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Legambiente: ''Stagione invernale più corta di 15-30 giorni e sotto i 1500 metri stazioni inesorabilmente condannate alla chiusura''

Studio dell'associazione ambientalista su ''sport invernali e cambiamenti climatici''. Tra i tre ''peggiori'' progetti di nuovi impianti sciistici analizzati anche quello ''Ortler Ronda: carosello nell’area sciistica di Solda (Parco dello Stelvio, Bolzano)'' e il ''Collegamento Padola - Sesto Pusteria (BL-BZ)''

Di Luca Pianesi - 27 marzo 2019 - 05:01

TRENTO. Ci sono anche il ''Progetto Ortler Ronda'', nell’area sciistica di Solda (Parco dello Stelvio) e il ''Collegamento Padola - Sesto Pusteria'' (tra Belluno e Bolzano) nel mirino di Legambiente. Sono due dei tre progetti di nuovi impianti sciistici in Italia ritenuti più ''anacronistici'', di ''corto respiro'' e, con grande probabilità, ''finanziariamente in perdita'' oltre, scrive l'associazione ambientalista in un dossier molto accurato dal titolo ''Sport invernali e cambiamenti climatici''. Lo studio parte dall'assunto che ''al di là delle aspettative degli operatori turistici la neve naturale è un evento meteorologico sempre più raro, e la neve artificiale è un prodotto industriale tanto costoso quanto effimero''.

 

''Gli esperti - prosegue il dossier - concordano nel confermare che non aumenteranno gli sciatori seriali, come vengono definiti gli utilizzatori che sciano almeno 25 giorni all’anno e per circa 5 ore al giorno, e saltuari, che trascorrono circa 14 giorni a stagione sugli sci. Un pubblico sempre più esigente rispetto all’offerta, disposto a espatriare (con anche la disponibilità economica per farlo ndr) per trovare gli ski resort che offrono di più. Sono invece in continua crescita gli italiani che preferiscono una montagna con atmosfere autentiche, che non cercano un surrogato del divertimentificio cittadino ma soggiorni a contatto con la natura, la cultura e le tradizioni locali''.

 

Tutte conclusioni che parono dall'assunto, ormai incontrovertibile, che dimostra un costante aumento delle temperature in tutto il pianeta, aumento doppio sulle montagne (QUI ARTICOLO). ''Gli ultimi anni (2015, 2016, 2017 e 2018) sono stati confermati come i quattro anni più caldi mai registrati sul Pianeta terra  - si legge nel dossier - e, secondo il Met Office (il servizio meteorologico britannico), il 2019 si preannuncia ancora più caldo del 2018. Ma c'è di più, perché il cambiamento climatico risulta più rapido nelle zone montuose rispetto a quelle pianeggianti: ogni grado centigrado in più registrato nelle terre emerse infatti corrisponde a un +2° sulle Alpi''.

 

Il Politecnico di Zurigo, prosegue lo studio, ipotizza per la Svizzera un aumento da 2,5° a 4,5° C entro la metà del secolo, e tutto lascia pensare che lo stesso possa accadere nel resto dell’arco alpino. Infine, sempre restando in Europa, l'Osservatorio pirenaico sui cambiamenti climatici (Opcc) dichiara che qualora la velocità di aumento della temperatura dovesse restare costante, nei Pirenei si potrebbero raggiungere +7.1°C in media per fine secolo. 

 

''Secondo i ricercatori dell’Institute for Snow and Avalanche Research (SLF) e del CRYOS Laboratory dell’École Polytechnique Fédérale se i paesi non riusciranno a ridurre le emissioni, alla fine del secolo il manto nevoso naturale potrebbe assottigliarsi del 30% - 70%. I risultati dimostrano che la neve sotto i 1000 metri sarà una rarità alla fine del secolo. Ancora più allarmante il fatto che sopra i 3000 metri è previsto un calo drastico dello spessore del manto nevoso. Riduzione che può essere mitigata entro il 50% se saremo capaci di contenere il riscaldamento globale sotto i 2 gradi, affermano gli autori dello studio. Inoltre la stagione invernale si accorcerà di 15-30 giorni, riduzione che sommata a tutto il resto arrecherà grossi problemi per il turismo invernale. In queste condizioni le stazioni di sport invernali al di sotto dei 1500 metri sono inesorabilmente condannate alla chiusura, a meno che non trovino altre offerte turistiche alternative allo sci da discesa. Secondo il glaciologo Jerome Chappellaz, dell’università di Grenoble, nei prossimi anni saranno a rischio chiusura addirittura quelle sotto i 1.800 metri''. 

