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| 08 lug 2025 | 19:25

La dinastia dei Bossi Fedrigotti recupera uno storico podere per lanciare un nuovo vino della Vallagarina con Nicola Biasi, interprete della vitienologia basata sulle varietà d’uva Piwi

DAL BLOG
Di Ades, by Nereo Pederzolli - 08 luglio 2025

Cercherò di stuzzicare curiosità e piacevolezze. Lasciando sempre spazio nel bicchiere alla fantasia

L’incipit non è male: dalla vite in poi. Valèry Bossi Fedrigotti s’affaccia sul mondo del vino trentino con cipiglio deciso, pronta a recuperare vestigia del suo blasonato casato esclusivamente per giocarsi un futuro all’insegna del vino. Cambiando - in parte - il nome della sua storica famiglia, recuperando l’icona di un bue, presente nel logo dei Bossi Fedrigotti, i nobili lagarini, fautori di tante vicende agricole.

 

Lei, Valèry, conserva un podere familiare, quello incastonato sulla collina di Pomarolo, la Tenuta Sant’Antonio da anni immagine turistica della più suggestiva Vallagarina.

 

Vino d’anteprima, poche migliaia di bottiglie - circa 6 mila - elaborate con arguzia da un giovane winemaker noneso/friulano, Nicola Biasi, il più istrionico (e famoso) interprete della vitienologia basata sulle varietà d’uva Piwi, quelle che non hanno bisogno di chimica.

 

Azienda denominata Oxenfeld, per via del bue stemmario, pure per omaggiar il legame con il territorio, balzi porfirici sospesi sulla sponda destra dell’Adige, tra Pomarolo e quel Savignan che tanto ricorda il Sauvignon. E’ però con una versione di Pinot bianco che chiama all’assaggio un parterre di esperti. Confrontandolo con altre 4 versioni - friulane, alsaziane e bolzanina - proprio per recuperare il suo passato dinastico - da 18 generazioni impegnati nella cura agricola - e sfidare il futuro.

 

Etichetta in campo azzurro - richiama una costellazione citata già dagli Egizi - per consolidare storie e vicissitudini lagarine. Nel sorso di questo vino - gioviale, nella sua ancor godibile versatilità, sapidità e prontezza scaturite da un vitignocult’, ingiustamente sminuito in Trentino - trovi richiami fascinosi. Legati a oltre 3 secoli di viti. Minuziosamente documentati - dalla Biblioteca di Rovereto - con i ‘quaderni di campagna’ redatti in primis dai Bossi Fedrigotti.

 

Consumi domestici, tra botti e damigiane e i primi casi d’esportazione. Vino spedito lontano, verso le tavole dell’allora vasto impero asburgico. Tra le carte ecco spuntare una serie di riscontri curiosi e che confermano certe leggende. Mozart compreso. Perché il mitico Maestro potrebbe davvero aver degustato un calice di Marzemino "inviato in una botticella a Salisburgo, al signor Tomaselli, il nostro referente commerciale" – come si legge in una nota d’archivio di metà Settecento. Importatore di vino che forniva i circoli culturali e gestiva uno dei caffè più rinomati, frequentato pure da Mozart.

 

Impossibile sintetizzare in poche righe la miriade di dati, cifre, aneddoti censiti dall’archivio. Ricordi e stimoli familiari splendidamente raccolti (rilanciati) da Isabella Bossi Fedrigotti, zia di Valèry, scrittrice che ha trovato ispirazione per i suoi libri best sellers proprio nelle lettere dei suoi antenati. Lettere dei bisnonni, citazioni di conflitti, tensioni belliche, operazioni commerciali, visioni politiche che troviamo in Amore mio uccidi Garibaldi.

 

Gestione aziendale e ritmi agricoli. Sempre con note d’archivio che fanno luce su tante procedure agricole, pure legate a sperimentali "vasche per allevare trote" come si legge in una nota di metà Ottocento. Sempre con i Bossi Fedrigotti impegnati in progetti innovativi, appunto lungimiranti.

La vigna rimane il fulcro dell’archivio ora custodito dalla Biblioteca di Rovereto, nei saloni fianco al Mart.

 

Altrettanto fondamentali sono alcuni riscontri sull’evoluzione vitivinicola. Dall’uso della forbice per potare la vigna, per vendemmiare e gestire la vigoria delle piante - sperimentata a metà Ottocento, per primo in Italia, dal nobile Filippo – fino alla tecnica di vinificare in piccole botti di rovere – le barriques – il vino rosso simbolo del casato: il Fojaneghe. Vino di stampo bordolese, vinificato in piccoli carati, intuizione di Leonello Letrari, allora enologo dei nobili roveretani - e messo in bottiglia – primo esempio italiano – già nel 1961, anticipando tendenze e modalità enologiche indiscutibili. E ancora, sempre ‘spulciando’ tra le carte dell’archivio, ecco la citazione di vendemmiare "uve bianche per fare champagne", come si legge nitidamente in una nota del 1838, ben prima dell’avvio moderno della spumantistica italiana, quella che ora recupera il metodo classico della rifermentazione del vino in bottiglia.

 

Insomma tante storie da scoprire, davvero da recuperare. Storie che ci liberano dal passato e ci fanno capire il presente. Proprio come intende fare Valèry, pronta pure a cimentarsi - con il suo fidato team enologico - nell’elaborazione di uno spumante classico. Per non dimenticare la storica quanto spumeggiante data del 1838.

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