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La superficie insediata in Trentino è cresciuta del 203% in 60 anni mentre l'incremento demografico nello stesso periodo si è fermato a +31%

A incidere c'è stato il ricorso al fenomeno delle seconde case, ma ci sono squilibri anche sul fronte delle aree industriali e artigianali. Il tema della superficie insediata viene affrontato nella rivista di "Trentino Industriale", il prodotto editoriale di Confindustria Trento

Pubblicato il - 15 aprile 2022 - 12:36

TRENTO. Un incremento della superficie insediata del 203%, questa la dinamica avvenuta in Trentino dal 1960 al 2019. Una crescita che richiede riflessioni sulla sostenibilità di questo processo e sulla capacità di tutelare le risorse ambientali, soprattutto in un contesto di cambiamento climatico e crisi a scala locale e globale sempre più frequenti con il maltempo.

 

Nel secondo dopoguerra il territorio provinciale ha subito una trasformazione radicale della propria struttura insediativa e paesaggistica. Nel 1960 le città, i paesi e gli insediamenti produttivi occupavano una superficie di circa 5.500 ha, cresciuti a più di 16.500 nel 2019. La progressione degli incrementi delle superfici insediate registrata in meno di 60 anni, è stata pertanto del 203% a fronte di un incremento demografico limitato al 31% circa.

 

A incidere in Trentino c'è stato il ricorso al fenomeno delle seconde case, ma ci sono squilibri anche sul fronte delle aree industriali e artigianali. In questo caso viene presa la zona di Rovereto come esempio: si è rilevato come dal 1971 al 2016, a fronte di una riduzione del 46% degli addetti, l’estensione delle aree destinate al settore produttivo secondario sia aumentata dell’86%. In altri termini, se nel 1971 nella città della Quercia la densità territoriale per addetto era di 70 occupati per ettaro, nel 2016 il dato si è ridotto al valore decisamente più modesto di 20 occupati per ettaro.

 

Lo studio delle dinamiche di trasformazione del territorio e l’analisi dei fenomeni di “consumo di suolo” aiuta a comprendere la direzione che stiamo percorrendo nel nostro rapporto con le risorse naturali. E non a caso l’Agenda Onu 2030, fissa l’obiettivo dell’allineamento tra le dinamiche di consumo di suolo e l’andamento demografico e si propone di “perseguire il recupero degli insediamenti esistenti al fine di riqualificare il paesaggio e di limitare il consumo di suolo”.

 

Un tema affrontato tra le pagine di "Trentino Industriale", il prodotto editoriale di Confindustria Trento che affronta le principali tematiche legate al settore produttivo.

 

Tutela delle risorse ambientali

Dal 1960 al 2019, in Trentino, l’incremento delle superfici insediate è stato del 203%. Una crescita
insostenibile che impone di ripensare l’occupazione di suolo privilegiando il riuso di aree già urbanizzate

 

di Giorgio Tecilla, architetto e dirigente dell'Umse urbanistica - Osservatorio del paesaggio della Provincia autonoma di Trento

 

Il nostro pianeta sta attraversando una fase critica, con segnali sempre più evidenti di squilibrio sul fronte ecologico e sociale. Assistiamo a livello planetario al fenomeno preoccupante del cambiamento climatico e della erosione sempre più spinta degli habitat destinati alle altre specie. Questa gestione squilibrata “ci sta presentando il conto” in termini di continue crisi ambientali a scala locale e globale. A questa situazione, che ha i tratti inquietanti dell’anticamera di una crisi epocale, dobbiamo rispondere elaborando nuovi modelli economici e sociali che siano in grado di orientare sensatamente le nostre comunità e il nostro futuro.

 

Lo studio delle dinamiche di trasformazione del territorio e l’analisi dei fenomeni di “consumo di suolo” ci aiuta a comprendere la direzione che stiamo percorrendo nel nostro rapporto con le risorse naturali. Il suolo è un bene fondamentale e non riproducibile. Siamo abituati a interpretare questa risorsa quasi esclusivamente in termini di superficie: una superficie da destinare a usi umani diversi. La visione ecologica ci insegna, invece, che quando artificializziamo un terreno, stiamo sopprimendo un habitat che svolge funzioni fondamentali per gli equilibri degli ecosistemi: dalla gestione dell’acqua, al mantenimento della biodiversità, alla produzione di biomassa, alla regolazione del clima.

 

Nel valutare le dinamiche di trasformazione nell’uso dei suoli, dobbiamo avere chiaro l’esito di questi processi e la loro natura irreversibile. L’edificazione, la pavimentazione o la compattazione di un suolo cancellano in pochi giorni questi ecosistemi, spesso invisibili, a fronte di un tempo di costruzione di un suolo vitale che è stimato mediamente in un centimetro ogni 200 anni.


Non a caso l’Agenda Onu 2030, fissa l’obiettivo dell’allineamento tra le dinamiche di consumo di suolo e l’andamento demografico e — in termini ancora più espliciti — l’Unione europea orienta gli Stati membri all’azzeramento del consumo di suolo per il 2050. A livello provinciale la legge per il governo del territorio n. 15 del 2015 si propone di “perseguire il recupero degli insediamenti esistenti al fine di riqualificare il paesaggio e di limitare il consumo di suolo”. Analoghi indirizzi sono contenuti nella Strategia provinciale per lo sviluppo sostenibile di recente adozione.

 

In Trentino il monitoraggio del “consumo di suolo” è curato dall’Osservatorio del paesaggio che dedica al tema un rapporto biennale e la sezione del proprio sito Internet paesaggiotrentino.it “Urbanizzazione e consumo di suolo in Trentino”. 

