lasciato dallo stesso Manzinello, che tra fonti scritte e illustrazioni – realizzate con spiccato spirito geografico partendo da schizzi e ricordi dei vari luoghi in cui si è trovato negli anni di guerra – ha lasciato un ampio e dettagliato corpus autobiografico. È proprio lui infatti a ricordare come nel marzo del '41 fosse partito da Mori – dove viveva – per Napoli, con successivo imbarco via mare per Tripoli, verso la porzione di Libia rimasta italiana dopo l'avanzata inglese di pochi mesi prima.
La sua permanenza in Africa fu però molto breve: “Il 14 aprile – si legge negli appunti del militare – primo contatto con le truppe inglesi a Tobruk e 10 giorni dopo, durante una sortita in ricognizione, vengo catturato prigioniero”. Una settimana dopo, il 21 aprile, insieme ai commilitoni prigionieri Manzinello viene portato ad Alessandria d'Egitto dalle forze inglesi e dopo diversi passaggi in alcuni campi detentivi – Mustapha, El Agami ed Ismailia – viene imbarcato a Suez “con sosta di una settimana sotto le tende a 60 gradi”. Per il caldo, racconta, durante l'appello alcuni svenivano: “Ma vi fu un solo morto”. Da lì il viaggio riprese per l'India. Dopo lo sbarco a Bombay, i prigionieri vennero trasportati al campo 6 di Bangalore, a 800 metri di altitudine nel sud dell'India: “Passammo un anno – scrive Manzinello – in attesa che fosse completato il campo ufficiali a Yol, nel Punjab, a nord a 1200 metri di quota. Ci giungemmo nel maggio del 1942. Perché venne scelta questa località? Si trova nei pressi di Dharamsala, luogo di villeggiatura delle famiglie inglesi residenti in India, con clima accettabile”.
Fu lassù che il militare trentino rimase fino al '46, tra “l'interminabile conta mattutina e vespertina” degli ufficiali inglesi e “nessun'altra attrattiva”. “Chiacchiere, partite a bridge e per fortuna lamentele poche – ricorda Manzinello – si diceva, 'se ti lamenti puoi modificare minimamente la situazione? E allora taci!'”. Negli anni l'ufficiale trentino imparò l'inglese – perlomeno per capire cosa si dicesse nei notiziari che ogni mattina risuonavano dagli altoparlanti – ma anche il francese e il tedesco e strinse legami in particolare con gli altri trentini presenti nei quattro campi costruiti nella zona di Yol: “Ciascun campo, circondato da reticolato e torrette per le sentinelle, aveva baracche di legno su zoccolo di calcestruzzo, suddivise ciascuna in cinque stanze dalla capacità di 6 letti ognuna. Volendo si potevano allestire dei separé con coperte o altro, per mantenere un po' di riservatezza". Un contesto nel quale, ricorda il militare, tra i relativamente pochi trentini presenti si instaurò ben presto uno stretto legame d'amicizia: "Noi siamo stati tra i pochissimi a lasciare campo libero al senso di fratellanza, andando sempre d'accordo: Cerri Franco, Angeli Onorio, Postal Rinaldo, Rossi Cesare, Albi Aldo ed il sottoscritto”.

Tra le varie baracche, quella in cui si trovava Manzinello diventò infatti presto un luogo di ritrovo proprio per i compagni trentini, venendo rinominata affettuosamente “baita”. E così col tempo, ricorda l'ufficiale: “Si faceva luce l'inventiva del prigioniero. Di libri ne erano apparsi pochissimi, ma se ti metti in fila e ne strappi una pagina alla volta, parecchi potevano leggere contemporaneamente. Si poteva uscire a gruppi: non avevi una rupia per acquisti, ma trovavi pezzi di reticolato per strada, o riuscivi a strapparli dalle recinzioni e con pazienza riuscivi a costruire gabbie per uccellini. Mettendo a fermentare dell'uva zibibbo riuscivi a distillare la grappa con alambicchi predisposti da chi era capace di farli. Non contava il tempo, era importante sapere e volere fare qualcosa: passavamo mesi per limare pazientemente un filtro, mesi per costruirti una grammatica ed un vocabolario, mesi per attendere da casa informazioni varie. C'era sempre qualcuno che sapeva armeggiare in qualcosa e se ti interessavi anche tu trovavi il modo di trascorrere meglio il tempo”.
