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Trento
17 maggio | 14:10

“C'è chi crede che l’Hiv sia scomparso”, l'allarme dell'esperto. In Trentino infezioni in crescita, Lanzafame: "Abbiamo smesso di parlane. Tante diagnosi tardive"

In Trentino abbiamo un'incidenza dell'1,8% dell'infezione Hiv con un aumento negli ultimi anni. Ma il vero problema è un altro: quasi sei persone su dieci scoprono l’infezione troppo tardi, quando il sistema immunitario è già compromesso e la malattia si manifesta in forma avanzata

TRENTO. “Ci sono persone convinte che l'Hiv sia scomparso. Ma non è così, siamo noi che abbiamo smesso di parlarne”. È un allarme netto quello lanciato da Massimiliano Lanzafame, alla guida del reparto di Malattie infettive dell’azienda sanitaria trentina. Una carriera, quella sua, impegnata nella prevenzione e nella ricerca contro l'infezione dell'Hiv che oggi, però, si trova a fare i conti con sempre più persone, in particolare giovani, che non conoscono i rischi derivanti dalle malattie sessualmente trasmissibili.

 

In Trentino abbiamo un'incidenza dell'1,8% dell'infezione Hiv con un aumento negli ultimi anni. Ma il vero problema è un altro: quasi sei persone su dieci scoprono l’infezione troppo tardi, quando il sistema immunitario è già compromesso e la malattia si manifesta in forma avanzata.

 

Un ritardo che aumenta drasticamente il rischio di mortalità e che è causato da due elementi principali: la scarsa informazione e lo stigma sociale che continua a circondare l’Hiv.

 

Qual è oggi la situazione dell'infezione Hiv in Trentino?

Uno dei dati più importanti è l'incidenza. Siamo all'1,8 % sul nostro territorio. A partire dal 2021 dopo il Covid, abbiamo avuto tre anni in cui le nuove diagnosi sono sempre state in aumento e questo fondamentalmente è legato al fatto che durante la pandemia si sono ridotti i test e di conseguenza anche le diagnosi. Nel 2024, guardando i dati italiani, abbiamo avuto un calo rispetto all'anno precedente. Nel 2023 le diagnosi di Hiv erano state 2507 e nel 2024 sono calate a 2379.  
Sono numeri che possono anche essere poco significativi. Il problema oggi purtroppo è un altro.

 

Quale?
Il problema fondamentale che accomuna tutta l'Europa ma in cui noi primeggiamo purtroppo è che le persone ancora oggi arrivano alla diagnosi tardivamente. Si stima in Italia che quasi il 60 % delle nuove diagnosi arrivi in modo tardivo. Le persone arrivano a scoprire di avere l'Hiv in concomitanza con una patologia che definisce lo stato di Aids con una situazione immunitaria compromessa.

 

Perchè c'è stato un peggioramento dal punto di vista delle diagnosi? Come mai sta accadendo?
Problemi simili li avevamo 20 anni fa. Ma avevamo anche poche terapie e anche l'informazione era molto minore. Oggi, nonostante la situazione sia cambiata, ci troviamo con una informazione su questa patologia che è scomparsa. Se non si parla di un problema spesso la gente può dimenticare. Oggi mi trovo in difficoltà, c'è addirittura  chi crede che l'Hiv sia scomparso. Poi esiste ancora un grosso problema che è quello della stigmatizzazione. Dire che hai questa patologia si associa spesso all'isolamento sociale, si può arrivare all'allontanamento dal posto di lavoro. Una serie di implicazioni che, nonostante il mondo sia cambiato, rimangono ancora oggi. Una persona con l'Hiv diagnosticata e seguita ha una stima di sopravvivenza uguale ad un coetaneo senza patologia.
Sono stati fatti passi in avanti nella scienza ma non dal punto di vista sociale. E questo va ad allontanare le persone dal fare il test e di conseguenza ci troviamo con diagnosi tardive.
Questo comporta gravi conseguenze e anche costi elevati. Con una diagnosi tardiva il rischio di morte il primo anno è di dieci volte più elevato.

 

I due principali  ostacoli sono da un lato la diagnosi tardiva e dall'altro la poca informazione. Qual è oggi l'età media di diagnosi dell'Hiv? I giovani conoscono la problematica?
Nel 2024 l'età media di diagnosi dell'infezione è stata di 40 anni e la fascia più colpita va dai 35 ai 55 anni.
Sui giovani possiamo dire che le malattie sessualmente trasmissibili sono in aumento. Questo è indicativo del fatto che le barriere di prevenzione classiche non vengono usate. L'attività sessuale inizia più precocemente e molti non sanno cosa sia la prevenzione.

 

Cosa state facendo per invertire questa rotta?
Quello che sta accadendo è una fonte di rammarico. Io ho investito tutta la mia carriera e l'impegno nella ricerca su queste tematiche. Ora, grazie agli sforzi messi in campo, assieme ad altri colleghi, stiamo cercando di riportare l'attenzione su queste problematiche.
Esistono delle cosiddette condizioni cliniche, le Hiv indicator conditions,  che non sono specifiche della fase terminale ma sono un po' più frequenti nelle persone con hiv e potrebbero essere un campanello di allarme e portare le persone a fare il test.
Partiremo a fine maggio con un incontro all'Ordine dei Medici per sensibilizzare i medici di medicina generale che potrebbero aiutarci molto. Poi ci sarà un corso di formazione per il personale del pronto soccorso affinché si possa suggerire il test in presenza delle Hiv indicator conditions. Le armi ce le abbiamo. Nelle terapie siamo passati dalle 20 pastiglie degli anni '90 all'unica pastiglia al giorno. Ma abbiamo anche la possibilità di fare prevenzione.

 

In che modo sono cambiate le terapie che oggi sono in campo? E cosa accadrà in futuro?
La svolta è arrivata nel 2016. Fino ad allora erano gravate da una serie di effetti collaterali. Nel 2016 tre studi fondamentali  hanno dimostrato la superiorità di una nuova classe di farmaci che vengono usati oggi, e soprattutto è stata confermata l'importanza di iniziare precocemente la terapia non solo per ridurre la mortalità ma anche la trasmissione dell'Hiv. Il futuro nelle terapie si potranno usare i farmaci long acting. Non più somministrazione orale, ma endovenosa, sottocutanea, ogni due mesi ma con nuovi farmaci si potrà arrivare anche a due volte all'anno. Questo certamente migliorerà l'aderenza alla terapia e ridurrà la stigmatizzazione.

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