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Addio a Rosa, gigante fragile che c'ha insegnato ad essere normali

E' venuta a mancare a 34 anni Rosa Micheli, una delle colonne portanti della cooperativa La Rete e del Villaggio Sos. Il ricordo di chi l'ha conosciuta, apprezzata e che da lei ha imparato tanto, lei che da sempre si è battuta per la sua indipendenza e che a gennaio sarebbe andata ad abitare da sola

La redazione de La Rete con Rosa al centro
Di Carmine Ragozzino - 26 dicembre 2016 - 11:22

TRENTO. Li chiamiamo disabili. Handicappati, non va più bene. Se li conosciamo – un privilegio che si fa sempre più ricco con il crescere, anche parziale, di una frequentazione – rischiamo di accorgerci che la vera disabilità, il vero handicap, lo viviamo noi. Noi che apparentemente siamo sani. Capita infatti che chi patisce un limite fisico possa non avere limiti nell’aiutare chi crede di doverlo aiutare. Con Rosa Micheli è stato così fin dal primo giorno di un anno e poco più. Un anno di incontri settimanali alla “redazione” de La Rete. Un luogo dove dovremmo provare a informare sulle disabilità e dove, invece, ci informiamo, e ci formiamo, tra noi. Rosa, Sonia, Giorgio, Enrico: i redattori. Joel l’operatore factotum. Carlo e io, sedicenti giornalisti. Presi nella Rete, quella dell’umanità misto umiltà, che farebbe un gran bene al nostro mestiere.

 

Ma adesso Rosa non c’è più. E’ in cielo, o chissà dove. Via, senza preavviso. Senza lasciarci nemmeno il tempo. Il suo tempo, ma che tempo intenso deve essere stato, è durato solo 34 anni. Quando tocca ricordare – quando tocca farlo in pubblico - si inciampa nell’abuso di un vocabolario noto: cambiano i nomi ma non cambiano i termini, gli aggettivi. Si abusa, in buona fede certo, degli uni e degli altri. Ma per Rosa no. Non posso e non voglio parlare di vuoto. Né a vuoto. Certo, il vuoto c’è. Ed è pure grande, doloroso, alla cooperativa “La Rete” di cui Rosa è stata un pilastro senza saperlo e senza volerlo. E’ grande, il vuoto, al Villaggio Sos dove Rosa viveva in una famiglia adottiva piena d’amore.

 

Eppure pensando a Rosa, focalizzando Rosa, mi viene ora solo di parlare di me stesso. A me stesso. Per ringraziarla. Due ore a settimana, non di più: ecco il mio rapporto con Rosa. Sono poche per pretendere di conoscere a fondo una persona. E Rosa era una magnifica persona, della quale avrei voluto conoscere di più. Ma due ore a settimana, due ore assieme a Rosa e non solo con Rosa – mi sono bastate per convincermi di essere fortunato. Grazie a lei, al suo “esserci” fatto di dolcezza e caparbietà, ho avuto la fortuna di poter dare la giusta dimensione a qualche piccolo guaio del mio quotidiano, uguale a quello di chissà quanti altri. Noi ai guai spesso vogliamo bene. E così li ingigantiamo, li rendiamo assoluti. Ci fanno smarrire il senso di realtà, la misura. Rosa, la piccola Rosa in carrozzina, mi ha dato spesso la misura. Lei era, infatti, un gigante. Certo, lei era un gigante fragile, fragilissimo. Pare non dovesse nemmeno avere il diritto di crescere. Invece è cresciuta, lottando. E ha fatto crescere chi le è girato attorno.

 

Era forte Rosa, fortissima. Lei non lo sapeva, non lo saprà mai. Lei non sapeva, ad esempio, di essere la miglior psicologa che si possa mai incontrare. Era la cura della normalità emanata da un corpo anomalo. Una terapeuta Rosa. Quel suo sorriso, quella sua ironia, quella sua incomparabile autoironia era un fluido salvifico di energia e positività. Perché? Perché si metteva in gioco, Rosa. Sempre. Se la vita ha bisogno di simboli, lei era un simbolo. La sua battaglia per una normalità consapevole della differenza ci evita il pericolo devastante dei pietismi, dell’eccesso di protezione ma anche della fuga da chi è fisicamente diverso da noi.

 

Era uno scricciolo Rosa. Uno scricciolo alle prese con malanni che non le chiedevano mai il permesso di indebolirla. Ma lei quei malanni Rosa li ha fregati per anni. Lo faceva tuffandosi in un presente pieno zeppo di impegni: il lavoro, la Rete, un intenso altrove di rapporti. Li fregava, i malanni che pure insistevano perfidi tra malesseri e cateteri, ragionando “sempre” al futuro. Il futuro che voleva, pretendeva. Un futuro dove s’affacciava anche l’inquietudine – sì perché Rosa era intelligenza disincantata – ma dove non c’era spazio alcuno per il pessimismo. Il segreto di Rosa? Forse uno su tutti: lei sapeva sbarrare la porta all’io del lamento e della commiserazione. Lei spalancava, al contrario, la porta al “noi”. Il “noi” della condivisione, del fare “con” e “per” gli altri. C’è chi per dare lezioni di vita riempie pagine di vere o presunte competenze. C’è chi parla e straparla nei convegni. C’è chi, semplicemente, vive. E Rosa viveva. Eccome se viveva. Lei , vivendo anche gli attimi, sapeva tenere vivo chi le stava accanto. Succedeva quando si raccontava scherzando, senza mai banalizzare la serietà delle situazioni difficili. E la sua era una situazione difficile.

 

Succedeva quando spronava i volontari che permettono alla Rete di essere comunità prima che servizio ai disabili. Succedeva quando trainava chiunque nell’universo “pieno” della sua voglia di esserci. Rosa e la montagna: in alto, con la Sosat, con la sola paura di scendere perché superare ostacoli era diventato in qualche modo il suo mestiere. Rosa e il mare: il gruppo, l’amicizia, gli orizzonti. E ancora la condivisione. Rosa e il suo bisogno, il diritto di tutti quelli come lei, alla normalità. Una normalità che se non può essere fisica può e deve essere culturale nella considerazione e nell’approccio alle disabilità.

 

Rosa e l’indipendenza: la conquista. L’esempio. In gennaio sarebbe andata ad abitare da sola. Un traguardo? Sì’, certo. Ma per lei, con quella sua semplicità disarmante ma per nulla disarmata, l’Everest in fondo era uno scalino. Rosa che parla anche quando non parla. Rosa che sta su un palco, concentrata e felice di fronte ad un pubblico che vorrebbe più dell’applauso per esprimerle stima, affetto e gratitudine. Rosa che regala la poesia di un corpo ferito: non teme la calzamaglia, né i movimenti per lei impropri. Teme, semmai, che altri come lei si sentano frenati o imbarazzati dal “provarci”. 

 

Rosa, la vulcanica Rosa. Mi sarebbe piaciuto chiamarla “signorina si può” e attendere la sua risata con la faccia che arrossisce e l’occhio che illumina. Posso solo dire, come tanti altri, che non la “si può” scordare.

 



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