Fu dopo la caduta del fascismo, però, che ai militari italiani venne data la possibilità di effettuare più uscite nell'area, anche di diversi giorni. E fu allora che Manzinello fece della sua passione per la montagna uno strumento per cercare qualcosa che andasse al di là dell'aspetto fisico, tangibile: fu allora che l'ascesa verso le vette che circondavano il campo divenne esercizio di libertà. A raccontarlo è lui stesso, nell'intervista inedita mostrata durante l'evento organizzato dalla Fondazione Museo Storico del Trentino. I permessi dovevano essere richiesti con largo anticipo – mesi, non giorni o settimane – e chi voleva affrontare i monti intorno al campo doveva farlo con ciò che poteva racimolare nel campo stesso. Con le lenzuola vennero realizzate rudimentali tende – i locali, racconta Manzinello, le consigliavano per spaventare gli orsi – e ogni giorno si metteva da parte un cucchiaio di zucchero della propria razione, per accumularne abbastanza per affrontare la salita.
“Appena ce l'hanno permesso – racconta l'ufficiale nell'intervista – io sono uscito. Quella volta insieme a dei compagni eravamo arrivati a 2600 metri, partendo dai 1200 del campo. E ci sembrava di aver conquistato chissà che cosa. Vedere il campo là sotto ci faceva sentire liberi, perché la montagna è libertà”. Una libertà che fu a lungo al centro di una ricerca spasmodica e anelante per chi si trovava a Yol, e che spinse Manzinello ad uscire dal campo di prigionia appena possibile. All'interno del recinto nel frattempo si continuavano a portare avanti una serie di attività d'intrattenimento organizzate da un gruppo di ufficiali: dalla già citata distillazione (clandestina) di grappa fino a vere e proprie lezioni tenute da professori universitari. “Tante piccole esperienze, tante intenzioni ti avevano intimamente arricchito – scrive – e lo hai potuto constatare quando al ritorno hai ripreso la vita normale. Quello che ho appreso nelle difficoltà mi ha dato ancor più soddisfazioni e ho capito che la vita val la pena di esser vissuta”.

Felice Manzinello fece ritorno a casa, in Trentino, nell'aprile del '46 e apprese della morte della madre, avvenuta un anno prima, delle condizioni del fratello Saverio – che aveva subito l'amputazione dei piedi, congelati durante i combattimenti sul fronte greco. “La vita civile riprende lentamente positivamente – ricorda –: sono soddisfatto, ma faccio fatica a reinserirmi. Dopo sette anni ero rimasto con la mentalità d'anteguerra, non avevo capito il cambiamento avvenuto nel frattempo”. Il cambiamento però arriverà anche per lui: da Mori si trasferì infatti a Povo, diventando un vero e proprio punto di riferimento come insegnante per tante generazioni di ragazzi. Adulti che oggi lo ricordano ancora con tanto affetto. “Conobbi mia moglie – scrive in conclusione Manzinello – un matrimonio felice e la nascita di tre magnifici ragazzi. Ora sto trascorrendo una vecchiaia serena con nostra grandissima soddisfazione. Ho così notato che le asperità della vita sanno dare col tempo anche risultati positivi. Grazie a Dio, grazie a mia moglie, grazie a tutti quelli che hanno contornato la mia vita!”.
Per chiudere, lasciamo in forma integrale il racconto che lo stesso Manzinello fa di una delle uscite in quota fuori dal campo, uno dei documenti donati dai familiari alla Fondazone Museo Storico del Trentino. Un racconto di resistenza e libertà, oltre la prigionia.
