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Trento
10 luglio | 20:20

Tour spettacolo, ma l'Italia non c'è. Cassani: "Chi pensa più ai giovani? Una squadra juniores costa almeno 60mila euro". Simoni: ''A 15 anni già arrivano i procuratori"

"La crisi è di sistema - spiega Simoni -, con Coni, Federazione e la politica che se ne "fregano" e non fanno nulla di concreto per migliorare una situazione drammatica. Mancano le regole e, quelle che ci sono, stanno distruggendo il movimento giovanile. Le società lavorano, crescono i bambini che poi diventano ragazzi e, già a 15 - 16 anni, quando avrebbero bisogno di restare in un contesto "protetto", vivendo ancora di sogni, arrivano procuratori e team stranieri che li portano via, promettendo "la luna" e assicurandoseli per una pipa di tabacco"

TRENTO. Uno spettacolo. Sin dal primo giorno e, considerando che il Tour de France è appena iniziato e devono arrivare ancora tutte le tappe di montagna - sul Massiccio Centrale, sui Pirenei e sulle Alpi - viene da domandarsi: ma che meraviglia sarà quando la strada comincerà ad impennarsi "veramente"?

 

Intanto le prime tappe della Grande Boucle hanno rafforzato il concetto: Tadej Pogacar, ancora una volta, sta dimostrando di poter ambire a diventare il ciclista più forte di tutti i tempi. E, aspetto non secondario, stiamo assistendo ad una corsa semplicemente "pazzesca" per intensità, velocità, colpi di scena.

 

Per chi lo conosce bene il Tour è sempre stato così, ma adesso il livello si è alzato ulteriormente. Anche se, impossibile non notarlo, c'è una grandissima "assenza" nello spettacolo offerto dalla corsa francese che, va detto senza "se" e senza "ma", è la migliore al mondo: l'Italia. 

 

I ciclisti italiani al via erano appena undici, sono diventati dieci dopo nemmeno una tappa, visto il ritiro (causa caduta) di "Pippo" Ganna, l'unico che aveva concrete possibilità di conquistare un successo di tappa: tutti gli altri sono eccellenti gregari, con il super esperto borghigiano Matteo Trentin, che ha chiuso al quinto posto la frazione d'apertura, in testa ma difficilmente qualche componente della spedizione azzurra riuscirà ad essere protagonista.

 

Basti pensare che l'ultima vittoria di un azzurro in una tappa della corsa francese risale addirittura al 27 luglio 2019, quando Vincenzo Nibali trionfò al termine della penultima frazione, quella (accorciata, a causa di una frana) che portava la corsa da Albertville a Val Thorens.

 

Da, allora, qualche piazzamento (pochi, a dire la verità) ma zero vittorie con un' "astinenza" che dura ormai da 112 tappe. Un'eternità. Lo "Squalo" dello Stretto è stato anche l'ultimo a trionfare sui Campi Elisi. Dopo il terzo posto conquistato nel 2012, nel 2014 il fuoriclasse siciliano (che nel 2015 e nel 2016 trionferà al Giro d'Italia) riuscì nell'impresa di conquistare la maglia gialla, sedici anni dopo Marco Pantani, che nel 1998 centrò la clamorosa doppietta Giro - Tour.

 

La crisi del ciclismo del Belpaese è certificata non solamente dai "numeri" del Tour: Nibali è stato anche l'ultimo italiano a vincere il Giro, al Mondiale un trionfo azzurro manca addirittura dal 2008 (Ballan a Varese), nelle classiche monumento l'ultimo "colpo" è quello sparato nel 2021 da Sonny Colbrelli alla Parigi - Roubaix. Poi, Nibali a parte (che carriera ha fatto il siciliano: oggi se ne capisce, ancora di più, la grandezza), c'è da registrare solamente il trionfo di Alberto Bettiol al Giro delle Fiandre nel 2019 e praticamente null'altro

 

Insomma, non sembra esserci luce in fondo al tunnel. Ma quali le cause? Mercoledì ha detto la sua Davide Cassani, il commentatore tecnico di Rai Sport, già ciclista professionista e Ct della Nazionale dal 2014 al 2021.

 

"La crisi nerissima del ciclismo italiano? - scrive Cassani in risposta alla domanda di un utente sui propri canali ufficiali - Meno corridori, meno squadre, meno corse. Quante sono le persone che regalano il proprio tempo alla crescita dei giovani? Una volta davvero tanti. Ogni paese aveva una squadretta di ragazzini ora non più. Per organizzare una corsa servono soldi e permessi. E le responsabilità? Chi se le assume? Per fare una squadra juniores ci vogliono almeno 60.000 euro, per farne una dilettantistica con 250.000 non vai da nessuna parte e se ti va bene puoi prendere ragazzi che nessuno all'estero vuole. Per avvicinare i giovanissimi servono anelli protetti e ce ne sono pochi".