 

Nel secondo dopoguerra il territorio provinciale ha subito una trasformazione radicale della propria struttura insediativa e paesaggistica. Nel 1960 le città, i paesi e gli insediamenti produttivi occupavano una superficie di circa 5.500 ha, cresciuti a più di 16.500 nel 2019. La progressione degli incrementi delle superfici insediate registrata in meno di 60 anni, è stata pertanto del 203% a fronte di un incremento demografico limitato al 31% circa.

 

Se sommiamo a questo dato quello delle infrastrutture e dell’attività estrattiva raggiungiamo un valore di superficie superiore a 21.500 ha. corrispondente a circa 400 mq di suolo artificializzato per abitante. Nello stesso periodo abbiamo assistito ad un generalizzato incremento delle superfici boschive. 

 

Lo sviluppo degli insediamenti è avvenuto, pertanto, quasi esclusivamente a danno delle aree agricole che hanno dimezzato la loro estensione e rappresentano oggi poco più del 10% della superficie della provincia. Le diverse zone del Trentino presentano valori di “suolo consumato” per abitante, variabili dai più di 1000 mq/ab di alcuni ambiti vallivi periferici ai circa 250 mq/ab delle aree interessate dalla presenza di insediamenti di carattere urbano.

 

I maggiori valori sono riconducibili alla presenza di fenomeni quali: le “seconde case”, la dispersione territoriale e il sottoutilizzo delle aree produttive, l’attività estrattiva, l’estensione della rete infrastrutturale, l’abbandono del patrimonio edilizio tradizionale e degli spazi produttivi e l’affermazione di tipologie residenziali ad alto consumo di suolo come la casa unifamiliare.

 

Gli squilibri registrati nell’uso del suolo sono confermati anche per le aree industriali e artigianali. Nella zona di Rovereto, oggetto di un recente studio da parte dell’Osservatorio, si è rilevato come dal 1971 al 2016, a fronte di una riduzione del 46% degli addetti, l’estensione delle aree destinate al settore produttivo secondario sia aumentata dell’86%. In altri termini, se nel 1971 a Rovereto la densità territoriale per addetto era di 70 occupati per ettaro, nel 2016 il dato si è ridotto al valore decisamente più modesto di 20 occupati per ettaro.

 

Il nostro modello insediativo segnala quindi fattori diffusi di criticità e la conseguente necessità di introdurre con decisione meccanismi correttivi volti ad affermare una nuova cultura di gestione del territorio, più attenta ai temi della tutela del suolo e del paesaggio.

 

In questo quadro generale stride il dato delle previsioni urbanistiche dei Piani Regolatori Comunali che segnalano ancora l’inerzia di un modello espansivo che appare oggi, anacronistico e poco sostenibile. Con riferimento al 2020 le “aree fortemente antropizzate programmate” dai piani comunali in vigore assommano, infatti, a livello provinciale a più di 4.200 ha. L’attuazione di queste previsioni rappresenterebbe un elemento di potenziale forte criticità in quanto porterebbe ad incrementare di un ulteriore 20% l’estensione già significativa delle “aree fortemente antropizzate” del Trentino. 

 

A tale proposito va rilevato che nell’attuale fase storica le dinamiche più incisive in termini di consumo di suolo sono quelle riconducibili alla programmazione di livello sovracomunale siano esse di natura infrastrutturale, di servizio e di apprestamento di aree produttive, commerciali o di carattere logistico. Queste dinamiche spesso sfuggono al livello comunale di pianificazione, agendo nell’ambito di piani di settore o di procedure di carattere derogatorio connesse alla natura pubblica o di pubblico interesse delle iniziative.

 

Questa constatazione ci deve orientare alla messa a punto di strumenti efficaci di gestione dei fenomeni di consumo di suolo che, accanto al necessario ridimensionamento delle previsioni espansive dei Prg comunali, siano in grado di agire razionalmente e organicamente sulla pianificazione strategica e settoriale di livello provinciale.

 

In una prospettiva generale, sarà sempre più necessario mettere a punto strumenti di controllo sugli impatti generati dalle future trasformazioni territoriali sul bilancio generale del consumo di suolo, anche in vista di quanto promosso dal Pnrr nei diversi settori di operatività propri di questo strumento di programmazione generale e di investimenti.

 

In tale contesto di riflessioni una particolare attenzione va rivolta alle iniziative finalizzate a promuovere il riuso dei suoli già urbanizzati, troppo spesso abbandonati o sottoutilizzati, scoraggiando, così, la sempre meno giustificabile occupazione di nuove aree. Analogo approccio potrebbe essere adottato nella gestione delle iniziative volte a garantire l’incremento della produzione energetica da fonti rinnovabili che la crisi ambientale ci impone. In molte regioni del nostro Paese questo settore produttivo in forte crescita sta generando notevoli criticità di carattere paesaggistico e ambientale legate all’alterazione del paesaggio agrario e alla sottrazione di superfici coltivabili. In questa prospettiva le risorse disponibili per favorire l’auspicato cambio di modello produttivo nel settore energetico potrebbero essere opportunamente orientate al potenziamento delle localizzazioni dei nuovi impianti di produzione da energie rinnovabili nelle aree industriali e artigianali già urbanizzate.

 

In queste aree un uso più razionale degli spazi scoperti e delle coperture dei fabbricati potrebbe infatti indurre una positiva ricaduta su ambiente e paesaggio, riducendo il consumo di suolo e generando un aumento di produttività delle imprese insediate. Tale orientamento — se ben gestito dal punto di vista paesaggistico — potrà nel contempo favorire la riqualificazione percettiva e di immagine di contesti che sono, spesso, fonte di disordine insediativo e di degrado paesaggistico, affiancando ai benefici economici ed ambientali un rafforzamento dell’appeal del nostro territorio e delle sue produzioni.

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