Ore 6: si esce dal Campo, soli, non accompagnati da sentinelle, policeman inglesi o indiani che siano: finalmente liberi, liberi, padroni di andare in giro dopo quasi 3 anni senza sorveglianza alcuna, via, lontano dai reticolati, lontano da una vita che si ripete monotona da oltre 1000 giorni: sveglia, the, conta, primo o secondo turno di mensa, riposo, bridge, quattro chiacchiere, conta, ancora mensa, sguardo oltre i reticolati, ultime chiacchiere, riposo. Non par vero di allontanarsi per tre giorni da tutto ciò: finalmente un’altra vita! Quasi ci allontaniamo di corsa dal Campo, guardando ogni tanto furtivamente indietro. Ma è mai possibile che gli Inglesi siano stati così generosi? Il tomorrow chiesto ripetutamente sei mesi prima è dunque realtà. Ognuno nasconde all’altro questo sogno-incubo che passerà man mano che i tetti zincati delle baracche scompaiono alla vista. Superata Kanhiara con il suo bimillenario tempio Indù raggiungiamo dopo un’ora e mezzo di cammino a mozzafiato la zona di Tatraran, all’inizio della salita. Finalmente una sosta: ci liberiamo dei cosiddetti zaini (sacchi per cipolle muniti di bretelle ricavate tirando e accorciando le strisce di cotone dei nostri letti (hangareb), che incominciano a farsi sentire sulle nostre spalle non più assuefatte a simili pesi.
Dentro c’è quanto occorre per tre giorni, dalla tenda militare tutta rattoppata alle coperte, ai viveri che con non poco sacrificio ci siamo procurati sottraendoli alla razione quotidiana, agli utensili da cucina ricavati da barattoli vuoti attraverso il lavoro paziente del Marchetti, che era pure riuscito a costruire una borraccia. Ci rinfreschiamo nelle limpide acque del torrente, indi lo attraversiamo su un ponte sospeso sostenuto da cavi d’acciaio che vibrano paurosamente sotto i nostri passi incerti. Iniziamo la salita inerpicandoci per un ripido sentiero tracciato su un costone erboso con una serie infinita di lastre di ardesia messe in opera dagli Indiani con un paziente lavoro di secoli. Siamo a metà di novembre ma il sole dei tropici si fa sentire e ben presto siamo inzuppati di sudore. Per fortuna dopo un’ora la salita si fa meno faticosa e sostiamo all’ombra di un accogliente boschetto di rododendri arborei. La vista spazia giù nella valle del Kangra fino alla pianura indo-gangetica, avvolta nella foschia. Non vediamo il luccichio dei tetti delle nostre baracche perché nascoste da un costone del Laher (montagna degli orsi). Non ce ne rincresce, anzi dal nostro cervello svaniscono gli ultimi dubbi che gli Inglesi vogliano dirci di tornare indietro. Siamo già così distanti... Avanti allora con cuor leggero, mentre gli zaini, appesantiti con la fatica, sembra vogliano respingerci al piano verso la freddezza dei reticolati. Ma intanto davanti a noi e sulla nostra destra ci attira irresistibilmente la stupenda visione della catena del Dhola Dhar con le sue rocce brulle e i canaloni vertiginosi chiazzati qua e là di neve. Attratti da tanta bellezza quasi non ci accorgiamo di essere giunti alla sommità del costone. La via è più facile e ci permette di fantasticare tra sogno e realtà: non siamo più dei prigionieri in India, siamo cinque uomini liberi, godiamo la pace dei monti, calpestiamo ancora la terra della nostra Patria, stiamo camminando su un sentiero delle nostre Alpi... e le lontane casette degli Indiani si sono trasformate nella nostra lontana dimora dove una famiglia attende ansiosa il ritorno degli escursionisti. Una gioia misteriosa ci pervade.
Il tempo incalza e dobbiamo proseguire. Attraverso un falsopiano giungiamo in prossimità di una capanna forestale (Shikari Ghar), rifugio di cacciatori provenienti dal sottostante centro di Dharamsala. E’ chiusa. E’ mezzogiorno e l’ora e l’altezza (siamo a 2800 metri) ci ricordano che il tè bevuto prima della partenza si è trasformato in fame. Uno corre a cercar acqua, un altro procura legna nelle selva di rododendri e lecci che ci circonda, un altro prepara con delle pietre un rozzo focolare, mentre Faustini e io ci improvvisiamo cuochi della compagnia. Mai cibo ci è sembrato tanto appetitoso dal giorno della nostra cattura! Eppure non c’è nulla di straordinario nei nostri sacchi: soia, riso, margarina, un paio di scatole di aringhe, tè e latte in polvere. Al termine della ristorazione imbocchiamo la mulattiera che sale da Dharamsala e in un paio d’ore, passando per un lecceto, giungiamo nella conca di Laka Got (m 3219) dove decidiamo di pernottare. Sparse qua e là delle trune indiane di rozzi sassi e coperte di zolle ci offrono rifugio per la notte. Ne scegliamo una a ridosso di una roccia, la ripuliamo dello sterco di zebù e di bufali, e con delle felci secche ci facciamo un giaciglio. Gli ultimi lecci ed i rododendri viola con rami striscianti come mughi ci offrono legna per preparare la cena, per riscaldarci e per tener lontani gli orsi.