 

Un quadro decisamente impietoso ed estremamente preoccupante in chiave futura. Ancora più dura è l'analisi di Gilberto Simoni, vincitore del Giro d'Italia nel 2001 e nel 2023 e altre cinque volte sul podio finale della Corsa Rosa, oggi dirigente dell'Us Montecorona e direttore sportivo di una squadra Under 18 ungherese, l'Mbh Bank Colpack Ballan.

 

"La crisi è di sistema - spiega Simoni -, con Coni, Federazione e anche la politica che se ne "fregano" e non fanno nulla di concreto per migliorare una situazione che è drammatica. Mancano le regole e, quelle che ci sono, stanno distruggendo il movimento giovanile. Le società lavorano, crescono i bambini che poi diventano ragazzi e, già a 15 - 16 anni, quando avrebbero assolutamente ancora bisogno di restare in un contesto "protetto" e crescere in un ambiente sportivo e sano, vivendo ancora di sogni, arrivano procuratori e i team stranieri che li portano via, promettendo "la luna" ad atleti e famiglie, assicurandoseli per una "pipa di tabacco". Adesso diventano professionisti anche da minorenni quando, invece, bisognerebbe alzare l'età minima per diventare "pro" e portarla almeno a 20 anni. Tra l'altro quanti di questi poi "arrivano"? Uno su cento? Forse. Se poi ci mettiamo le complicazioni fiscali, il fatto che il volontariato sportivo è stato equiparato praticamente al regime di una srl, il gioco è fatto. Mancano le regole, per le squadre e gli atleti: così non andiamo da nessuna parte. In Italia il movimento si sta sciogliendo come si scioglie il ghiacciaio della Marmolada: le corse sono sempre meno e stiamo raschiando il fondo del barile".

 

In Italia, tra l'altro, arrivano anche i giovani atleti stranieri, perché l'attività giovanile fuori dai confini è decisamente "minore".

 

"L'entusiasmo, il numero di gare, l'organizzazione - prosegue - che c'è in Italia, a livello giovanile, non vi è da nessun'altra parte. Forse in Belgio, ma per il resto non c'è paragone. E, infatti, i giovani ciclisti vengono qui. In giro per l'Europa non vi sono calendari, le manifestazioni sono poche. Quell'entusiasmo "verde" che avevamo, però, sta diventando "secco": le società di paese, quelle che lavorano tutti i giorni per mettere in bicicletta i ragazzi, li supportano, li aiutano a gestire l'impegno sportivo con lo studio e contribuiscono non solamente alla formazione sportiva, si ritrovano - per i motivi che ho detto prima - senza atleti. E, a quel punto, viene meno la passione. E, quando si parla di attività giovanile, ciò che spinge e alimenta l'operato di dirigenti, volontari e tecnici è la passione".

 

In tempo di Tour de France impossibile, in conclusione, non chiedere a "Gibo" un focus sulla Grande Boucle, alla quale ha preso parte per cinque volte. La prima, nel 1995, con la convocazione che arrivò due - tre giorni prima della partenza.

 

"Una squadra era "saltata" e si era ritirata - racconta Simoni - e l'invito arrivò all'ultimo. Il Tour è il Tour, una corsa unica, di un'intensità pazzesca, con un pubblico incredibile a bordo strada che ti "gasa" tantissimo. E si va forti, fortissimi, sempre. Ricordo che un anno, dopo 10 tappe pianeggiati e alla vigilia del primo arrivo in salita, avevo già 8 minuti di ritardo, proprio perché si andava costantemente "a tutta". Il Tour di quest'anno, poi, è pazzesco e si è visto nelle prime tappe: i due squadroni, Uae e Visma, fanno la corsa, sono lì per vincere e, vi assicuro, che quei treni sono impossibili da "spaccare". Sono dei veri e proprio "blocchi" nei quali è impossibile entrare: stare davanti, poi, è fondamentale per evitare ventagli, cadute e tutte le altre possibili insidie. Pogacar? Non lascia mai spazio agli altri, è incredibile, mai vista un'intensità simile, Vingegaard ha già pagato dazio nella cronometro ed Evenepoel è più regolare e non riesce ad essere esplosivo come lo sloveno che, quando parte, è devastante. Se mi aspetto che prosegua come è iniziato? Sì, anche se aspetto le salite. Sino a quando la strada non salirà veramente c'è spazio per tutti per sognare, poi le salite metteranno fine ai sogni e alle ambizioni di tanti e racconteranno quale è la realtà del Tour 2025. Come sempre, d'altronde".

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