 

Nonostante si preveda, comunque, una stagione invernale più breve di quasi un mese l'unica strada percorsa dalle nostre amministrazioni sembra essere quella di perseverare con questo modello di turismo da anni '80 investendo sulla neve artificiale. ''In Friuli Venezia Giulia, il 100% delle piste è imbiancato con neve artificiale - scrive Legambiente -. Le stazioni si trovano a quote piuttosto basse: si parte da un minimo di 900 metri e si arriva a un massimo di 2100 metri della Sella Nevea. In Trentino la superficie sciabile è di 1.536 ettari di cui 1.279 innevabili artificialmente e in Alto Adige su 1.000 chilometri di piste, 900 sono dotate di cannoni. Investimenti pesanti, quasi sempre tenuti in piedi da soldi pubblici. La questione degli invasi artificiali è particolarmente sentita in Trentino, dove sono previsti o in costruzione invasi al passo Feudo e Latemar, al Sella, a Campiglio, Folgarida, Panarotta, al Tonale. In Panarotta, si impone, raddoppiato, un bacino osteggiato dai sindaci dei comuni coinvolti. E’ la neve artificiale a dettare legge: non convince affatto la scusa che sia necessario stoccare acqua per combattere gli incendi boschivi''.

 

Secondo una stima del WWF, ogni anno sulle piste italiane vengono impiegati a questo scopo circa 95 milioni di metri cubi d’acqua e 600 gigawattora di energia, pari al fabbisogno di una città di circa 1 milione e mezzo di abitanti. I costi stimati per l’innevamento di un km di pista possono raggiungere i 45.000 euro a stagione, dato puramente indicativo.

 

E quindi ecco i tre ''peggiori'' progetti di nuovi impianti sciistici stilati da Legambiente: si parte con il Progetto di ampliamento dell’area sciistica nell’Alpe Devero (VB) al confine tra la Lombardia e la Svizzera e si arriva alla doppietta altoatesina. Per quanto riguarda il ''Progetto Ortler Ronda: carosello nell’area sciistica di Solda (Parco dello Stelvio, Bolzano)'' se ne ricostruisce la storia legale-amministrativa andando poi ad evidenziare le criticità legate soprattutto a uno sviluppo antropico all'interno di aree protette e di altissimo pregio naturalistico. Per quanto riguarda ''Collegamento Padola - Sesto Pusteria (BL-BZ)'' oltre agli aspetti ambientali si portano in luce anche le criticità sul piano della sostenibilità.

 

''Investire sulla monocoltura dello sci - si legge nel dossier - per lo più a quote medio basse (Padola è a 1200 metri, la Cime dei Colesei a 1900) non è sicuramente un modo lungimirante. Qualora venisse realizzato il collegamento la ricaduta economica in termini di valore aggiunto nel Comelico risulterebbe irrisoria. Infatti la società Drei Zinnen (con sede in provincia di Bolzano) avrà bisogno di aumentare il più possibile i passaggi e per farlo cercherà di attrarre gli ospiti degli alberghi dell’alto bellunese. Così i turisti del Comelico si riverserebbero quotidianamente in Sudtirolo, vista la maggiore appetibilità sciistica delle piste. Le piste realizzate verso Padola sarebbero comunque solo un collegamento, caratterizzate da scarsa pendenza, oltre che molto costose da gestire anche per la necessità di costruire un grande invaso per l’innevamento artificiale e i relativi costi a quelle quote. In prospettiva Drei Zinnen vuole comunque sfondare in Austria, ed anche in questo caso i profitti uscirebbero dal bellunese per andare oltreconfine''.

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