Smart Working, un successo: il 91% dei lavoratori intervistati vorrebbe proseguire. Solo il 6% vorrebbe tornare sempre e solo in presenza
L'indagine elaborata dalla Cisl è stata sviluppata raccogliendo oltre 230 questionari online tra il 22 giugno e il 5 luglio 2020 e ha riguardato aziende di 11 settori del manifatturiero trentino. I risultati guardano con ottimismo a un cambiamento delle normali dinamiche lavorative sviluppando maggiormente il lavoro a casa

TRENTO. Oltre il 90% degli intervistati da un giudizio complessivamente positivo dell’esperienza, quasi il 95% verrebbe proseguire anche dopo l’emergenza eppure serve maggiore chiarezza su finalità e modalità di svolgimento del lavoro da remoto: emergono, infatti, criticità nella sovrapposizione di carichi familiari e professionale inoltre il 39% si è reso conto di lavorare più che da ufficio e l’11% ha dovuto utilizzare strumentazione propria. Sono questi alcuni dei dati che sono stati elaborati dal coordinamento industria Cisl per far luce sugli esiti e i riscontri di questa “sperimentazione forzata di massa” che ha risposto al nome smart working, durante quest'epoca Covid.
L'indagine è stata sviluppata raccogliendo oltre 230 questionari online tra il 22 giugno e il 5 luglio 2020 e ha riguardato aziende di 11 settori del manifatturiero trentino: metalmeccanico, ICT, installazione impianti, alimentare, biomedicale, farmaceutico, calzaturiero, tessile e abbigliamento, chimico, gomma plastica, edilizia. Gli intervistati (238) sono per il 64% uomini (36% donne), il 51% di età compresa tra i 35 e i 55 anni (28% under 35 e 21% over 55) e per il 40% si fanno carico o comunque condividono in prima persona impegni familiari (compreso il 40% dei soggetti di sesso maschile). Oltre il 63% degli intervistati impiega meno di 30 minuti per effettuare il tragitto di andata e ritorno casa/lavoro (il 27% tra i 30 e i 60 minuti e il 9% impiega più di un’ora). Nell’81% dei casi si è trattato di una nuova esperienza, solo il 9% degli intervistati avevano avuto precedenti esperienze di lavoro da remoto.
Nel complesso emerge un quadro di elevato apprezzamento dell’esperienza, il 91% degli intervistati valutano infatti molto o abbastanza positiva l’esperienza (58% molto positiva), mentre solo il 9% riporta valutazioni negative (di cui appena il 2% considera l’esperienza molto negativa). Alla domanda: “Ti piacerebbe poter continuare a lavorare in SW anche dopo l'emergenza sanitaria?”, meno del 6% degli intervistati dichiara: “No, preferisco riprendere a lavorare sempre in sede”. Il restante 54% verrebbe invece continuare l’esperienza in modo strutturale: nel 40% dei casi addirittura “come modalità di lavoro prevalente”, oltre il 47% “limitatamente ad alcuni giorni alla settimana/mese”, in circa il 7% dei casi “solo in caso di particolari esigenze familiari”.
Nel dettaglio, si evidenzia una certa prevalenza di gradimento da parte dei soggetti maschi, che giudicano molto positivo lo SW (62% degli intervistati, contro “appena” il 50% delle donne, queste ultime danno tra l’altro un giudizio molto negativo nel 3,8% dei casi contro 1,4% degli uomini).
Come ampiamente atteso, l’indagine ha fotografato una pressoché totale assenza di regolamentazione dello SW, permessa dalla deroga legislativa vigente e giustificata dalla contingente emergenza sanitaria. Solo nell’8% dei casi (in 6 aziende, di grandi dimensioni) è presente un accordo collettivo siglato con le organizzazioni sindacali già prima dell’emergenza sanitaria. Sorprende inoltre che meno del 69% degli intervistati dichiari di aver ricevuto l’informativa individuale, quasi il 19% dichiara di non averla ricevuta e più del 12% non sa rispondere, il che fa presumere che quantomeno all’informazione e alla sensibilizzazione dei lavoratori circa i rischi specifici del lavoro da remoto non sia stata dedicata la dovuta attenzione.