Cala la notte e noi, seduti intorno al fuoco, ci raccontiamo le impressioni della giornata. Ma ecco giungere le note di un piffero. Alziamo gli occhi e sopra il pietrone distinguiamo la sagoma di due ragazzini indiani accoccolati. “Idar ao, venite!” Il nostro invito, dapprima respinto con naturale timidezza, viene infine accolto anche per l’offerta di un bel po’ di ghur (zucchero grezzo) e per l’istintiva attrattiva di un bel fuoco. La nostra conoscenza della lingua urdu è molto scarsa ma con il linguaggio internazionale dei gesti riusciamo ad intenderci. Sono dei pastori ghaddì giunti con le loro famiglie dallo stato del Chamba attraverso il passo Andrar. I loro paesi sono sparsi nelle valli selvagge tra le catene del Dhola Dhar e del Pangi Himalaya, ad oltre 2000 metri di altezza. Sebbene situati in zona subtropicale, l’esposizione a nord della prima catena di montagne e l’altezza provocano abbondanti nevicate. Solo pochi uomini rimangono in paese per foraggiare le vacche sacre; tutti gli altri, donne, vecchi e bambini trasmigrano con i loro greggi nella più accogliente pianura attraverso i passi Baleni, Andrar, Talar, Talang e Thampar, tutti oltre i 4000 metri. Chiediamo a gesti l’itinerario da seguire per raggiungere il passo Andrar. Ci guardano meravigliati e rispondono con una loro domanda: “Perché volete arrampicarvi fin lassù in mezzo alla neve e al freddo? Non temete gli dei? Noi dovevamo passare di là per poter raggiungere i prati verdi per le nostre capre e le nostre pecore; ma prima della partenza abbiamo chiesto la benedizione al guru e al bahra mahatma e nel tempio i nostri capi si sono flagellati con grosse catene, hanno attraversato il fuoco sacro per scacciare il dio del male, hanno offerto riso e farina al tempio, hanno portato un tridente sacro al passo. E voi cosa ci andate a fare?”. Non possono capire, loro liberi nella loro povertà, quello che stiamo assaporando e che ci manca da tre anni: un sorriso ed un gesto ampio verso i monti ed il cielo infinito nascondono la nostra intima gioia. Un canto dapprima sommesso, quasi sottovoce, poi più deciso, scaturisce dai nostri petti e si diffonde rimbalzando tra le pieghe della montagna avvolta nel nero manto della notte. In fraterna simbiosi i nostri canti delle Alpi si mescolano ora alla nenia triste e pur sempre gioiosa dello strumento primitivo di questi cari ragazzi... Scompaiono nel buio della montagna dopo un cordiale “ram ram”. “Ram ram bhai, buona notte fratello.”
Lasciamo che le ultime faville del fuoco morente si sperdano nell’immensità del cielo, ci avvolgiamo nelle coperte all’interno della truna e ben presto ci addormentiamo di un sonno ristoratore, forse il primo senza incubi. All’alba il freddo pungente si fa sentire e così, spinti anche dal desiderio di gustare appieno l’incanto della montagna, ci alziamo in tutta fretta ma un’amara sorpresa ci attende: il cielo si è coperto e si vedono le cime battute dalla tormenta. Il desiderio di arrivare almeno al passo allontana i nostri timori. Nascosti i sacchi sotto alcune rocce ci inerpichiemo per un canalone che scende dal monte Serar con un balzo di 1500 metri, raggiungiamo un nevaio e lo evitiamo spingendoci a sinistra per un ripido costone erboso fra massi dalle forme bizzarre. Il freddo si fa più intenso, qualche folata di nevischio ci investe, ciò nonostante non scema l’ansia del salire e proseguiamo lentamente ma con costanza. L’erba va scomparendo, sostituita da rozze gradinate sistemate con paziente lavoro di secoli e rese insidiosamente viscide dall’alterno passaggio di piedi scalzi o malamente protetti con sandali di paglia e di zoccoli lerci delle greggi. Ci inerpichiamo fra lastroni e cenge, in mezzo a rocce ripidissime. Volgiamo lo sguardo giù in basso. Laka Got, dove abbiamo pernottato, è