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“È il roditore più antico dell’Europa occidentale”, dal cane al topo domestico di 6.000 anni fa, sul lago di Garda si riscrive la storia della paleontologia

I resti di un topo domestico vissuto oltre 6.000 anni nella zona del lago di Garda portano una nuova luce sul neolitico: “Si tratta di una scoperta importante perché ci permette di riconsiderare l’arrivo di questi roditori nell’Europa occidentale, finora si credeva che fossero arrivati dal Medio oriente circa 3.000 anni fa, invece erano presenti ben prima di quanto si immaginasse”

A sinistra i resti della mandibola del topo comune (foto Hystrix, the Italian Journal of Mammalogy), al centro il paleontologo Fabio Bona, a destra lo scheletro del cane
Di Tiziano Grottolo - 13 gennaio 2022 - 17:53

MONZAMBANO (MN). In paleontologia la storia può essere riscritta anche da un piccolo ritrovamento. Un reperto che per molti potrebbe essere insignificante in questa scienza può al contrario essere sinonimo di scoperte importanti. È il caso di quanto avvenuto nel sito archeologico di Tosina di Monzambano, nel Mantovano, poco a sud del lago di Garda. In questo luogo sorgeva un importante insediamento neolitico che si stima sia stato fondato tra il V e primi secoli del IV millennio a.C., qui viveva una comunità dedita all’agricoltura, all’allevamento e alla caccia ma anche alla lavorazione della selce.

 

Se nel 2017 venne ritrovato lo scheletro (quasi intero) di un cane addomesticato questa volta è stata rinvenuta la mandibola di un topo comune (conosciuto anche come topo domestico) che con ogni probabilità risale a circa 6.000 anni fa. “Si tratta di una scoperta importante perché ci permette di riconsiderare l’arrivo di questi roditori nell’Europa occidentale”, spiega il paleontologo e docente universitario Fabio Bona, che da anni affianca gli archeologi che studiano l’insediamento di Tosina. “Finora si credeva che il topo comune fosse arrivato fin qui circa 3.000 anni fa, invece era presente ben prima di quanto si immaginasse”. Peraltro una scoperta analoga è stata fatta in Romania anche se in questo caso la datazione è leggermente più “recente”, fra i 5 e i 6.000 anni addietro.

“Lo studio di questi reperti è molto importante – sottolinea il paleontologo – perché ci può dare un’indicazione sull’evoluzione dell’ambiente. Eppure fino a pochi anni fa gli scavi venivano condotti con poca attenzione e solo di recente si sta cercando di sopperire a questa lacuna”. In particolare, nel sito di Tosina, gli studiosi hanno setacciato i sedimenti di terreno risalenti a oltre 6.000 anni fa, da dove sono emersi circa 1.500 reperti fra micro-mammiferi e micro-vertebrati, oltre a pesci, anfibi e rettili. “Fino a quel momento il topo domestico non appariva fra gli animali tipici della fauna dell’Europa occidentale, o perlomeno non ne erano mai state trovate della tracce”.

 

Ma questo ritrovamento cosa ci dice sulla storia dell’uomo? “Come già anticipato – prosegue Bona – nell’Europa occidentale non erano mai stati trovati topi domestici risalenti a questo periodo. Questa specie infatti fa parte della fauna asiatica del Medio oriente e arriva da una zona compresa fra Pakistan, Afghanistan e India. Ciò dimostra che oltre a tutte le attività portate con la cosiddetta ‘rivoluzione neolitica’, cioè l’addomesticazione degli animali e la capacità di coltivare i cereali, ci sono state anche delle altre conseguenze. Animali come il topo domestico si sono associati all’uomo imparando a sfruttare la capacità di creare contenitori dove mettere gli alimenti, latte, i primi formaggi ma soprattutto cereali”. È probabile dunque che i topi domestici siano arrivati in Europa occidentale assieme alle persone in marcia dal Medio oriente.

Il topo però non l’unico animale che ha permesso agli studiosi portare nuova luce sul sito di Tosina. “I resti di cani che abbiamo rinvenuto dimostrano come già durante il neolitico le fasi di selezione di questo animale fossero avanzate, alcuni esemplari erano appositamente selezionati per raggiungere dimensioni più piccole, considerando che la forma ancestrale è sempre il lupo selvatico”. Lo scheletro di Tosina ha permesso di ricostruire taglia e dimensioni dei cani che vivevano nell’insediamento. “Studiando questi frammenti – conclude Bona – abbiamo notato che il cranio aveva subito delle fratture per via di un colpo ricevuto fra il collo e lo zigomo, forse dopo uno scontro con una animale selvatico. Ciononostante ci sono della tracce di riassorbimento, questo ci fa ipotizzare che il cane sia stato aiutato a sopravvivere dal gruppo umano, un segno del legame che già allora esisteva fra questi animali e le attività dell’uomo”.

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