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L'assegno di cura si trasforma in erogazione di servizi. "Niente più contanti", anche per far emergere le badanti in nero

Zeni: "Ma non saranno modificati gli importi, nessun taglio". Cia e le opposizioni: "Così si mettono in ginocchio le famiglie". Favorevoli i sindacati

Di Donatello Baldo - 23 febbraio 2017 - 08:14

TRENTO. La proposta di delibera della giunta provinciale che trasforma l'assegno di cura in buoni di servizio è stata approvata oggi dalla Quarta commissione. Hanno votato a favore i consiglieri di maggioranza, contro le opposizioni.

 

Un tema a lungo dibattuto che ha messo in allarme alcuni esponenti della minoranza come Claudio Cia che nei giorni scorsi ha inviato una nota in cui affermava che “l'assistenza familiare sarà ulteriormente umiliata, proprio nel concetto di cura in cui trova la sua più originale e consona espressione”.

 

Ma Luca Zeni ha voluto spiegare che questa delibera è un atto dovuto in quanto “il Consiglio provinciale ha già deciso in tal senso, decidendo di trasformare i contributi attualmente erogati in contanti (assegno di cura, pari a 10 milioni di euro, corrisposti a circa 2850 persone all'anno) in buoni di servizio”.

 

Questo permette di avere la garanzia che il versamento arrivi direttamente al beneficiario, e di finalizzare le risorse a servizi tracciati, evitando le prestazioni in nero. “Naturalmente ci sarà una certa flessibilità – ha aggiunto Zeni – nel senso che potrà essere anche lo stesso famigliare a farsi carico della cura, sebbene con forme di previdenza”.

 

“Si tratta comunque di una delibera programmatica che avvia il percorso e rimanda ad un momento successivo l’individuazione dei criteri”, ha specificato l’assessore.

 

Va detto che l'assegno di cura si aggiunge, nella nostra Provincia, al cosiddetto accompagnamento, quindi un addendum rispetto al sostegno dato alle famiglie a livello nazionale. “Ma non si toglie nulla alle famiglie – spiega Zeni – gli importi rimangono gli stessi, soltanto saranno riconosciuti in altra forma”.

 

Una modalità che obbliga coloro che ne saranno beneficiati a documentare il servizio svolto, ad esempio il contratto della badante, la fattura dell'assistenza domiciliare. Poi – aggiunge l'assessore - se l'assistenza famigliare è svolta da un parente, che di solito è la moglie, la figlia o la nuora che rimangono a casa dal lavoro per svolgere assistenza, è giusto che siano riconosciti i contributi previdenziali”.

 

Una scelta dettata anche da motivi di trasparenza, per essere sicuri che i contributi si traducano effettivamente in assistenza: “Purtroppo è ipotizzabile che non sempre succeda questo, che l'assegno non sia poi utilizzato nella cura del soggetto”. Soldi che possono anche essere utilizzati per il pagamento in nero delle badanti, “a cui è invece giusto fare un regolare contratto”, aggiunge Zeni.

 

Per Walter Viola,“questo provvedimento metterà molte famiglie in ginocchio perché l’assegno di cura è spesso motivo di sussistenza di famiglie già in difficoltà”. Secondo il consigliere di Progetto trentino si rischierebbe di “perseguire una finalità giusta ed ottenere effetti diametralmente opposti”.

 

Per nulla convinto anche Claudio Cia, leader di Agire: “Normalmente s’interviene con direttive dove sono stati rilevati degli abusi”, ha osservato il consigliere che ha dunque chiesto eventuale conto di tali abusi. “Nei casi in cui è il famigliare a fare l’assistenza, chiedere che una parte dell’assegno venga versata al sistema previdenziale significa essere fuori dalla realtà”, ha aggiunto. 

 

Favorevoli al provvedimento, invece, i sindacati. Con una nota congiunta, Cgil Cisl e Uil del Trentino affermano che "la revisione dell'assegno di cura è un cambiamento che auspicavamo da tempo. Con il nuovo sistema le famiglie potranno contare su un sostegno economico per far fronte alle spese di cura per loro familiari non autosufficienti e verrà garantita una maggiore qualità nella cura e nel lavoro di assistenza agli anziani".

 

Per i segretari generali di Cgil Cisl e Uil del Trentino, Franco Ianeselli, Lorenzo Pomini e Walter Alotti, dunque, "il cambiamento che la giunta provinciale intende apportare nel sistema di erogazione dell'assegno di cura va nella giusta direzione. Ed è positivo che il nuovo sistema preveda che vengano certificate le modalità con cui si usano i soldi pubblici, vincolandoli alla cura dell'anziano non autosufficiente o alla copertura previdenziale del familiare che se ne prende carico. E' in questo senso che si qualifica anche il lavoro di chi, presta assistenza".

 

Per i sindacati, dunque, non si liberalizza alcunché “perché l'acquisto di servizi di cura, anche tramite buoni di servizio, sarà solo una delle diverse modalità con cui potranno essere utilizzate le risorse trasferite dalla Provincia alle famiglie con disabili”.

 

La questione che Cgil Cisl Uil del Trentino pongono all'attenzione dell'assessore Zeni, a questo punto, è potenziare questo strumento individuando nuove risorse utili a rimpinguare i fondi per la non autosufficienza. “A questo scopo è indispensabile che prima del varo definitivo della nuova disciplina dell'assegno di cura si apra un confronto tra Provincia e organizzazioni sindacali, per concordare e verificare in maniera congiunta le modalità finali con cui il nuovo sistema verrà applicato”, concludono i tre segretari.

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