già molto lontana, il nostro respiro è sempre più affannoso: ormai non dovremmo essere troppo lontani dai quattromila metri. Incontriamo due vecchi che soffiano come mantici mentre dalla loro gola esce un sibilo strano causato dalla difficoltà di respirazione. Anche noi ogni due passi dobbiamo fermarci per mancanza di respiro: la meta sembra ancora lontana ma per fortuna non nevica ancora. Finalmente scorgiamo uno spuntone con infissi i segni della Trimurti: è il passo! La stanchezza scompare, il fiato ritorna e di corsa percorriamo gli ultimi metri: la salita è finita mentre appare lontana, avvolta nelle nubi, un’altra imponente catena di montagne: è il Pangi Himalaya! Chi può descrivere questa stupenda visione? Rimaniamo estasiati, non so per quanto tempo, in ammirazione e contemplazione. Il cielo è coperto e le nubi spazzano le cime e le coprono di nevischio ma non riescono a nascondere questi giganti indomiti. Nella selva di picchi si distinguono il Tambu, m 5877, dalla caratteristica forma di tenda, e la vetta triangolare del Kailas, m 6057, il sacro monte degli Indù. Il freddo pungente ed il vento ci richiamano alla realtà; ci ripariamo dietro una roccia e rannicchiati alla meglio ci rifocilliamo, indi ci riscaldiamo con grappa di nostra fabbricazione clandestina. Intanto continuiamo a volgere lo sguardo ora ad una cima, ora ad un nevaio, ora alla valle che precipita sotto di noi sul versante opposto per congiungersi con il fiume Ravi. Vorremmo scendere per di là e raggiungere il più famoso luogo di venerazione per gli Indù, Brahmaur, celebre per i suoi 84 tempi e tempietti, in gran parte dedicati al sacro Lingam, simbolo maschile di fertilità; avremmo pure desiderio di scalare il monte Serar, 4605 metri. Siamo a m 4214, il versante Nord del monte, coperto da un nevaio, non presenta particolari difficoltà ma il tempo minaccioso ci ingiunge di desistere. Una folata più forte di vento ci richiama alla mente le parole dei pastori: “Attenti agli dei della montagna; sono buoni ma non sfidateli per non incorrere nella loro ira!”. Dopo un ultimo sguardo iniziamo la discesa con precauzione ma abbastanza celermente; la neve infatti comincia a mulinarci attorno e ci acceca ma ormai siamo fuori pericolo e il sentiero ben visibile ci porta in poco tempo a Laka Got, lontano dalla tormenta che infuria lassù. Intanto cala la sera e ci prepariamo per la cena, anche se il fuoco fa il matto e la truna piena di fumo ci costringe a stare sdraiati sul pavimento di terra per poter respirare. D’improvviso vengo chiamato e corro fuori mezzo accecato: le nubi che avvolgevano le cime si sono squarciate e il sole del tramonto illumina il Serar imbiancato dalla leggera nevicata: i suoi raggi trasformano la montagna dipingendola con i caldi colori dal rosa, al rosso, al violetto. “Ma questa è l’enrosadira!” esclamiamo “Siamo dunque tornati tra le nostre Dolomiti”. Dimentichiamo gli affanni, anche il problema della cena che comunque riusciamo in qualche modo a consumare. Niente falò questa sera, i Ghaddì sono scesi a valle e il freddo e il vento ci consigliano di rifugiarci nella truna ancora avvolta dal fumo. Spossati dalla stanchezza ben presto ci addormentiamo cullati dal sibilo del vento.
Terzo e ultimo giorno di libertà: nessuna fretta di alzarci: fa troppo freddo anche se fuori la giornata è bella; aspettiamo quindi il sorgere del sole per prepararci alla partenza. Dobbiamo essere di ritorno al Campo per le diciotto: ogni ritardo viene punito con 2 giorni di Kalabush. E’ stato troppo bello, non possiamo privarci di altri sprazzi di libertà. Stiamo tornando fra i cupi reticolati, nelle tetre baracche, nella monotonia della vita quotidiana, ma ormai abbiamo aperto uno spiraglio che ci farà sentire meno dura la prigionia!












